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mulino Sguazzi

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Continua la ‘mappa’ dei mulini ad acqua presenti nel territorio di Chiaramonte Gulfi. Sette si trovano lungo il corso del torrente Morana e sono – sia per l’ubicazione che per l’antichità – tra le principali strutture di archeologia industriale giunti parzialmente a noi. Con tante storie di vita e lavoro ma anche di sagace utilizzo delle risorse naturali. (LINK dell’articolo precedente)

di Giuseppe Cultrera

Le copiose acque provenienti dalla sorgente Muti e dai ruscelli e torrenti che vi confluiscono, durante il percorso verso il fondo valle, si uniscono a quelle del torrente Santa Margherita in prossimità della contrada Morana e della cosiddetta Prisa (presa d’acqua). Che era l’inizio della canalizzazione delle acque da distribuire ad alcuni censuari che troviamo statuiti in un documento del 1778.

Il torrente Morana

Si tratta di una accurata relazione a cura del Regio perito Don Michele Ravalli per conto del Capitano di Giustizia della Città di Chiaramonte e del Governatore della Contea tesa a regolamentare la distribuzione, per ore, «dell’acqua nominata di Morana» che «scaturisce dalla fonte delli Muti» per irrigare alcuni campi. Oltre alla partizione per irrigare i campi, era previsto anche l’utilizzo per «animare» sette mulini ubicati lungo il corso del torrente.

Il numero e le denominazioni dei mulini, a parte qualche lieve variante lessicale o di appartenenza, coincidono con l’elenco statistico presente nello Stato dei mulini del 1863 (Archivio di Stato di Palermo). Mentre tre relazioni del 1840, 1841 e 1859 danno indicazioni relative al periodo borbonico; e in gran parte i dati sono coincidenti.

Stato dei mulini del 1863 (Archivio di Stato di Palermo)

Nel primo tratto in cui il torrente Morana veniva attraversato dalla rotabile Chiaramonte-Licodia, erano ubicati i due molini Morana indicati, in base alla loro successione, Soprano e Sottano. Oggi sono a destra del ponte della provinciale che ha assorbito la vecchia strada; della quale resta un brano con l’antico ponte in pietra, nel lato alto del quale è il primo mulino (soprano) e a seguire sempre nella sponda occidentale del torrente il secondo (sottano).

Difficile stabilire l’epoca dei due opifici. Dai vari documenti e dalle vaghe notizie degli scrittori locali, sarebbero tra i più antichi, anche in considerazione che fossero ubicati nella parte di territorio abitato intensamente dall’epoca greco-romana, medievale (la contrada Piano del Conte è limitrofa) e nei secoli XV/XVII quando una intensa trasformazione agricola, a seguito di assegnazioni enfiteutiche, fece sparire i numerosi boschi e terre demaniali (nelle quali vigeva lo jus pascendi e jus lignandi).

Del mulino Morana soprano resta oggi la struttura muraria adibita con alcuni fabbricati adiacenti ad abitazione estiva. Nell’ultima fase (metà del secolo scorso) fu gestito da Salvatore D’Asta (Turi u mulinaru) proprietario del mulino “moderno” sullo stradale di accesso al paese che sostituì questo tradizionale ad acqua, a partire dal dopoguerra. Nella Relazione del perito regio Don Michele Ravalli (1778) lo troviamo indicato con la denominazione di «Mulino di Morana con proprietario Don Luigi Bulcassimo»; stessa denominazione nello Stato dei mulini del 1863.

Salvatore D’Asta (Turi u mulinaru), ultimo gestore del mulino di Morana soprano a metà XX secolo

Anche l’altro (Morana di sotto), che utilizzava l’acqua rilasciata da questo primo mulino, è ancora esistente ma, anch’esso, solo come struttura muraria ed oggi adibito ad abitazione. Censito nella citata Relazione 1878 con la denominazione specifica di Mulino dei Ruggieri, appartenente al monastero di Santa Caterina. Mentre nello Stato dei Mulini 1863 viene indicato con un generico altro Mulino di Morana.

Sito del mulino Morana ‘soprano’

Lungo il percorso del torrente, e adiacenti alle numerose stradine che lo lambivano, erano ubicati i successivi mulini che raccogliendo l’acqua del precedente, incanalandola in saie rese impermeabili, anche da canalette in pietra, la consegnavano alle botti che creavano il salto per azionare le ruote dei mulini.

