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Pietro Gibellini

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Per la serie di articoli “Omaggio a Sciascia“, nel primo centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto, presenteremo altri cinque contributi sul tema ‘Leonardo Sciascia e la provincia di Ragusa’. Avranno cadenza settimanale a partire dal presente contributo del prof. Federico Guastella.

di Federico Guastella

Motivi di salute impediscono a Leonardo Sciascia di portare avanti un lavoro sulla vita di Telesio Interlandi, di cui aveva raccolto una copiosa documentazione, attinta in particolare dal figlio Cesare. Nella lettera del 15 gennaio 1989 a questi Sciascia scriveva: «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se meno – nel taglio che intendo dare al racconto – mi interessano i rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45. Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre, dell’avvocato Paroli».

Leonardo Sciascia e Telesio Interlandi

Una storia dunque che l’aveva appassionato, vagheggiandola e quasi accarezzandola senza averla mai scritta. Ecco ora un cenno dell’intellettuale più famoso del regime fascista: Telesio Interlandi (Chiaramonte Gulfi 1894 – Roma 1965). Del padre Vanni (Giovanni), maestro elementare, rimangono alcuni scritti pedagogici ed un breve saggio su Serafino Amabile Guastella, mentre di lui è noto l’inserimento nell’apparato dello Stato fascista che gli consentì di essere una delle espressioni più autorevoli attraverso la direzione del giornale “Il Tevere” (1924), ottenuta dopo il delitto Matteotti e successivamente a diverse esperienze giornalistiche a Roma e a Firenze. Vi scrissero famosi scrittori. Per citarne alcuni: Luigi Pirandello, Emilio Cecchi, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, Vitaliano Brancati, Elio Vittoriani, Corrado Alvaro, Ardengo Soffici, Alberto Moravia.

“Il Tevere”, quotidiano fascista edito a Roma. Telesio Interlandi ne fu il fondatore e il direttore dal 1924 al 1943.

Dell’Interlandi ricordiamo: il settimanale “Quadrivio” (1933); “Pane bigio” sottotitolato “Scritti politici”, edito a Bologna nel 1927 con la prefazione del poeta Vincenzo Cardarelli; nel 1938 diresse il quindicinale “La difesa della razza”; il primo numero apparve il 5 agosto del 1938 recante in copertina due versi di Dante tratti dalla terza cantica della Commedia (“Corriere della sera” dell’11 novembre del 1938 informava, in prima pagina, che il Consiglio dei Ministri aveva approvato le leggi per la difesa della razza), e nel medesimo anno pubblicò un insieme di scritti nel libro “Contra Judeos” che, per Guido Piovene, ebbe la virtù principale “di aver ridotta all’osso la questione ebraica” (“Corriere della sera”, 15 dicembre 1938).

(In alto) Il primo numero di Quadrivio (1933) diretto da Telesio Interlandi. Vitaliano Brancati dirigeva la redazione. (Sotto) “Pane bigio” edito a Bologna nel 1927

Egli appare come l’intellettuale smaliziato che, distaccandosi dal suo microcosmo per avventure più gratificanti e cedendo alle lusinghe del potere, si distinse per aver sostenuto le tesi antisemitiche dell’epoca, nonché le leggi razziali (1938), il cui spaventoso esito si ebbe poi ad Auschwitz, a Dachau e in altri numerosi lager nazisti. Catturato dopo il 25 aprile e destinato al carcere di Canton Mombello a Brescia per essere destinato quasi sicuramente alla fucilazione, fu fatto evadere dall’avvocato bresciano, socialista militante e antifascista, Enzo Paroli. Insieme alla famiglia (la moglie e il figlio), lo nascose a casa sua, quasi di fronte al carcere, dal 17 novembre 1945 al luglio 1946, mettendo a rischio la propria vita. Il ‘maledetto’ Interlandi veniva infine assolto grazie alla difesa del suo avversario politico.

Il quindicinale “La difesa della razza”. Il primo numero (primo a sx) apparve il 5 agosto del 1938

Pietro Gibellini, critico letterario bresciano, parlando del suo rapporto con Sciascia, riferisce di una lettera che il nostro gli scrisse, comunicandogli la nuova ricerca che avrebbe voluto trasformare in un libro-inchiesta: «Se ben ricordo, voleva sapere in che misura agissero in Paroli scelte etico-ideologiche e quanto entrasse in gioco una componente femminile, forse una donna amata da entrambi» (P. Gibellini, Manzoni, D’Annunzio e Interlandi. Alcuni ricordi su Leonardo Sciascia, luglio/agosto 2021 – la Biblioteca di Via Senato, Milano, Speciale Centenario Leonardo Sciascia, in bibliotecadiviasenato.it).

Pietro Gibellini (foto da ateneodisalo.com)

Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti al giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto “In questa notte del tempo” (Sellerio, Palermo, 1999). Così Massimo Gatta: «Questo libro non scritto, e quindi il libro poi effettivamente scritto, rappresentano un caso unico in quanto entrambi accessibili su piani diversi al lettore. Il primo, indubitabilmente di Sciascia, perché storicamente documentato e inverato dalla cogenza dell’argomento, dalla riflessione, dalla documentazione; il secondo, il pamphlet di Vincenzo Vitale, perché pubblicato (…) e reso materialmente nella disponibilità del lettore» (Sciascia e il paradigma del libro mai scritto. Telesio Interlandi: “l’ossessione particolare” (Luglio/agosto 2021 – la Biblioteca di Via Senato Milano, Speciale Centenario Leonardo Sciascia).

“In questa notte del tempo”, di Vincenzo Vitale (Sellerio, Palermo, 1999)

C’è anche da dire che Giampiero Mughini sul personaggio aveva già scritto “A via della Mercede c’era un razzista” (Rizzoli, Milano, 1991). L’anno successivo il giornalista bresciano Tonino Zana, rovesciando il titolo del romanzo di Stendhal “Il rosso e il nero”, pubblica il saggio monografico “Il nero e il rosso” – Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse (Gussago – Editrice Ermione, 1992). Gli sembra che Leonardo Sciascia recasse una specifica sensibilità ricognitiva: “La profezia della vicenda stava forse nell’avere il coraggio di ridefinire l’antica scala dei valori ponendo in cima, l’uomo, nudo, intorno al quale, a lenti cerchi concentrici, mobilitare il circolo delle piccole bontà quotidiane, piano, piano, lentamente, giù giù fino al cerchio finale dell’orizzonte dove sarebbe potuto apparire lo Stato”.

(In alto) “A via della Mercede c’era un razzista”, Giampiero Mughini (Rizzoli, Milano, 1991). (In basso) “Il nero e il rosso”, Tonino Zana (Editrice Ermione, 1992)

Nel libro si cita la lettera, datata 12 novembre 1988, che Sciascia aveva scritto all’avv. Stefano, figlio del penalista Paroli: “Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare”. In definitiva, il “nero” e il “rosso”“ si alleano proprio per sfuggire con la forza della pietas alla logica della spietata vendetta di cui è vittima l’umano dell’uomo.

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