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di Christian Pancaro

Scriveva Enrico Onufrio (giovane scrittore palermitano della fine del sec. XIX) nel suo “La Conca d’oro: Guida pratica di Palermo“, edita nel 1882:

«Anche a San Martino, il dio delle battaglie, il popolo palermitano è devoto al suo solito, s’intende, vale a dire banchettando a maggior gloria del santo. È in tal giorno che s’imbandiscono a tavola i più grossi tacchini della terra; e cotesta del tacchino è un’abitudine così inveterata, che tu non sai bene se la festa sia in onore del dio Martino, o del dio Tacchino; è un bellissimo argomento per un archeologo. Il dolce occasionale di San Martino è il biscotto, un biscotto sui generis, grosso e rotondo, e per conservare intatte le sacre tradizioni degli avi, cotesto biscotto bisogna inzupparlo nel moscadello».

Antoon van Dijck, San Martino divide il mantello, 1621

Ancora oggi nel palermitano, venuta meno la tradizione il tacchino, è vivo il consumo del vino moscato e di questi biscotti, veri pani dolci rituali che ricordano la cerimonia eucaristica. Ma quale è la loro l’origine? Risulta difficile collocare nel tempo la nascita di questa usanza. Molto probabilmente, aveva lo scopo d’inaugurare il vino nuovo, attraverso la degustazione di questo pane dolce dall’antica forma a spirale composto di fior di farina e semi di finocchio e cotto tre volte (tricotto).

Il biscotto presenta tre varianti: quello che abbiamo appena descritto viene denominato “Sanmartinello”; il secondo è farcito con ricotta e prende il nome di “Rascu”; il terzo, descritto da Antonino Uccello in “Pani e dolci di Sicilia” (1976, pag. 96), è «ripieno di pasta di mandorla, conserva e pan di Spagna imbevuto di liquore, ricoperto di una velatura di zucchero, confettini argentati, cioccolatini, e riccamente decorato con fiori e ciuffetti di verde».

Queste tipologie vengono ancora oggi prodotte in enormi quantità da pasticceri e fornai che si tramandano  tramandandosi le antiche ricette provenienti da conventi e monasteri. È infatti noto che in molti conventi, come in quello dei Frati Minori dell’Immacolata a Mezzojuso (PA), gli stessi frati mandassero in dono al barbiere che prestava loro servizio, così come ai sacrestani e ai massari, un “rotolo” di biscotti e un fiasco di vino.

A Palermo le monache donavano ai loro confessori vassoi colmi di biscotti decorati. Le domenicane del Monastero di Santa Caterina, secondo le ricerche effettuate dalla studiosa Maria Oliveri sui loro registri contabili, avevano annotato le spese sostenute per far dono di “Viscotta di San Martino” ai pittori Antonio Grano e Filippo Randazzo, nel periodo in cui erano impegnati ad affrescare la chiesa.

La stessa Oliveri scrive a proposito della variante con la ricotta: «In molti pensano che rasco o rascu significhi raschiare una parte del biscotto per disporre meglio la farcitura. In realtà il dizionario siciliano italiano curato da Vincenzo Mortillaro nel 1838 definisce rascu genericamente come fior di latte, ma come meglio chiarisce Rosario Rocca, nel suo dizionario pubblicato nel 1889, rascu è la ricotta fatta con lo Xiuri (il fiore), ottenuta cioè non attraverso la coagulazione della caseina, ma dalle proteine del latte.”

Questi biscotti, nei giorni precedenti la festività ,venivano “riffatti” ossia sorteggiati mediante una lotteria popolare, per l’appunto la “Riffa”. Nei mercati popolari della città, un biglietto poteva essere acquistato con pochi spiccioli; il proprietario del biglietto vincente si aggiudicava una confezione da dieci o dodici biscotti.

