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di Vito Castagna

Roma, 1960. Il giovane Antonio Magnano riceve una lettera dal padre. Con una calligrafia incomprensibile, gli ordina di tornare a Catania, sua città natale, e di prendere come moglie una sconosciuta.  

Questo l’incipit de Il bell’Antonio, film diretto da Mauro Bolognini e ispirato al celebre romanzo omonimo di Vitaliano Brancati. La sceneggiatura scritta a quattro mani da Pasolini e Visentini mantiene intatta quella nota di malinconica denuncia che si palesa nel libro, non tradendo quel gioco degli eccessi che lo hanno reso celebre. Perché difatti, l’Antonio interpretato da Marcello Mastroianni è considerato a furor di popolo l’uomo più bello di Catania, un Don Giovanni che non può non essere corrisposto.  

Marcello Mastroianni

Ma superata questa maschera, ci si accorge quanto il protagonista sembri indefinito, un adulto dai tratti fanciulleschi, quasi femminei. Lo spettatore si trova di fronte ad un ermafrodito”, tanto attraente quanto incapace di riprodursi.  

Ed è qui che si raggiunge il nocciolo della questione, il paradosso dell’eccesso: l’uomo più bello della città etnea, il più conteso e voluto dalle donne, è impotente. A fargli da contraltare, vi è il padre, Alfio Magnano (Pierre Brasseur), un borghese che ostenta la sua virilità, fiero delle fantasiose scappatelle che gli abitanti di Catania affibbiano al figlio. Nonostante ciò, secondo i disegni paterni, Antonio dovrà sacrificare la sua bramosia d’amore per un matrimonio di convenienza, quello con Barbara Puglisi (Claudia Cardinale), appartenente ad una delle famiglie più influenti della città.  

Claudia Cardinale e Marcello Mastroianni

Le premesse non sembrano delle migliori ma l’amore tra i due attecchisce. Eppure, non è destinato a durare.  

Con questa pellicola, Bolognini apre un solco nella società siciliana, palesando le insicurezze celate dietro un ipocrita machismo. Antonio è un diverso in un mondo che riconosce la sessualità solo come atto fisico e lui, in quanto impotente, non può essere considerato uomo. 

La sua impotenza è uno stigma così infamante, da superare di gran lunga quello del “cornuto”.  

Lo stesso amore di Barbara viene travolto dalle ingiurie, il suo rifiuto al marito è patrocinato dalla Chiesa che è disposta a sciogliere il vincolo del matrimonio. Un altro paradosso: come si può spezzare ciò che non può essere spezzato?  

A nulla vale la strenua e inutile opposizione del padre di Antonio alle malelingue. In verità, non è rivolta al bene del figlio, bensì alla salvaguardia del proprio nome perché, rispettando la verticalità patrilineare, l’onta dell’impotenza discende dal figlio al padre, infestando l’intero albero genealogico.  

Solo la madre del ragazzo (Rina Morelli), ne ricerca le cause frugando nel campo dei sentimenti, ma la sua è una reazione di difesa inconscia di Antonio, un afflato di maternità, non un rifiuto consapevole al preconcetto in quanto tale.  

In questo film, Mastroianni sveste i panni del latin lover che gli erano stati cuciti addosso. Nella sua biografia, scritta da Matilda Hochkofler, dirà: «Le proposte che avevo avuto dopo La dolce vita erano tutte da conquistatore, da amatore che batte i locali notturni. Amai subito demolirla questa immagine […]». 

Marcello Mastroianni

L’interpretazione di Claudia Cardinale non sfigura di fronte al divo: incantevole e gelida, risoluta e ottusa. Anche la sua Barbara è una perdente, schiacciata dai disegni della propria famiglia.  

La macchina da presa di Bolognini inquadra Claudia e Marcello in nuove pose, si sofferma sui primi piani, sugli sguardi silenti. Dedica caroselli alla Catania barocca, di via dei Crociferi e di porta Garibaldi.  

