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Pinacoteca De Vita

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Le lezioni della maestra Maria Divita erano spesso interrotte da aneddoti curiosi, da digressioni accattivanti che alleggerivano a noi alunni le nozioni di grammatica o di storia. Suo zio, il pittore chiaramontano Giovanni De Vita, era il personaggio più ricorrente dei suoi racconti e questo non potette far altro che creare in me una ingenua quanto profonda fascinazione: colori ad olio, cavalletti, tele, tecniche di disegno costellavano i discorsi della maestra vorticando nella mia mente.
È a questo affettuoso ricordo che dedico queste mie riflessioni su alcune delle opere del maestro De Vita, oggi conservate presso la Pinacoteca comunale di Chiaramonte Gulfi.

Giovanni De Vita (1906-1990)

di Vito Castagna

Come sempre accade, qualunque analisi stilistica non può prescindere dal puntellare i momenti che hanno cadenzato la vita dell’artista e, dato che al pittore ibleo non si può che affibbiare questo titolo onorifico, non dovrei esimermi da questo onere. Purtroppo, per motivi di spazio, sarò costretto a farne solo degli accenni. Per un’analisi più approfondita rimando al prezioso contributo che Giuseppe Cultrera ha dedicato al De Vita uomo e pittore sempre su oltreimuri.blog in Giovanni De Vita: poeta solitario della luce. 

Pere vanitose, acquerello, 1952

Attratto dall’arte sin dalla più tenera età, De Vita si reca a Messina per apprendere le prime nozioni pittoriche. Dopo aver dimostrato una spiccata abilità, riesce a mettersi in mostra nella città dello Stretto tanto da ottenere la commissione di due tele sacre, poi collocate nei santuari mariani di Chiaramonte Gulfi e di Viterbo.

Tornato nel paese natio, alterna opere di studio alla decorazione parietale di alcuni palazzotti, inseguendo i gusti della committenza. Ma l’equilibrio raggiunto e il discreto successo d’artigiano locale vengono scossi dalla partenza della sorella Cristina per l’Argentina. Al quarantaduenne chiaramontano non resta che seguirla, proiettandosi in una realtà urbana del tutto lontana dalla chiusura paesana.

Riposo, acquerello, 1952

De Vita giunge in Sud America nel 1948 e di lì a poco si iscrive ad una scuola di nudo. I quadri che seguono questo periodo rispecchiano il desiderio di una nuova sperimentazione artistica modulata attraverso i canoni del classicismo figurativo che gli resteranno cari per tutta la vita.

Difatti, in “Con la Venere” il pittore abbandona il paesaggio ibleo per una raffigurazione che definirei accademica: una statua di donna, decollata e dagli arti monchi campeggia su un tavolino posto in primo piano sul quale sono riposti oggetti di poco valore. Rispetto al delicato tratteggio precedente, i colpi di pennello risultano ora più spessi ed evidenti, corrono lungo il busto della Venere, si condensano nelle zone d’ombra donando volume. I vasi in primo piano, colpiti dalla luce proveniente da sinistra, sono resi con cura meticolosa, tanto che i singoli vimini divengono visibili; la stilizzazione dei pennelli crea un contrasto che si sposa con lo sfondo indefinito.

Con la Venere, olio su tela, 1950

Particolarmente intimo risulta l’acquerello “La modella tutta per lei”. Questa volta la Venere acquista un capo, delle braccia e delle carni rosate ma non perde né la staticità statuaria né la compostezza per posare di fronte ad una pittrice che abbozza la sua figura su una tela. Un gradino divide le due figure, creando una distanza spaziale e concettuale tra chi viene rappresentato e chi, con la propria abilità, rappresenta.

La modella tutta per lei, acquerello, 1951

Come in questo caso, i titoli delle opere di De Vita si presentano molto arguti, anticipatori delle intenzioni figurative del pittore o particolarmente ironici. Un caso emblematico è quello de “L’inquisitore” nel quale un pappagallo variopinto sovrasta e osserva con sguardo giudicante un passerotto dall’alto del suo trespolo, in mezzo ad una giuria composta da bottiglie e frutti maturi.

L’inquisitore, acquerello, 1951

Ma il periodo argentino, caratterizzato da un attivismo artistico profondo culminato nella partecipazione a mostre ed esposizioni nelle principali città dello stato, termina nel 1957 quando Cristina e Giovanni fanno ritorno a Chiaramonte; per il pittore si chiude una stagione turbinosa e prolifica testimoniata da quadri di stampo accademico e vedute.