I nostri antichi sostenevano che: «Cu si leva di vinu dici Viva San Martinu!», perpetuando, secondo quanto dicono molti studiosi come Giuseppe Pitrè, le antiche feste dionisiache delle Antesterie, che venivano celebrate con baccanali e abbondanti libazioni di vino proprio in questa data in cui si assaggiava il vino nuovo.

di Christian Pancaro

A Palermo e più precisamente in Via Montalbo, sede di un mercato popolare a due passi dalle falde del Monte Pellegrino, Vincenzo Rosciglione, suo fratello Pietro e i nipoti portano avanti da cinque generazioni la tradizione dolciaria palermitana.

Tutto nacque nel 1840 in una traversa di Via Porta di Castro nel popolare rione dell’Albergheria, quando il capostipite Domenico di mestiere “Turrunaru” inventò la “Buttighiella”, una bottiglietta di zucchero colorato che custodiva uno sciroppo all’amarena, che era ricercatissimo durante le feste estive, principalmente per il Festino di Santa Rosalia. Da questo speciale prodotto deriva il soprannome tramandatosi a tutti i discendenti della famiglia appunto di “Buttigghiella”.

Via Porta di Castro oggi (foto: Giuseppe Russo Photo)

Negli anni ’50 il nipote del capostipite, Vincenzo, si trasferisce dall’Albergheria a Via Montalbo e impianta l’attuale laboratorio gestito ancor’oggi da figli e nipoti. Alla produzione di torroni e dolciumi hanno affiancato e affiancano l’attività di fieranti ambulanti che esercitano durante le principali feste della città e della provincia di Palermo.

Ad ogni modo, i migliori affari avvenivano (come tutt’ora) per la Festa dei Morti. I Rosciglione, ormai da tradizione, apparecchiano davanti al laboratorio una bancarella piena delle leccornie che compongono il “Cannistru”, un cesto pieno di “ossa di morto”, tetù, taralli, di frutta Martorana e della Pupaccena, o pupa di zucchero, che viene regalato ai bambini come dono dei loro cari defunti.

In particolare, le pupe sono delle statuette di zucchero raffreddato e chiarificato, raffiguranti vari soggetti, spesso della forma antropomorfa. Molti studiosi ne hanno ipotizzato le origini, alcune anche farcite da storielle fantasiose. Una di queste vuole che alcuni marinai, di passaggio da Venezia, fossero venuti a conoscenza delle sculture di zucchero realizzate per abbellire il pranzo offerto dalla Serenissima a Enrico III, figlio di Caterina de’ Medici, nel 1574. 

Vincenzo Rosciglione nel suo laboratorio di Via Montalbo

Probabilmente, le Pupe hanno un’origine più antica, legata ai banchetti funebri in uso presso le società del passato. L’usanza di consumare cibi antropomorfi si ricollegherebbe alla patrofagia simbolica: nutrirsi di questi alimenti era come cibarsi degli stessi trapassati. Quindi, non una cena destinata ai morti ma ai vivi. Queste sculture di zucchero sono presenti anche in altre parti del Mediterraneo (vedasi l’Egitto) e questo ci fa supporre una probabile origine euro-mediterranea di questa tradizione.

Ai nostri maestri “Turrunara” poco importa delle recondite origini e continuano a produrre soggetti che richiamano la tradizione cavalleresca dell’Opera dei Pupi, oppure soggetti religiosi, come un San Giorgio a cavallo o una Madonna delle Grazie, fino ai personaggi dell’odierno universo ludico-mediatico. Ma con quale procedimento vengono creati? Lo zucchero viene cotto in pentole di rame detti puzzunieddi e successivamente versato su stampi in gesso. Una volta solidificato, si staccherà facilmente dagli stampi grazie allo shock termico. La costruzione della statua  procede per sezioni che vengono poi unite grazie allo zucchero cotto; il suo interno è vuoto per renderle più leggere ed economiche. 

Un tipico Cannistru palermitano con una pupa di zucchero e frutta Martorana

Il prezzo dell’opera finita varia in base alle giornate di lavorazione, che si allungano per la fase decorativa. Spesso richiede molte ore perché la stesura di colore a strati deve rispettare i tempi di asciugatura e, in alcuni casi, i soggetti realizzati sono particolarmente ricchi di dettagli. Vi sono persino statuette che raggiungono il peso di 60 kg e che richiedono settimane di lavoro per la realizzazione.