Chi pensa che Il bell’Antonio sia una critica contro l’ostentata virilità siciliana, che tanto facilmente parlava di onore, si sbaglia. Come già detto, questa pellicola ha il pregio di muoversi per eccessi: il più bello ma impotente viene calato in una delle realtà più retrive, affetta dalla chiusura isolana. In fondo, qui vi è l’affresco di «una Sicilia metafora del Mondo», di una repulsione nei confronti del diverso che unificava la Penisola.  

 

Recensione precedente – Il signore delle formiche

di L’Alieno

Circa un anno fa scoppiò tutta una polemica sui cumuli di spazzatura denunciati da Selvaggia Lucarelli in vacanza a Noto. Tanti accusarono la giornalista di voler fare solo del protagonismo, invitandola a farsi i fatti suoi e a rompere i cabbasisi altrove. Ma cosa è cambiato da un anno a questa parte?

È cambiato sí qualcosa, ma in peggio. Le discariche a cielo aperto, dopo un anno, sono cresciute in misura esponenziale, facendoci fare una storica figuraccia di fronte ai tanti turisti che hanno affollato la nostra isola per tutta l’estate. Ma noi non ci siamo strappati le vesti più di tanto. L’assuefazione allo schifo alla fine ha prevalso. E non c’è angolo di Sicilia dove questo problema non abbia assunto una piega drammatica.

Ne hanno parlato con toni sconfortanti diversi blog e siti giornalistici italiani ed esteri. Niente. Le discariche abusive, spesso nelle piazzole di sosta delle strade, lì erano e lì sono rimaste. In altre parti d’Europa il dibattito sarebbe stato feroce e avrebbe coinvolto politica e società civile tra polemiche infuocate. Ma da noi sembra aver riscosso quasi più interesse la morte della Regina Elisabetta.

Apro una parentesi. Risulta perlomeno bizzarro tutto questo interesse per una regnante straniera, anche se ha rappresentato un lungo pezzo di storia (con diverse ombre, a dirla tutta). Ancora più bizzarro per un paese che del suo Presidente della Repubblica Mattarella, probabilmente non conosce nemneno il nome della moglie e quanti figli abbia.

(Sopra) La Regina Elisabetta, i suoi nipoti e le rispettive mogli. (Sotto) Il Presidente della Repubblica con la figlia Laura e la moglie Marisa. Mattarella ha anche due figli maschi, Bernardo Giorgio e Francesco. (foto corriere.it)

Torniamo però alla spazzatura sicula. Mi chiedo quanta importanza sta avendo questo tema nella presente campagna elettorale per le regionali. A me sembra molto poco. Quanti e quali partiti hanno le idee chiare sul da farsi per risolvere, una volta per tutte, questo gravissimo problema? Solo indicazioni vaghe. Nulla di più.

Pare proprio che i temi ambientali non interessino granché in Sicilia, né i partiti né la società civile, a parte qualche realtà ambientalista. Sembrano essere molto più interessati i turisti che vengono da lontano e rimangono basiti due volte arrivati nella nostra isola: uno per la sporcizia, l’altro per il nostro fatalismo indolente.
“Amma pinsari sempri o mali?”. Il problema è così risolto alla radice.

(Foto Corriere della Sera)
Marina di Acate. Plastica seppellita nella spiaggia (foto Capitaneria di porto di Pozzallo)

di Vincenzo La Monica

Si può togliere l’isola a una siciliana? E il mare che di quell’esperienza è orizzonte, frontiera, sostanza, arto? Lo si può amputare?
L’essere o non essere che ogni isolano traduce nel dubbio sull’andarsene o il restare, rivela la consapevolezza di dovere prima o poi scegliere: meglio rimanere e soffrire per lunghi anni il rovello del prigioniero vezzeggiato, (una cella con vista mare) o meglio lasciare l’isola così come si viene meno a un principio, accettare l’inesorabile creazione di una frattura all’interno della propria esistenza e vagare storpio, ma salvo, su strade aliene, a rigirarsi per sempre la nostalgia nella piaga?

