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nuova edizione Bompiani

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di Marco Trainito

Il 31 agosto scorso la casa editrice Bompiani ha proposto una nuova edizione de “Il quinto evangelio” di Mario Pomilio, un “romanzo” (le virgolette sono d’obbligo, come vedremo) uscito presso Rusconi per la prima volta nel febbraio del 1975, un mese dopo Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo e il Trattato di semiotica generale di Umberto Eco.

Mario Pomilio (1921 – 1990)

Questo dato cronologico va al di là della mera curiosità, perché c’è qualcosa che lega in qualche modo Pomilio a Eco e D’Arrigo. Con il romanzo di quest’ultimo, infatti, “Il quinto evangelio” condivide lo strano destino di capolavoro solitario e inclassificabile della nostra letteratura del secondo ‘900, che tuttavia fatica a imporsi come meriterebbe all’attenzione generale; e questo per via soprattutto della complessità del testo e dell’idea altissima di letteratura che incarna, senza nulla concedere a lettori poco pazienti e superficiali. Di Eco si dirà più avanti.

Occorre ricordare, intanto, almeno due precedenti riedizioni del romanzo: quella Mondadori, uscita nel 1990 pochi mesi prima della morte di Pomilio, che includeva la nuova e definitiva versione dell’ultimo capitolo (nonché il saggio dell’autore in appendice che ne spiega la logica delle varianti), e quella de L’Orma Editore, uscita nel 2015, che si segnala per il rigore filologico e i ricchi apparati critici.

(Da sinistra) la prima edizione, Rusconi editore, del 1975, la seconda, Mondadori, del 1990 e la terza, L’Orma, del 2015

Per avere una prima idea della trama, niente può sostituire la parola dello stesso autore, il quale, nell’importante saggio del 1975 Preistoria d’un romanzo, che ormai viene stampato in appendice a “Il quinto evangelio” un po’ come le “Postille” a “Il nome della rosa”, ne propone una, avvertendo però subito dopo che essa è “troppo liscia e piana”, e quindi inevitabilmente fuorviante:

«Un uomo del nostro tempo, un ufficiale americano capitato a Colonia negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, trova, nella canonica d’una chiesa semi distrutta, tra le carte del sacerdote che prima l’abitava, alcuni documenti che lo mettono sulle tracce d’un quinto evangelo inedito e che ha tutta l’aria di non essere un apocrifo. Via via se ne incuriosisce, se ne appassiona e impegna l’intera vita nella ricerca di esso. Non lo trova, ma ne scopre mille altre tracce: versetti non contenuti nei Vangeli canonici, novelle e leggende popolari che ne attestano l’esistenza e la credenza, lettere, versi, confessioni, epigrafi, documenti d’archivio, pagine a sapore mistico e via dicendo. Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale. In un testo teatrale che viene ritrovato tra le sue carte dopo la sua morte (e la cui primissima ideazione deriva anch’essa dalle carte di Colonia) egli riversa i mille interrogativi che l’hanno sostenuto, le grandi domande – le domande intorno al Cristo e alla sua effettiva identità, intorno ai Vangeli e alla loro effettiva plausibilità – che hanno travagliato sia lui, sia i tanti altri personaggi del passato coi quali a volta a volta s’è intrecciata la sua vicenda di filologo».

La nuova edizione Bompiani uscita a fine Agosto 2022

Presentato così, il “romanzo” non avrebbe nulla di eccezionale, se non fosse che tutto ciò è “narrato” in un modo unico, che sarebbe addirittura riduttivo definire borgesiano (e Borges stesso fa una sua fuggevolissima apparizione “borgesiana”, cioè apocrifa, nel cappello del quarto documento del terzo capitolo). I diciassette capitoli non numerati, infatti, hanno una distribuzione che ha ben poco di romanzesco. Il primo, infatti, è una lunga lettera dell’ufficiale americano Peter Bergin al Segretario della Pontificia Commissione Biblica del Vaticano, e può essere datata all’epoca dell’uscita del romanzo, mentre i quattordici capitoli successivi sono un dossier allegato alla lettera di Bergin. Il sedicesimo capitolo è un’altra lettera, questa volta della segretaria e allieva di Bergin Anne Lee, la quale risponde alla risposta del prelato del Vaticano, arrivata circa una settimana dopo la morte di Bergin. A sua volta, Anne Lee allega alla risposta il testo teatrale di Bergin, che costituisce l’ultimo capitolo.

Mario Pomilio (a destra) in una riunione di redazione a Napoli della rivista “Le ragioni narrative”. Accanto a lui, verso sinistra, Luigi Compagnone Domenico Rea, Luigi Incoronato e Michele Prisco. (Foto Wikipedia)

Come si vede, in questo romanzo sembra non esserci nulla di romanzesco, soprattutto se si tiene presente il fatto che i capitoli dal secondo al quindicesimo sono documenti vari che coprono un arco di tempo che va dal VII al XX secolo, e i secoli sono praticamente tutti in qualche modo toccati. Eppure il romanzesco vi abbonda nelle singole storie raccontate, alcune delle quali, accomunate dalla riproposizione ricorsiva del destino cristologico di tutti quelli che si fanno “segno” del fantomatico quinto vangelo (in particolare Michele minorita, Giosuè Borgogno, il cavalier De Breuil, il sacerdote Domenico de Lellis, fino al personaggio teatrale Herbert Kuyper), sono di volta in volta romanzo nel non-romanzo.

Mario Pomilio vincitore del Premio Strega nel 1983, insieme a Maria Bellonci e Giulietta Masina (foto Ansa)

L’aspetto singolare di tutto il racconto è che esso è composto da un mosaico di documenti che sembrano usciti da quella che lo stesso Pomilio, nel saggio citato, definisce “industria del falso”. I documenti, infatti, sono tutti dei falsi clamorosi, ma così ben collocati nella storia, così ben concepiti sul piano filologico (con quel che ne consegue sul corpo stesso della lingua) e così sapientemente connessi con fonti storiche reali, che l’insieme ne risulta sorprendentemente verosimile, al punto che Riccardo Bacchelli, in una lettera a Pomilio del 15 maggio 1975, potè indicare questo tratto indubbiamente pregevole come qualcosa che potrebbe essere percepito paradossalmente come difetto: «Lei inventa, “finge” una documentazione con tanta perizia ed eccellenza storica e filologica, che ne nasce una perplessità, in quanto si è indotti a persuadersi che siano documenti reali e storici e filologici» (citato da Wanda Santini all’inizio del saggio incluso nella citata edizione del 2015 de “Il Quinto Evangelio”)… (Continua, clicca qui)

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