Sito del mulino Morana ‘sottano’

Il mulino di Sguazza era appartenuto ad Antonino Di Vita, come viene confermato nella Relazione del 1778. Era ancora attivo nel 1863 (n. 6 nello Stato dei mulini citato). Ma si sconosce nel novecento. I resti del fabbricato sono ancora presenti, con parecchie pertinenze, rifacimenti che evidenziano vari momenti costruttivi. Visibile parte della botte e conduttura compreso l’alloggiamento della ruota.

Resti del mulino di Sguazza

Il Mulino di Ficopala è citato al numero 7 nell’elenco dei mulini presenti a Chiaramonte nel 1863 (Stato dei mulini). Appartenne nella metà del settecento al notaio Giuseppe Cannizzo. Nel 1762 sua moglie, Carmela Brullo, «istituì una cappellania in S. Giovanni sul mulino di Ficopala». Difatti nella citata Relazione del 1778 lo troviamo attestato come «il mulino nominato della notara, beneficio di Carmela Brullo». I resti del fabbricato, riutilizzato a fini agricoli, sono in parte visibili con la conduttura dell’acqua e la botte. Della struttura del mulino resta l’alloggiamento e qualche ingranaggio della ruota idraulica.

I resti del mulino di Ficopala

Il mulino Carrubba apparteneva ai D’Asta, uno dei tanti rami di questi mugnai presenti a Chiaramonte dal XVI secolo, che aveva l’agnome appunto di Carrubba, passato per transizione al loro mulino e al fondo adiacente. La struttura è tra le più antiche ancora esistenti, ed è stata recuperata già negli anni ottanta del secolo scorso e di recente acquisito dai coniugi elvetici Piazzini che hanno restaurato con cura il complesso compreso il mulino, adattandoli ad abitazione.

Mi racconta uno dei proprietari precedenti che quando lo acquistò era un ammasso informe di sterpaglie e roveti, con i tetti del fabbricato già precipitati e una miriade di piccoli e precari fabbricati, attorno, utilizzati probabilmente per allevamento di polli, conigli e maiali. Procedette così ad un recupero del fabbricato, compreso il mulino, e alla demolizione e sgombero delle precarie costruzioni circostanti. Poté così constatare che la parte relativa al mulino era la più antica, forse pre terremoto, come la botte, parte della quale fu recuperata.

Il mulino Carrubba restaurato, oggi proprietà Piazzini

In buono stato era anche il ricovero per gli animali da soma dei clienti che venivano a macinare il grano (specialmente nelle giornate di pioggia): “c’erano cinque postazioni con greppia e vuccule in ferro per assicurare le bestie e quattro tuccene in pietra per i padroni”. Inoltre ricordava, anche attraverso i genitori, che proprietario ne era stato un parente u ‘zu Vanni Carrubba (Giovanni D’Asta) che lo aveva gestito fino alla metà del novecento, quando subentrati i mulini a motore siti in città aveva dovuto abbandonare l’attività, destinando ad un lento ma continuo degrado casa e mulino. Il padre di costui, masciu Mariu, era stato il precedente mugnaio; e chissà quanti altri D’Asta Carrubba, andando indietro nel tempo.

La zona del mulino Carrubba (più alta) e Aranci (più bassa)

Sempre nella stessa area, a seguire, troviamo tracce più o meno sostanziose, di altri due mulini.
Il primo in parte ingrottato è oggi adibito a deposito agricolo. È quello che troviamo, nei due sopra citati documenti del 1778 e 1863, denominato mulino Aranci. Apparteneva nel settecento al monastero di Santa Caterina. La denominazione deriva probabilmente dalla presenza nel torrente antistante di granchi (arànci in siciliano). È pure noto come il mulino ri masciù Antò: dal nome dell’ultimo mulinaru (prima metà del novecento).

I resti del mulino Gona

Ho identificato anche i resti del mulino Gona, che trae la denominazione o dal toponimo della porzione di territorio in cui insiste o dal cognome (ampiamente presente a Chiaramonte) del suo più antico proprietario. La relazione del 1778 lo censisce come «il mulino della Gona di proprietà di Don Nunzio Melfi». Anche lo Stato dei mulini lo cita, al numero 10, come Mulino Gona (1863). Tra i ruderi sono ben visibili la condotta e la botte, il fabbricato del mulino e, semi interrato, l’alloggiamento della ruota idraulica.

Mulino Gona da un’altra prospettiva

Foto di: Pippo Bracchitta

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