Nel paesino ibleo riprende l’attività di decoratore ottenendone una discreta fama, che purtroppo non ricade sui suoi quadri riposti nella casa di via Castello divenuta studio. Nonostante questo, De Vita dedica buona parte del suo tempo alla composizione di nuovi quadri che, specchio della sua stessa vita, divengono sempre più solitari e serafici. Con l’autoritratto in idropittura “Ego sum” il pittore da fondo alle sue introspezioni, il suo sguardo sicuro si rivolge al futuro senza timori. Al contempo, è rivendicazione della propria esistenza nel mondo o, per meglio dire, il desiderio di ritagliarsi uno spazio attraverso la propria arte. Parafrasando la celebre citazione cartesiana “Penso, dunque sono”, con questo quadro De Vita sembra dire “Dipingo, dunque esisto”.

Ego sum, idropittura, 1965

L’arte di riflessione sfocia in produzioni oniriche. È il caso di “Un grappolo di illusioni” nel quale un bimbo tiene un palloncino in mano all’interno di una botteguccia dagli scaffali colmi. Sembra che il pittore abbia immaginato sé stesso fanciullo, con tutte le illusioni proprie della giovane età, incarnate negli otto palloncini appesi, irraggiungibili per la minuta statura del bimbo. La qualità stilistica raggiunge con questa tela la sua piena maturità.

Un grappolo d’illusioni, olio su tela, 1967

I risultati pittorici raggiunti vengono riproposti in “Api” divenuto acquerello nel 1975 dopo un primo abbozzo fatto in china nel ’39, a dimostrazione che De Vita attuò sulle sue opere un continuo labor limae in più e lontane riprese.

Api, acquerello, 1975

Nel corso della vecchiaia si rifugia nelle vedute iblee. Tra i quadri del periodo merita di essere citato “Scale musicali”, ritraente un tramonto in via Castello, che dona ad ogni gradino una tonalità diversa, quasi a ricordo di note differenti.

La sua arte si muove tra gli spazi, scavalca i confini cittadini per ambientarsi nella campagna. Le case della via, poggiate le une accanto alle altre, vengono sostituite dagli ulivi che costeggiano un viottolo in “Il viale”. Qui una bambina si disseta ad una fontana ma a causa dello zampillo troppo alto è costretta a stare sulle punte per meglio sporgersi in avanti.

Scale musicali, tempera, 1976

In conclusione, l’opera di Giovanni De Vita rimane coerente in sé stessa, fedele al suo classicismo, alla delicatezza del tratto e del colore che trovano eccellente attuazione nell’acquerello, tecnica nella quale il maestro eccelse. Ma l’impiego di diversi strumenti pittorici, quali i colori ad olio, le tempere, fino all’idropittura, dimostrano quanto De Vita abbia tentato di esplorare varie rese stilistiche. I suoi quadri sono specchio di un lavoro lungo e solitario, infaticabile anche nelle magre fortune, frutto di una passione che accompagnò il maestro a Messina e in Argentina, fino al ritorno a casa, luogo nel quale la sua arte era nata e al quale era ed è indissolubilmente radicata.

 

Il viale, tempera, 1978

di V. La Cognata, M. Barresi, M. Iacono e V. Castagna

Tra i curtigghi e i carrugghi, tra le piazze e i palazzi dell’antica nobiltà, Chiaramonte nasconde e custodisce uno scrigno di arte e cultura straordinario, che si traduce e declina in ben dieci musei. Lo scopo loro affidato è il più nobile che si possa avere in una città: preservare la memoria e l’identità di un’intera comunità.

Mosaico di immagini provenienti dai diversi musei

Eppure, chissà perché, non sempre riusciamo a valorizzare appieno il patrimonio culturale che abbiamo a disposizione. Anche il presentarsi al mondo come “città dell’olio e dei musei” imporrebbe delle responsabilità che iniziano dalla conoscenza reale di ciò che si possiede, dalle problematiche insite alla loro gestione, per arrivare ad esprimere al massimo grado le potenzialità di cui si dispone. Ecco perché al fine di colmare le nostre stesse lacune, abbiamo provato a scavare un po’ più a fondo nella problematica, tentando contestualmente di lanciare (a mo’ di sfida) delle proposte concrete.

