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di Amalia Antoci

Vann’Antò, Giovanni Antonio Di Giacomo, scrive dei contadini e dei minatori, in un tempo a cavallo delle due grandi guerre.

Lui scrive di cose semplici: d’una piantina come la “raricedda” o di una filastrocca sull’arcobaleno (l’Arcunè) o della giornata di un gruppo di minatori nell’ A’ pici. Le cose semplici sono le più vere, dove albergano i sentimenti, dove si ha la consapevolezza, la coscienza di sé. Vann’Antò presta la sua penna ai “semplici”. In un mondo di analfabeti, cerca di dar loro voce e scrittura.

Scritta da Vann’Antò con disegni di Giovanni Biazzo. Edita dalla Libreria Paolino di Ragusa. Stampata presso la Tipografia Scuri di Ragusa nel 1958. In gran parte è la riedizione del testo “A Pruvulista” del volume Voluntas Tua, De Alberti editore, Roma 1926.

Lo immagino così il ritorno dei minatori all’Avemmaria: anticipato dallo struscio dagli scarponi, dal tonfo dei pesanti picconi e dall’essenza del petrolio. L’odore del bitume permea i vestiti logori e la pelle indurita del padre e dei fratelli. Ombre scure di corpi ricoperti dalla polvere nera della pece, tagliati dalle lame di luce del lume a petrolio.

Vann’Antò è il piccolo della numerosa famiglia che vive al 32 di via dell’Addolorata (oggi via Roma) a Ragusa. Una casa d’angolo, a “torre”, una stanza sull’altra con scale alte e strette. Lui vede e assorbe. Proprio come la pece. Assorbe il nero del bitume nel suo esser bianco calcare di bimbo. Quando cresce, si riversa quel nero dalla sua penna. Con A’ Pici Vann’Antò racconta e denuncia al pari di Verga con Rosso Malpelo – la vita dei piciaruoli, i minatori di Ragusa. L’inchiostro sbiadisce e lascia una scia, un filo nel tempo che ora cerchiamo d’afferrare.

Miniera di contrada Castelluccio, Ragusa

Sappiamo che la prima strada ad esser stata pavimentata con la nostra pietra asfaltica è probabilmente Rue Bergère di Parigi nella seconda metà del 1800. E che dopo questa tante altre strade sono state fatte in tutta Europa e nel mondo, grazie alla nostra pietra. Ma abbiamo perso memoria dei luoghi in cui veniva prodotta. Contrada Tabuna, Streppenosa e Castelluccio rimangono nomi di contrade mitiche, depositarie di un pezzo della nostra storia che ci è stato strappato dalla memoria. Poi fu ricucito il buco, da cui però continua -ancora oggi- ad uscire l’umido e il tanfo del petrolio.

Sappiamo che i minatori lavoravano otto ore al giorno per sei giorni la settimana senza ferie con soli tre festività (4 Nov., 21 Apr., e 29 Ago.) più due giorni l’anno a scelta della “Direzione della cava”. Immaginiamo che il lavoro fosse duro e pericoloso, ma non riusciamo a capacitarci del “quanto”.

Un’antico stabile di contrada Streppenosa, Ragusa

Vann’Antò ci porta con mano all’antro della cava, freddo e insidioso, partendo da quello caldo e sicuro delle case dei minatori – e lì ritorna – dopo la perdita di un compagno di lavoro a causa di un’esplosione. Andata e ritorno. Come nella mineminagghia ragusana che identifica il minatore, (e anche l’aratro):

“O scuru vaiu, o scuru viegniu
 O scuru fazzu lu santu viaggiu

Al buio vado, al buio vengo
Al buio faccio il santo viaggio.

Poche parole per raccontare un mestiere: il minatore partiva all’ora della preghiera del Patrinnuostru (poco prima dell’alba), quindi al buio. E tornava all’ora dell’Avemmaria, col sole già tramontato. Sempre al buio faceva “il santo viaggio”, la sua fatica. Considerarla “santa” è immensamente difficile per i nostri giorni: paragonabile ai lavori forzati, ma che diventa santa perché porta “paci e rizziettu” in casa. Così dice Vann’Antò: “paci e rizziettu”.

“[…] paci è s’hai lu pani santu cutiddiani
paci ri la vita,
puru se cummatti ti ratti ti strazzi,
travagghi la vita!” 

pace è se hai il pane quotidiano
pace della vita,
pure se combatti ti gratti ti strazii,
lavori la vita!