A meno che non si abbia la sensibilità poetica di Dolores Carnemolla che nel suo ultimo e lungamente atteso libro di poesie, intitolato, appunto, “Senza il mare”, ricrea la sua isola nell’arte, con un’originale operazione di geografia sentimentale. I versi come un perimetro di costa. E un sottotitolo che accende un paio di candelotti di dinamite sotto tutte le parole scritte finora: versi della gratitudine.

Dolores Carnemolla

“Senza il mare” è infatti un libro che scioglie il canto dell’abbandono, anche quello più atroce, nella pace ritrovata degli affetti, nella sorpresa di esserci, nel sì alla vita, nonostante tutto. Si leggano i versi programmatici della poesia che dà il titolo alla raccolta:
Mi sorprendono
L’ondeggiare dei giorni
I bilanci degli anniversari
i lutti rassegnati
le rinascite impazienti
i sogni vagabondi.
Mi sorprendono
le estati senza il chiasso,
le notti senza il mare.

Dolores è una poeta (dicitura che lei stessa preferisce a poetessa) che ha conosciuto il dolore e ha deciso di innalzare ugualmente un canto alla pienezza della vita. Sa bene che l’esistenza è impasto di una materia dolorosa e sceglie di usarla per dare sostanza ai suoi componimenti: lo strazio di essere una figlia lontano nello spazio, mentre il padre muore nel pallore di un tramonto, l’addio alle due madri, la Sicilia e la donna che l’ha messa al mondo, il pianto che irrompe in una festa, l’ignoto destino di un bambino morto in grembo, prima di vedere la luce.

Si prenda come esemplare di questo dolore universale la poesia. Questo stare dove l’angoscia della persona chiusa in casa nei mesi del lockdown, nella coercizione della TV che trasmette la contabilità dei morti di Covid si trasforma in una pietà che avverte vibrare in quelle cifre spoglie le presenze di padri e madri, nonni e nonne, zii e zie, sorelle, fratelli, amici. E al loro ultimo respiro dedica un verso avvolto in un fazzoletto, legato con lo spago a un fiore di marzo.

(Foto aliadonne.it)

Sul versante opposto di questo mare doloroso, all’ultimo rigo di un dialogo continuo tra i sommersi e i salvati (si legga anche l’intensa “Voi sconosciuti”) c’è l’approdo della nuova famiglia e della Romagna, la regione in cui Dolores vive e lavora come giornalista.
La vita gronda anche di gioia, fa capriole nei versi per l’uomo amato, si scioglie in carezze silenziose per i figli addormentati, indugia sui sentimenti che la poeta prova per loro, a lungo. In questa sezione della raccolta si raccoglie e celebra la pazienza dei giorni, la prontezza delle risposte, il mistero della vita che si fa chiaro, lo sciogliersi della languida catena che lega i vivi ai morti e la scoperta, nella forza della maternità, di essere ponte tra nonni che se ne vanno e nipoti che vengono.
Sull’altalena
Si leva l’essere figlia
Si china l’essere madre
Non ho che le mie parole
Per sentire che qualcosa sono
[…] un giorno su un cuscino di parole
Mi distenderò

(Foto repubblica.it)

E se pure persiste la sensibilità per l’orrore e la capacità di indagarlo (Mi capita di notte di intuire le viscere. Le rifuggo.) la poetica a cui è approdata Dolores preferisce la vita che si ostina e benedice nonostante i lutti, gli addii, i mai più.
In quello che potrebbe apparire, secondo la definizione di Attilio Bertolucci, “un libro di casa” Dolores ci confessa invece non i propri appunti di diario, ma la quiete per una rivelazione che è finalmente arrivata, nata dallo scontro quotidiano tra ciò che si è perso e ciò che si è trovato. Un’epifania che pare alla fine dire: sì, sono orfana di padre, di madre, di mare, ma sposa di un cielo, fatta di pace per partorire stelle.

di Giuseppe Cultrera

Le edicole devote sono una presenza familiare nel territorio ibleo. Molte ancora sopravvivono –  pur se private spesso della icona o saccheggiate –  a testimonianza di un passato in cui furono in simbiosi con l’uomo e il paesaggio, segni e luoghi del sacro.

