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Natale ibleo

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di Letizia Dimartino

Il Natale vuol dire: figli. Figli tornati da me. E tavole di tutti i giorni piene di cibo. E di dolci. E poi pomeriggi sonnolenti, lunghissimi. E foto antiche da rivedere insieme, e armadi, riaperti, con gli abiti miei non più messi da anni e da riguardare insieme mentre fuori tramonta subito e le nuvole sono arancioni. E poi il classico camino acceso che mi fa venire la cefalea feroce e scappo, mentre loro stanno sui divani e hanno calzettoni a righe e capelli spettinati, ed escono andando per campagne e portando al ritorno odori di eucalipti. Mentre io li attendo nel mio letto e prendo una pillola, due pillole, tre pillole, e scrivo agli amici.

E loro vanno al mattino al mare, che è vicino, lasciando i monti celesti e con la nebbia di tulle, e il mare brilla e il sole è caldissimo e i loro nasi si arrossano. E tolgono i giubbotti, le sciarpe e mangiano la brioche. Ma poi pensano che sia bello rivedere Chiaramonte, paese alto e freddo, con i ristoranti antichi, con la carne sugosa, e con il panorama ampio ampio e a volte con la neve in pineta. E io resto sempre nelle mie stanze larghe, fra il luccicare dei festoni messi per loro, e mi viene pure sonno e mia figlia ha il mal di testa e un basco sui capelli tinti in rosa. E pensiamo ai gatti della nostra vita. I cuscini sono tanti e le poltrone ci accolgono. E mi sento male ma rido, piano, per non disturbare.