Museo del ricamo dello sfilato siciliano

Partiamo da una premessa. La concezione del museo di oggi non può più essere considerata quella di un tempo. La sensibilità verso questa forma di cultura è cambiata, la tecnologia stessa ha messo a disposizione nuovi strumenti e creato nuove potenzialità. I fruitori del 2021 chiedono che un museo sia un’istituzione viva, inclusiva, interattiva e dinamica, capace di mettere in campo anche attività di ricerca, di comunicazione e formazione. Tali aspetti erano alla base della riforma Franceschini avviata nel 2014, che aveva come obiettivo proprio quello di porre i musei su un percorso di modernizzazione. L’obiettivo purtroppo è stato raggiunto parzialmente. Soprattutto le piccole realtà sono rimaste indietro.

Museo degli strumenti etnico-musicali

È il caso dei musei di Chiaramonte, che per lo più versano in una condizione di arretratezza concettuale e in stato di abbandono che dura da anni. L’impostazione (a parte l’eccezione della mostra permanente più recente) poteva anche andare bene trent’anni fa, ma non è più attuale né capace di creare suggestione ed emozione nel visitatore. Non tocca certo a noi indagare sui perché questo è avvenuto e nemmeno siamo interessati a cercare i responsabili, ma dobbiamo comunque registrare quest’antica verità per ripartire. Allo stesso tempo vogliamo anche sottolineare i passi degli ultimi mesi verso la giusta direzione dovuti alla nuova gestione (creazione del marchio dei musei, creazione di un sito web che offre informazioni e servizi, attività di marketing mirate). 

Museo delle botteghe dei mestieri (Lattoniere)

Nella nostra visita dello scorso luglio abbiamo registrato la mancanza persino di cose banali: le indicazioni in lingua inglese per i turisti stranieri, la garanzia di un’adeguata manutenzione delle strutture (porte che non si aprono o addirittura il malfunzionamento di un impianto elettrico che tiene spesso al buio un intero museo) e la pulizia stessa degli ambienti esterni. E che dire della Pinacoteca De Vita oltre i limiti della fruibilità? La sciagurata scelta di mettere dei vetri di protezione sui quadri (per loro natura riflettenti) e un’illuminazione totalmente errata impediscono l’apprezzamento dei dipinti. 

Pinacoteca De Vita

Perché poi non accorpare quelli tra loro più simili e scorporare quelli che invece nulla hanno in comune? Lo step successivo potrebbe essere quello di intensificare la progettualità (un museo va di continuo aggiornato e ampliato se possibile) e l’introduzione di elementi originali capaci di poter creare una vera e propria “esperienza museale”. Concetti per la verità non nuovi, esistono da trent’anni, ma evidentemente faticano ad arrivare fino alle nostre periferie.

Mostra permanente di arte lignea

Insomma, le criticità sono molte, ma moltissime potrebbero essere le idee da sviluppare, qualcuna delle quali, ci rincuora sapere, è già in cantiere. Posto che il problema non sia l’attuale gestione, né la mancanza di idee, né la volontà di volerle realizzare, rimarrebbe insoluto piuttosto l’annoso problema delle risorse economiche da impiegare. I fondi dove potrebbero essere reperiti? Un sistema di finanziamenti che ovviamente non gravi soltanto sulle tasche comunali, ma possa attingere a fondi europei e anche privati?

Casa museo del Liberty

Adotta un museo” potrebbe rappresentare almeno in parte la giusta soluzione! Non soltanto lo slogan della nostra proposta. Se si può adottare uno spazio verde nelle città, perché non si potrebbe fare la stessa cosa per i musei?

Museo dell’Olio

Come sappiamo, quasi tutti i musei chiaramontani rispecchiano più o meno delle realtà produttive ben salde nel nostro territorio. Quello dell’olio, ad esempio, potrebbe rappresentare alla perfezione la possibile applicazione pratica della nostra idea. Perché sono tante le aziende che si occupano della produzione del nostro pregiatissimo olio e lo vendono in tutto il mondo.  Queste potrebbero spontaneamente farsi carico della gestione o di almeno una parte delle spese per l’ammodernamento e l’ampliamento del museo. Non soltanto per disinteressata generosità verso la collettività, ma anche perché esistono delle facilitazioni fiscali e per ricavarne uno spazio di visibilità per le loro aziende o la disponibilità per creare eventi specifici. 