Una volta acquistate, le Pupe vengono esposte come soprammobili nelle case, per poi essere consumate a poco a poco spezzandole dal retro ed utilizzate a mo’ di zolle per dolcificare il caffè, come da un’antica consuetudine palermitana rammentataci da Vincenzo Rosciglione.

Dal sacro al profano. I pupi durante le fasi di colorazione.

Nonostante l’incalzare dei tempi e l’emergere di contaminazioni culturali, le Pupe di Zucchero restano un prodotto ricercato che rappresenta la continuità simbolica tra il presente e il passato e che ci parla del rapporto tra i vivi e morti, funzionale alla rigenerazione della Vita e della Natura e a ristabilire l’Ordine nel Caos.

di Christian Pancaro

La prima settimana di ottobre a Porticello, in provincia di Palermo, si svolgono i festeggiamenti della Madonna del Lume, patrona della borgata marinara, il cui culto fu introdotto con molta probabilità nel sec. XVIII dai padri gesuiti.

Una leggenda circonda il ritrovamento del quadro della Vergine, che i pescatori raccontano ancora con acceso entusiasmo. A Piano Stenditore, nella parte nord occidentale della borgata, si trova l’antico molo di Santa Nicolicchia, chiamato così perché vi sorgeva sin dal 1439 un’antica cappella dedicata a San Nicola di Bari. Qui, nello specchio d’acqua antistante al porticciolo, durante una battuta di pesca, alcuni poveri pescatori recuperarono una lastra d’ardesia che si era impigliata nella loro rete sulla quale vi era dipinta un’immagine della Madonna.

Particolare del quadro raffigurante la Madonna del Lume, intenta a salvare un peccatore dagli Inferi. Sulla destra un angelo porge al Cristo un cesto di Cuori Sacri dalla fiamma ardente, simbolo della Passione.

La gente del posto pensò di collocare il quadro nella minuscola chiesa di Santa Nicolicchia e la proclamarono patrona del mare e protettrice del borgo di “Perriera” (così all’epoca si chiamava Porticello) e dei suoi abitanti. Successivamente, quando fu costruita l’attuale chiesa, l’icona della Madonna fu trasferita per essere venerata in un luogo più degno e decoroso.

Da allora, ogni anno, la prima e la seconda settimana di ottobre Porticello si veste a festa con sfarzose luminarie, numerose bancarelle di calia, semenza, torrone e il suono delle bande musicali e dei tamburi che richiamano l’attenzione di tutti gli abitanti.

La processione con la “vara” (foto: Anna Fici, dalla sua personale “Porticello. Una comunità”, 2021)

Il lunedì successivo alla prima domenica di ottobre è il giorno che vede il tanto venerato quadro percorrere le strade di Porticello andando incontro alla gente di mare che da un anno attende questo momento. Al mattino “l’alborata” (sparo di colpi a salve) sveglia l’intera comunità che affolla la chiesa per partecipare alla messa.

Verso le 10.00 saranno i pescatori a condurre la “vara” (feretro) che dovrà accogliere il quadro. La “vara” viene custodita durante l’anno al mercato ittico perché furono proprio i pescivendoli a realizzarla a loro spese.

Alle ore 15.00 avviene il momento forse più emozionante dell’intera festa ossia la “scinnuta du Quatru”. I devoti gremiscono la non grande chiesa e in molti si posizionano su di un impalcatura lignea montata “ad hoc” a ridosso dell’altare. Il sacerdote vi sale per sganciare il quadro dalla nicchia che, annunziato dal suono della campanella, viene passato di mano in mano dai devoti che gli imprimono baci focosi tra invocazioni, pianti e grida. Sembra che un torrente in piena trasporti con tutta la sua forza il quadro verso l’esterno dove ad attenderlo c’è la “vara”.