China di Giovanni Biazzo, contenuta ne A’ Pici

di Vito Castagna

(CANTI XXI-XXII)

«Vada Malacoda!» urlarono i demoni. Virgilio rimase impassibile sul ponte che conduceva alla quinta bolgia. Il diavolo si fece avanti, osannato dai suoi e si parò dinanzi a lui. «Perché siete qui?», sputò tutto d’un fiato. «Lasciaci andare, Malacoda, perché questo nostro viaggio è voluto dal Cielo». A quelle parole l’abominio gettò a terra il suo uncino e perse ogni spavalderia. I compagni, dal canto loro, lo guardarono increduli e strinsero ancora più forte le loro lance uncinate, mentre coi denti ringhiavano contro Virgilio. Malacoda intimò ai suoi di smettere: «Non avete sentito? Non fategli alcun male!».I diavoli Malebranche

Solo allora il mio maestro si voltò verso lo sperone roccioso dietro al quale mi nascondevo. «Puoi venire, non c’è più pericolo». Percorsi il tratto di ponte che ci separava ma, quando fui accanto a Virgilio, i diavoli mi si fecero incontro. Temetti che non volessero rispettare i patti. Quelli ci giravano intorno, pronti ad assalire la preda: «Vuoi che lo colpisca alla schiena?» disse uno, un altro rispose: «Sì, dagli un bel colpo». Malacoda afferrò quello per un braccio: «Sta fermo, Scarmaglione!». Poi, si rivolse a noi: «Il ponte che collega la quinta alla sesta bolgia è crollato. Dovrete procedere lungo l’argine, lì troverete un nuovo ponte. I miei diavoli vanno in quella direzione per controllare che i dannati non escano dalla pece. Andate con loro, non vi daranno fastidio».

Il demone scelse dieci abomini, nominandoli uno ad uno. Quelli si raccolsero ma, solo dopo il peto del crudele Barbariccia, cominciarono ad attraversare il ponte. Non ci restava che seguirli. Sotto di noi la pece ribolliva e con essa i barattieri che vi si immergevano a forza. Alcuni peccatori però, col desiderio di trovare sollievo dalla pena, facevano emergere la schiena da quel catrame e poi, timorosi che i diavoli li arpionassero, la rimmergevano velocemente.I diavoli Malebranche

Durante la nostra marcia scorsi un dannato che si attardava sul pelo della pece. Non fui il solo. Graffiacane, uno dei diavoli, lo afferrò per i capelli col suo uncino e lo estrasse mostrandolo agli altri come un premio. «Rubicante, scuoialo!» gridarono tutti. Mi rivolsi a Virgilio: «Vorrei sapere chi è quello sventurato». Il mio maestro si avvicinò alla vittima che si dimenava in aria e quella rispose: «Nacqui in Navarra… Mia madre mi mise al servizio di un signore, un suicida! Poi servii re Tebaldo». Ad un tratto un demone lo ferì con un dente che pareva la zanna di un cinghiale. Barbariccia, invece, prese il peccatore per le braccia: «Fatevi da parte, adesso lo infilzo!». Mentre lo guardava dimenarsi si voltò verso Virgilio: «Fagli qualche domanda ora, prima che lo facciamo a pezzi!».I diavoli Malebranche

Il mio maestro era visibilmente raccapricciato, ma obbedì. I due cominciarono a parlare degli italiani che erano presenti nella bolgia. D’un tratto Libicocco trafisse il braccio del prigioniero con l’uncino: «Abbiamo atteso abbastanza!» e gli strappò la carne dall’arto. Un altro infierì su una gamba. Guardandosi le ferite, si rivolse a noi e ai suoi aguzzini: «Se volete vedere toscani e lombardi, li farò venire, ma i demoni stiano lontani, altrimenti nessuno vorrà avvicinarsi». Cagnazzo urlò: «Senti che ha escogitato per rigettarsi nella pece!». Allora, il dannato si difese dalle accuse e i demoni, convinti, arretrarono per non farsi scorgere dai peccatori. Il navarrese, con un rapido movimento, posò i piedi a terra e si divincolò. Con un tuffo si immerse nella pece bollente, suo tormento e salvezza. I demoni infuriati lo inseguirono volando, ma fu tutto inutile. Irati, si scagliarono uno contro l’altro. Alcuni caddero nella pece, ricoprendosi le ali di catrame. Mentre quelli si graffiavano e mordevano, io e Virgilio fuggimmo.I diavoli Malebranche

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