Mostra permanente di reperti archeologici

La stretta collaborazione tra istituzione museo e i frantoi locali potrebbe produrre benefici comuni a tutto campo, anche creando percorsi ad hoc che permettano al visitatore di “fare esperienza” nell’evoluzione della produzione: dagli strumenti arcaici presenti nel museo fino a poter apprezzare dal vivo una modernissima azienda in azione. Ovviamente con la possibile esperienza olfattiva e degustativa del prezioso oro verde. Modelli simili potrebbero essere applicati anche per gli altri musei fatta eccezione per quello ornitologico (chiuso al momento) che meriterebbe un discorso a parte. Ma non è questa la sede.

Dal passato al presente…

L’iniziativa “Adotta un museo” avrebbe dunque lo scopo di fare rete tra mondo produttivo e strutture museali, in modo da soddisfare interessi individuali e collettivi in un rapporto a somma positiva per il territorio. Si offrirebbe così un’immagine viva, positiva e innovativa della comunità. Questione di essere aperti alla sperimentazione e mettersi alla prova.

La riproduzione lignea della statua di San Vito e del suo baldacchino

Crediamo infatti che i musei non possano essere più visti soltanto come oggetto di “patriottico vanto”. Perché nei fatti li sentiamo distanti da noi, a tratti estranei e non li riteniamo nemmeno una risorsa per la comunità (non a caso uno dei più stupidi luoghi comuni è: “con la cultura non si mangia”). Ma bisogna fare lo sforzo di vederli adesso in una luce nuova, capaci di poter fare sistema con le realtà produttive del territorio, ove possibile.

Chiaramente si tratta di un progetto ambizioso, che fa leva sulla sensibilità dei singoli e sulla volontà di miglioramento e innovazione, ma siamo fiduciosi. Con la giusta spinta si potrebbero realizzare progetti molto importanti per il nostro futuro.

Panoramica di una sezione del museo dell’olio (Ph V. Cupperi)

di Giuseppe Cultrera

La definizione di poeta solitario della luce ben si adatta a delineare il profilo artistico ed umano del pittore chiaramontano Giovanni De Vita (1906–1990), cui il comune di Chiaramonte ha dedicato una pinacoteca permanente, dove trovano collocazione le oltre 50 opere donate alla sua città.

Chi ha conosciuto quell’uomo minuto – vestito beige stazzonato, camicia bianca e cravatta, perenne nazionale fra le labbra, dalla voce sommessa ma calda – sa di cosa stiamo parlando. Negli ultimi tempi, anni settanta e ottanta, lo si trovava abitualmente nel suo laboratorio-abitazione di via Castello, una stretta via a gradoni che dal centro urbano conduce alla sommità della collina, dove una volta era il castello dei Chiaramonte, via magicamente ritratta in molti suoi dipinti (il più poetico si intitola Scale…musicali, ed è una soffusa sinfonia di colori cangianti!).

Il maestro Giovanni De VIta (1906-1990)

Qui, gli amici di sempre, i vicini, gli occasionali visitatori, lo trovavano intento a schizzare un progetto, ritoccare un dipinto messo da parte qualche mese prima, completare un luminoso acquerello; c’era tempo sempre per una discussione sulla sua concezione dell’arte, disincantata ed ironica, sulle vicende umane del paesello o del paese Italia, distaccata e pessimistica quasi sempre: C’era sicuramente tempo per un consiglio artistico professionale agli amici artigiani (me lo conferma Sebastiano Catania, abile intagliatore del legno, vicino di bottega).

Se ne andò in silenzio ad inizio estate del 1990, in punta di piedi (ricordo il suo abituale “scusate, tolgo il disturbo” quando aveva impressione che la conversazione si fosse protratta): ce ne accorgemmo subito di quanto fosse invece importante la sua presenza umana ed artistica in questo piccolo paese e di quanto, tutti, ne avessimo fatto poco tesoro.

Chiaramonte Gulfi. La via del centro storico dove viveva e la sua modestissima casa

L’area iblea lo aveva conosciuto ed apprezzato, molti avevano evidenziato la maturità tecnica e la soffusa poesia, ma la valorizzazione e il riconoscimento esterno, quello della cultura ufficiale, non giunse mai. Anche dopo la sua scomparsa la solitudine, torna ad essere presente.