Il quadro, appena deposto dalla sua nicchia, toccato e invocato dai fedeli (foto: Andrea Avellone)

Dopo un’attesa di due ore, la “vara” viene portata a spalla dai devoti, in maggioranza pescatori, a piedi scalzi, con pantaloni e camicia celesti e un fazzoletto rosso annodato alla “scinnuta del quadrocollo“. Percorsa l’intera borgata, verso sera, a Piano Stenditore avviene l’omelia del predicatore; successivamente il quadro viene condotto sul luogo del ritrovamento, al porticciolo di Santa Nicolicchia, dove si dà vita ad uno spettacolo pirotecnico che si conclude con l’emersione di una copia del quadro dall’acqua.

A tarda sera la processione fa ritorno in chiesa mentre la banda esegue un concerto su un palco al Piano Stenditore, in attesa dei fantasmagorici giochi pirotecnici che sono tra i più rinomati della provincia di Palermo. Nei giorni successivi si svolge in chiesa il solenne “ottavario” che si conclude la domenica successiva con la caratteristica processione in mare.

Nel primo pomeriggio, l’immagine della Madonna viene portata al porto. Qui, viene imbarcata su un motopeschereccio e viene seguita in processione da una teoria di barche. Il corteo raggiunge la punta di Capo Zafferano, dove vi è una piccola cappella dedicata appunto alla Madonna del Lume presso la quale avviene la benedizione al mare, annunziata dallo sparo di mortaretti e colpi a salve.

La processione in mare

Al termine della processione marina, la “vara” viene ricondotta in chiesa per ricollocare il quadro nella nicchia dell’altare maggiore con le stesse modalità della “scinnuta” del lunedì precedente. La festa così giunge al suo epilogo. La Madonna, raffigurata in quel quadro nell’atto di salvare un’anima che precipita negli Inferi, ascolterà le tante richieste di protezione e di aiuto che i “Purticidduoti” verranno a chiederle prima di intraprendere una battuta di pesca e di affrontare la fatica e i disagi della vita di mare.

Per le foto qui inserite si ringraziano gli autori e il Comitato festeggiamenti Maria Santissima del Lume di Porticello. 

di Christian Pancaro

A Palermo una delle feste più importanti del mese di settembre era quella dei Santi Martiri Cosma e Damiano, festeggiati dai pescatori delle contrade marinare del Borgo, di San Pietro e della Kalsa. Erano venerati fino ai primi anni ’70 nell’omonima chiesa, che si trova nell’attuale piazza Beati Paoli al Capo, adesso, invece, nella chiesa di Sant’Ippolito, dopo che la prima è stata chiusa per inagibilità.

Santi Cosma e Damiano
Interno della chiesa di Sant’Ippolito (foto: Palermo Welcome)

Lascio la parola al caro Pitrè che ci descrive la tradizione del “Viaggio” alla chiesa dei Santi e delle pittoresche bancarelle di frutta e di torroni allestite nella piazza:

«La Chiesa si riempie di visitatori e di devoti. Di fronte, in fondo, dietro l’altare maggiore, sono i santi martiri, uniformi di aspetto, di costume, di atteggiamento, con tuniche fino ai piedi, corone al capo e palme di martirio in mano. Nella navata sinistra è la bara che li attende; nella destra attaccate alle pareti, e tutte in disordine, tabelle votive, di miracoli ottenuti da infermi, da feriti d’ogni genere e di accidenti stranissimi […].
Fuori di chiesa lo spettacolo è pittoresco non solo pei venditori de’ Santi in pasta, di confetti e torrone, con le loro baracche molto primitive, improvvisate, con tre grandi lenzuola da letto; non solo per gli spacciatori di giocattoli bambineschi in legno, in creta, in latta,  in piombo, ma anche e più per i nuovi e bei frutti d’inverno che si trovano in mostra e in vendita per la prima volta […]. Vendono tutte queste curiosità due tra le tante botteghe antiche, parate a festa […].
Sulla piazza è gran confusione: gente che s’accalca innanzi la chiesa facendo a gomitate per entrare: mendicanti, uomini e donne, ciechi, cionchi più o meno dinoccolati ,che ti ripetono malinconicamente all’orecchio: “E cunsiddirati lu puvireddu uorvu, divutieddi! Cà cu’ perdi la vista perdi la vita! – Jurnata di grazi, boni cristiani: sugnu senza vrazzu, e un mi pozzu affannari lu pani!” Venditori che vociano: Va accattativillu a S. Cosimu, un guranu è! – Cabbasisi ca su’ di Trapani,cabbasisi!».