Fiuredde solitarie
Ragusa, contrada Cento Pozzi

Chi le eresse volle sacralizzare il territorio sottraendolo alle forze del male. E pose le immagini dei protettori celesti al margine dei campi, nei quadrivi, nelle vicinanze delle sorgenti, sulle cime di alcune alture; accanto alla propria abitazione, nel prospetto o nei pilastri (pulere) di accesso al fondo. Divennero, nel tempo, patrimonio della comunità che in quei luoghi stava e di coloro che in seguito vi abitarono. Legando le generazioni.

Fiuredde solitarie
Ragusa: (dall’alto in senso orario) contrada Cornocchia, c.da Papaleo, c.da Menta, c.da Pianicella, c.da Renna

Oggi, scomparsi o attenuatesi piètas e tabù, connessi al segno e al rito, le edicole appaiono sempre più un reperto di microarchitettura popolare scissa dall’uomo e dal paesaggio umano. Mentre la loro struttura, i decori e le icone contenute, non più protetti dal tabù del sacro né dalla presenza di proprietari e vicini, divengono facile preda di rapaci collezionisti.

Fiuredde solitarie
Modica, contrada Frigintini

Preservarle diviene, pertanto, dovere di tutti. Ciascuno a suo modo. Con la propria sensibilità e cultura. 
E il primo e fondamentale approccio è la conoscenza di questo ricco patrimonio di arte e devozione popolare. Catalogarle o fotografarle (come ha fatto Giovanni Tidona) è già un valido contributo. Individuandole nel paesaggio umano quali amichevoli compagne e sentinelle: magari nella passeggiata domenicale alla ricerca di aria pura, spazi appaganti, erbe e verdure spontanee (gli asparagi tra poco cominceranno a far capolino).

Fiuredde solitarie
Da sinistra: contrada San Giacomo, Ispica, Scicli

Tenerle sott’occhio, curarle persino, o invitare coloro che sono limitrofi a non abbandonarle, interessare associazioni o istituzioni, segnalando quelle più fragili. 
Anche nella più piccola e semplice fiurèdda c’è storia e arte stratificata: ma, principalmente, il racconto di relazioni, di passioni umane e religiosità popolare.

Foto: Giovanni Tidona.

Edicole iblee, il segno e il rito
Monterosso Almo, Sant’Antonio
Edicole iblee, il segno e il rito
Santa Croce Camerina
Edicole iblee, il segno e il rito
Chiaramonte Gulfi, Quattro Cappelle
Edicole iblee, il segno e il rito
Comiso, Contrada Giardinello
sacro
Ragusa Ibla

ovvero
Cosa farebbe il killer?

di Giulia Cultrera

Lo show ideato da Ficarra e Picone è apparso sul catalogo Netflix da appena due settimane, ma ha già riscosso un buon successo di critica e verrà presto trasmesso anche all’estero. Il format riprende un po’ il binomio thriller-comicità già sperimentato da Only murders in the building, compresa la critica – neanche troppo velata – a chi si improvvisa detective soltanto perché appassionato del genere poliziesco.

I protagonisti di Incastrati, tuttavia, non si limitano a ricostruire un delitto, ma cercano di entrare nella mente del killer. In che modo? Seguendo gli insegnamenti della serie tv The touch of the killer, ovviamente.incastrati

Sullo sfondo di una suggestiva Sicilia che incanta lo spettatore con i suoi splendidi paesaggi, ma al tempo stesso lascia l’amaro in bocca per via del suo complicato legame con mafia e corruzione, hanno luogo le surreali disavventure di Salvo e Valentino.

In un gioco delle parti in cui ciascuno cerca di fregare gli altri partecipanti, saranno proprio i due protagonisti a rimanere incastrati in questa matassa di intrighi, menzogne e tradimenti.