Il percorso artistico ed umano del pittore Giovanni De Vita resta chiuso nel ristretto ambito ibleo e nell’ancor più ristretto ambito del paese di montagna che gli diede i natali e dove trascorse la maggior parte della vita, tranne una breve parentesi di un decennio vissuta in America Latina.

1948. “Api” matita all’acquerello

La formazione artistica, nel primo e secondo decennio del secolo, ancorata al classicismo figurativo, si fossilizza per tutta la vita, adagiandosi sull’impianto tecnico e nozionistico di questa prima fase ed accogliendo solo riverberi delle successive correnti e presenze artistiche, specie nella fase dinamica argentina degli anni cinquanta.

Ciò non toglie che il pittore De Vita riesca ad affinare ed irrobustire la sua personale ricerca artistica, fino a raggiungere un grado di perfezione estetica e formale elevato: specie nelle tempere e nell’acquarello.

1951. (Da sinistra) “L’Inquisitore” e “Criticando”, acquarelli

La prima fase scolastica e di apprendistato artistico avviene a Messina dove, tra l’altro, frequenta lo studio di uno scenografo. Capacità e qualità raggiunti dal giovane pittore sono testimoniate dal prestigioso primo «premio ex aequo» per la realizzazione del “Cartellone” relativo al Duomo da poco ricostruito, dopo il terribile sisma del 1908. Salda formazione e capacità tecnica troviamo, pure, nelle due prime commesse: la grande pala della Pietà per il Santuario di Gulfi nel suo paese, ed una similare per la chiesa di S. Maria in Poggio (Viterbo).

Anni ’50, periodo argentino. “Scamiciati”, pittura ad olio

Rientrato a Chiaramonte alterna lavori di decoro per edifici privati, dipinti su commissione e produzione artistica per mostre e concorsi. Molti lavori di questo periodo, all’interno di edifici privati, sono scomparsi per i continui restauri, ma da uno ancora visibile, nel Palazzo Montesano datato e firmato «Giovanni De Vita, 1937» con rappresentazioni di paesaggi campestri e vedute, possiamo apprezzare la levità del colore e intuire il debito del De Vita al primo Novecento.

Anni ’50, periodo argentino. “La Boca”, acquarello

De Vita che non si sposerà, vive con la sorella Cristina, esperta ricamatrice e conduce una vita modesta. Quando nel 1948 la sorella si trasferisce in Argentina, per lavoro, il pittore la segue. E’ nel fiore degli anni ed ha voglia di lavorare ed esprimere il proprio estro artistico ed il lavoro non manca: decorazione di interni, dipinti per arredo, incisioni e disegni per pubblicazioni.

Ritratto della sorella Cristina, olio

Frequenta la “Scuola del nudo”, partecipa ad estemporanee, collettive, mostre, è presente tutti gli anni, dal 1950 al 1956, ai “Saloni Annuali” di Bueonos Aires, Santa Fè, Rosario, Tendila, Avellaneda, producendo una grande quantità di opere.

Sul finire del 1957 rientra a Chiaramonte, assieme alla sorella Cristina. Si stabilisce nella casa paterna di Via Castello, una serie di stanze a pianterreno con porte-finestre che si affacciano sulla strada; due delle quali diventano il suo laboratorio pittorico. Lavora assiduamente, per privati, associazioni e chiese, decorando interni, restaurando precedenti dipinti. Di questi anni sono i quattro ovali della Società operaia Vittorio Emanuele III, in piazza Duomo, raffiguranti monumenti della città: L’arco normanno dell’Annunziata, il Santuario di Gulfi, la chiesa di S. Vito, il prospetto della chiesa Madre.

1954. “Brillio di metalli” (in alto), olio, e “Composizione con pesci”, acquarello

In molti palazzi nobiliari eseguirà tempere per le volte dei saloni. Gli interventi in alcune chiese (eleganti e freschi gli angeli fra nuvolette nell’abside del Salvatore), ed in varie edicole sacre, per le quali appronta il dipinto devozionale, denotano una ricerca estetica e formale che coniuga canoni tradizionali e moderne acquisizioni finalizzandole ad una calibrata resa figurativa.