Santi Cosma e Damiano
Alcuni bancarelle presso l’antica chiesa dei Santi Cosma e Damiano, presso piazza Beati Paoli

Caratteristica principale di questa festa è un particolare biscotto antropomorfo che riproduce in calco la figura dei due Santi martiri. Son fatti in pasta di miele dalla consistenza dei mustaccioli e ve ne sono di varie dimensioni e un tempo se ne trovavano pure colorati. Si possono trovare ancora oggi al Capo davanti la chiesa parrocchiale di Sant’Ippolito dove, dal 1972, sono custoditi i Santi e a Sferracavallo dove si svolge l’atra grande festa marinara.

Anticamente nessun tornava a casa, dopo aver fatto il consueto “Viaggiu” alla chiesa senza questo biscotto ed era obbligo che lo “zitu” regalasse alla “zita” il “Sancosimu“,così si chiama il biscotto, altrimenti detto “Pupiddu Nanau“. Anticamente assumevano anche altre forme, tra cui di donna con un lungo vestito e le mani ai fianchi e di giovanotto anch’esso elegantemente vestito che sicuramente voleva rappresentare una coppia di fidanzati da cui forse trova origine la consuetudine di donarlo alla propria amata.

Santi Cosma e Damiano
I biscotti Sancosimu

La processione dei Santi era “tra le più speciose del nostro calendario popolare” per il fatto che i simulacri venivano condotti di corsa, tanto che divenne proverbiale “la Cursa di San Cosimu“. Il Marchese di Villabianca scrive:

«Vien portata la baretta de’ due Santi da marinari, per privativa che tien loro nazione, e in alcune stazioni di strada la si fa correre con tanta furia che sembra volar per l’aria. Il popolo le corre appresso coll’istessa voga e vi fa voci in corso e grida altissime di evviva, viva S. Cosimo».

Ci sono diverse ipotesi sull’origine di questa processione: c’è chi afferma che ebbe origine durante un’epidemia di peste nel XVI sec. Quando i feretri vennero condotti per le strade cominciarono a compiere miracoli e per aumentare i prodigi si decise di trasportarli di corsa. La vera motivazione sta nel fatto che i Santi venivano portati nelle borgate marinare della città che erano parecchio distanti fra loro. A causa dell’itinerario molto lungo, i portatori acceleravano il passo. 

Le statue cinquecentesche dei Santi martiri

Nel primo pomeriggio del 27 settembre nella piazza Beati Paoli conveniva una marea di popolani e di pescatori dai rioni e dalle borgate più disparate della città per attendere l’uscita delle due belle statue cinquecentesche. Fino al 1860, ci rammenta il Pitré, uscivano nelle prime ore del mattino e si portavano dapprima al Borgo S. Lucia e poi nei restanti rioni di San Pietro, Castellammare e Kalsa. Dall’Unità d’Italia in poi venne la festa venne sospesa dalla Prefettura per motivi di ordine pubblico.

Già in passato le autorità ecclesiastiche e civili avevano tentato di estirparne l’usanza ma la popolarità della quale godeva non aveva permesso di attuare questi provvedimenti. Sicché, dopo 31 anni di interruzione, nel 1891 venne ripresa per la gioia dei pescatori panormiti. Quindi i Santi uscivano dalla loro chiesa del Capo e dopo tre soste sotto tre “dosselli” (baldacchini stradali) della via Giojamia, raggiungevano la Cattedrale dove rendevano omaggio alla madre di tutte le chiese della città.

Dopo aver fatto visita alle suore della Badia Nuova, percorrevano il vecchio perimetro della cinta muraria, quindi via Papireto, Piazza Marmi, via Volturno, via Cavour, il rione San Pietro-Castellammare dove venivano accolti con giubilo. Poi sempre di corsa, percorrevano la Cala e il Foro Italico per entrare trionfalmente, attraverso porta dei Greci, nella Piazza Kalsa.

L’attuale processione a Sferracavallo (foto: La Repubblica-Palermo)

Lì la gioia si trasformava in delirio. I Simulacri venivano fatti ballare e girare di continuo a suon di musica, condotti per cortili e viuzze in una baraonda festosa e catartica. I conduttori della “Bara” andavano scalzi, vestendo pantaloni e camicia bianca, fascia rossa e fazzoletto di eguale colore legato in testa. Precedeva i Santi una lunga processione aperta dalle due congregazioni dei Barbieri e dei Santi Cosma e Damiano e da una lunghissima teoria di ragazzi e bambini vestiti alla maniera dei portatori, che recavano delle brocche piene d’acqua la quale bocca era chiusa da un mazzetto di fiori. Quest’acqua, secondo una credenza popolare, dopo essere stata messa a contatto con i Santi, si distribuiva e si riteneva miracolosa per qualsiasi male fisico.

A mezzanotte lo scampanio della chiesa annunciava il rientro dei Santi dopo la lunghissima processione, forse stanchi dalle continua corsa, dalle ballate, dalle brocche e dai fazzoletti strofinati. Adesso potevano concedersi il meritato riposo. Avrebbero ringraziato il popolo donando piogge abbondanti dopo mesi di siccità.

(foto: La Repubblica-Palermo)

Oggi i Santi non escono più da circa ottant’anni e ricevono nel loro altare gli omaggi e le preghiere dei numerosi devoti che durante l’anno e principalmente il giorno della festa accorrono. È comunque possibile vivere le medesime emozioni qui descritte l’ultima domenica di settembre nella borgata di Sferracavallo.

di Christian Pancaro

Lo scorso 25 luglio, nel primo pomeriggio, un’apocalittica pioggia di fuoco ha investito le pendici di Monte Grifone alle porte di Palermo devastando la vetusta chiesa di Santa Maria di Gesù, che accoglie le spoglie del fondatore del convento, il Beato Matteo Gallo d’Agrigento, e di San Benedetto il Moro.

Santa Maria di Gesù dopo l’incendio (foto: PalermoToday)

Il tutto è stato ripreso in diretta da alcuni abitanti della zona e confrati di San Benedetto che, impotenti, assistevano alla forza del fuoco che consumava il soffitto ligneo trecentesco e i due corpi santi, compresa la statua lignea della Vergine alla quale è intitolato tempio e il convento dei frati minori.

Le immagini che dopo qualche ora sono comparse su tutti i canali mostrano la chiesa quasi incenerita e scoperchiata, suscitano sgomento, desolazione e devastazione, richiamando i versi di una sequenza latina che si recitava e/o cantava durante le messe dei defunti: il Dies Irae di Tommaso da Celano. Proprio attorno alla chiesa e al convento sorge il cimitero monumentale della città di Palermo che per poco non è stato divorato dalle fiamme, dove trovano riposo i membri della famiglia Florio, che fecero la storia imprenditoriale della Belle Epoque, la poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, il giudice Paolo Borsellino e altre personalità.

Il cimitero monumentale di Palermo, antistante la chiesa e il convento (foto: itPalermo)

Si cercano oggi le cause di questo disastro ambientale e architettonico corroborate dagli effetti del cambiamento climatico manifestato dalle temperature che hanno raggiunto preoccupanti record, e generate da misteriosi soggetti che continuano ad appiccare focolai e che, in questo caso, hanno disintegrato una parte della memoria della città, perché proprio Santa Maria di Gesù, ai piedi della montagna, custodiva tesori materiali e immateriali che spesso l’uomo contemporaneo ha del tutto ignorato.