E’ questo il momento, a cavallo degli anni ’60, in cui il pittore De Vita, molto richiesto per i lavori decorativi, ha più disponibilità per i dettami della committenza (la saletta del Ristorante Majore, con una serie di trompe-l’oeil, raffinati ma non leziosi, è ancor oggi visibile) e si libera di un solipsismo sempre latente, specie nella produzione pittorica a tempera ed acquerello.

Saletta del Ristorante Majore. Una serie di raffinati trompe-l’oeil

Il soggetto delle opere, sia quelle con una funzione pratica o decorativa, che quelle più squisitamente di libera creazione, trae linfa e spunto dal paesaggio umano e naturale di questo lembo della Sicilia d’oriente; affondano invece in radici colte ed umanistiche le ricercate titolazioni, che egli appone, assieme alla firma ed alla data, quasi ad ogni opera, trascrivendola nel retro o su foglio apposito. Molte sono leziose, altre ostentatamente colte (in lingua latina, in linguaggio arcaico o poetico, metaforiche) alcune sembrano dei divertenti calembour, tutte denotano il personale apporto dell’autore.

Negli ultimi anni si dedicò al solo ed esclusivo lavoro in studio; spesso ritoccando o rielaborando precedenti lavori, riproponendo a volte un soggetto che gli era più congeniale o gradito (ciò avveniva specialmente negli acquerelli) mentre selezionava un corpus di opere che già aveva destinato a rappresentarlo nel futuro. De Vita era modesto, ma aveva una forte autostima, era certo, come leggiamo in una breve autobiografia autografa, «di non essere un genio… ma neppure l’ultimo degli imbecilli!».

1965. “Ego sum” (autoritratto), acquarello

Negli ultimi tempi non vendeva più. Ma anche nel passato era stato restio a vendere a tutti i costi; alcuni dipinti che egli amava particolarmente, o che già aveva individuato per la collezione «a futura memoria» non erano cedibili. Non era interessato molto al denaro: “Quel tanto che basta per vivere” diceva. In questo senso va la sua disponibilità e generosità nei confronti di coloro che volevano accostarsi all’arte ed alla scuola pittorica.

Tenne gratuitamente molti corsi estemporanei, a Chiaramonte, a Ragusa con la benemerita “Promotrice delle Arti”, diretta dal dinamico Angelo Campo, che fu uno dei suoi maggiori estimatori ed il critico che maggiormente se ne occupò; anche nella sua bottega era disponibile a brevi corsi o lezioni per i ragazzi volenterosi e appassionati. Smise, perché confidava di sentirsi stanco: ma aveva già ottant’anni passati e pensava ad una lezione più duratura e più ampia, destinando il meglio della sua produzione a tutti i suoi concittadini.

Chiaramonte Gulfi. Il grande quadro di San Paolo che si trovava in fondo all’omonima via. Oggi nella pinacoteca di Palazzo Montesano

Nel maggio 1990, nei locali della Biblioteca Comunale, nello splendido Salone centrale, fu allestita una antologica (il testo del pieghevole che la presentava fu approntato dal suo più entusiasta estimatore, Angelo Campo). Ricordo il maestro De Vita che nei dieci giorni della mostra fu quasi presente ogni giorno; passeggiava tra i suoi quadri, si intratteneva con i visitatori spiegando, discutendo, sempre con quel lieve sorriso, sfuocato nel fumo della inseparabile nazionale; rispondendo con garbo, a chi gli aveva chiesto il costo di un quadro, che quella era una raccolta del meglio delle sue opere e che non vendeva, anzi il tutto era destinato, ove il Comune di Chiaramonte fosse disponibile a darne sistemazione stabile, in dono alla sua città.

1979. “Sereno”, acquarello

Quei dipinti sono oggi la Pinacoteca De Vita: i parenti esaudendo il desiderio del maestro li hanno donati alla città di Chiaramonte, che ha destinato ad esposizione permanente alcune sale del palazzo Montesano. Sono 51 opere che raccolgono la prima produzione, il periodo argentino e la maturità. Nelle tempere, gli oli e specialmente negli acquerelli, si decanta la poetica di questo uomo del sud espressa attraverso la luce dei paesaggi iblei. Un uomo che ha scelto un piccolo paese posto in cima ad una collina come approdo primo ed ultimo, rinunciando persino ad una ipotetica ascesa nel mondo artistico (ma questa, lo sanno bene tutti i siciliani, è stata ed è la loro perenne dannazione).

1986. Il maestro De Vita insieme a Leonardo Sciascia
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