Attorno al luogo di culto sono sorte diverse leggende. La prima narra che la costruzione della chiesa e del convento siano stati voluti da Sant’Antonio da Padova che si trovava di passaggio in quelle contrade. Un altro racconto riguardante la fondazione attesta, invece, che il Beato Matteo si sia affidato ai buoi per trasportare una statua della Vergine. Il sant’uomo avrebbe poi fatto sorgere il convento lì dove gli animali si fermarono, dopo essersi riposati in una contrada alle sponde del Fiume Oreto che da allora prese il nome di Buonriposo. Alla morte del fondatore, i frati trafugarono le sue spoglie dal convento palermitano dedicato Francesco d’Assisi e presto furono inseguiti ma, arrivati alla contrada della Guadagna, una pioggia torrenziale bagnò e confuse i francescani inseguitori lasciando asciutti quelli di Santa Maria.

Resti della chiesa (foto: Corriere di Palermo)

Ma di certo queste non sono le sole storie riguardanti il convento e la sua comunità. Si racconta che nel sec. XVI arrivò da San Fratello (ME) un frate dalla carnagione scura, figlio di schiavi etiopi, che aveva vissuto come eremita sul Monte Pellegrino per poi rifugiarsi a Santa Maria. Egli vi operò molti prodigi e ne divenne frate superiore. Dal suo bastone piantato nel terreno germogliò un cipresso. Oggi quel cipresso ha resistito alle fiamme dei piromani quale testimone di resistenza e di rinascita da quelle ceneri.

 

Luigi Lombardo, noto storico ed etnoantropologo di Palazzolo Acreide, è autore di una nuova rubrica quindicinale, su oltreimuri.blog, che abbiamo voluto chiamare ‘Etnika’. Nel suo primo intervento racconta dell’incontro con un originale e surreale costruttore di cavallucci in cartapesta, a Palermo…

di Luigi Lombardo

Mi piace ricordare, come mio primo intervento per questa rubrica di oltreimuri, un “artigiano” scomparso qualche anno addietro: Nunzio La Venuta di Palermo. Nelle mie peregrinazioni mensili all’Archivio di Stato di Palermo, sede Gancia, passando prima davanti al magnifico maniero chiaramontano dello Steri e percorrendo la via IV aprile verso il cortile della Gancia, mi imbattevo sempre nella sua bottega.

Nunzio la Venuta (foto da ilquotidianodipalermo.wordpress.com)

Un rapido sguardo e proseguivo per non sottrarre tempo alla ricerca. Alla fine mi decisi ad entrare e fu una straordinaria esperienza: Nunzio, di cui divenni amico, sedeva al centro della stanza circondato dai suoi cavallucci di cartapesta di tutte le dimensioni, dai suoi attrezzi di cartapestaio o, meglio, cavaddaru, come a Palermo chiamavano questi artigiani che lavoravano la carta.

Alle pareti erano appese decine di bellissime pitture su vetro di cui Nunzio era un bravissimo esecutore. Aveva acquisito da un vecchio pincisanti il mestiere di dipingere su vetro al rovescio. Entro lo saluto e il maestro mi rivolge un accennato saluto. Di fronte al registratore si blocca; capisco che non era il caso di insistere.

Marina Mancuso, moglie di Nunzio, con uno ‘scecco’ con le ali di cartapesta della bottega del marito (foto da gattopardo.it)

Iniziamo la chiacchierata nel corso della quale mi diede scarne informazioni sulla sua tecnica di lavorazione della cartapesta: si realizzano stampi di gesso dove si pressa la cartapesta bagnata con colla forte. Si estraggono le due parti che combaciano a formare i due lati del cavalluccio, quindi si conficcano le quattro zampe e la coda con stoppa che si lascia al naturale, mentre il resto si dipinge con colori a tempera: il bianco, il nero, il marrone, il blu: pochi colori.

Esegue anche cavallucci a dondolo di varie dimensioni fino al cavalluccio eseguito per la “cavalcata” dei bambini nella festa dei Morti. Scrivendo mi accorgo che sto usando il presente, ma il maestro si è spento nel 2015 e quella via ha perso senso, è solo la strada che conduce all’Archivio di Stato.
Oggi evito di percorrerla senza il buon Nunzio, maestro cartapestaio e pincisanti, abile falegname e… sognatore silenzioso.