Fino al colpo di scena conclusivo che lascia in sospeso la narrazione, e anche lo spettatore. incastrati

Alcuni personaggi appaiono stereotipati e caricaturali, al solo scopo di evidenziare e denunciare le incongruenze della nostra società. E il risultato è esilarante: la gag della multa ricorda molto la trafila burocratica attraversata da Asterix e Obelix per ottenere il lasciapassare A38 ne Le dodici fatiche di Asterix. Il tutto appare così surreale ed esagerato da colpire lo spettatore e invitarlo alla riflessione.

Incastrati si rivela una serie originale e adatta a tutta la famiglia. Un prodotto genuino e privo di forzature, un mix equilibrato di mistero, sottile ironia e quel retrogusto amaro che, da sempre, contraddistingue le produzioni del duo comico siciliano.

incastrati

di Giuseppe Cultrera

Anche piccoli uomini – nel senso che non appartengono al potere né alle élites locali – possono incidere sulla storia. È il caso di Antonio Anzaldi, popolano giarratanese. Siamo nel 1837. La Sicilia è percorsa da una grave crisi sociale ed economica che il debole e miope governo borbonico affronta con paternalismo e repressione. A metà anno si aggiunge il terribile cholera morbus acuendo paure, sospetti e ribellioni. Nella provincia di Siracusa, sospinti dalle deliranti tesi dell’avvocato Mario Adorno, in molti Comuni tumulti e sollevazioni popolari sono all’ordine del giorno.

Ferdinando II di Borbone - Anzaldi
Ferdinando II di Borbone

A Monterosso il popolo esasperato dalla tassa sul macinato e dai tanti balzelli che gravavano sulla popolazione, ma non sui notabili, assalta la Cancelleria e brucia carte e archivi. I rivoltosi chiedono la sospensione immediata della tassa sul macinato e degli altri balzelli. Anzi, il loro portavoce, Giovanni Noto, accusa pubblicamente il sindaco Salvatore Noto e alcuni decurioni di essere soci occulti degli appaltatori dei dazi civici. Le cose, così, si ingarbugliano ancor di più. Il sindaco fugge via, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine, mentre il capopopolo finisce assassinato, a detta della vedova, dai poteri forti locali.La rivolta di Monterosso, Anzaldi

E così il 24 agosto giunge a Giarratana il generale Catena al comando di una milizia svizzera di 500 uomini. Per prima cosa piazza il cannone nel piano della Matrice – tanto per far capire che non ha voglia di scherzare – e chiamato il capo degli urbani, sceglie 100 di costoro da affiancare alle sue truppe. A notte fonda ordina di marciare su Monterosso: gli urbani giarratanesi vengono schierati in due file ai lati delle truppe svizzere, recando le lanterne accese. L’ordine è quello di circondare Monterosso e di piazzare il cannone alle tre Croci, nella parte culminante del paese.

Quando si fa giorno gli assediati capiscono di cosa si tratta. La maggior parte si rinchiudono in casa, qualcuno che voleva scappare viene persuaso da qualche schioppettata a desistere e rintanarsi in casa pure lui. A eccezione di uno che, mezzo nudo, riesce a fuggire, nonostante una fucilata sparata da un soldato svizzero. Episodio che per poco non causa la tragedia. Perché il generale Catena aveva ordinato di ‘spianare il cannone’ nel caso che si fosse sentita qualche schioppettata.La rivolta di Monterosso, Anzaldi

Per fortuna l’urbano Anzaldi, preposto al cannone, non eseguì il comando dell’ufficiale a latere, che era lo stesso che aveva sparato al fuggitivo. Spiegava poi l’Anzaldi che non aveva capito l’idioma svizzero: una sequenza incomprensibile di , diceva costui. L’abitato fu a un passo dall’essere distrutto. Salvo, o per l’indolenza tipica del siciliano o per l’avveduta prudenza (preferiamo pensare noi) dell’urbano Antonio Anzaldi.

La rivolta di Monterosso, Anzaldi

Il generale Catena entrò in città, arrestò un po’ di rivoltosi, parlò con i notabili e gli appaltatori del dazio e si rese conto che “quella essere stata anziché una rivoluzione, una giusta dimostrazione popolare. Deplorando quindi le angariche riscossioni degli appaltatori, e le cattive informazioni date al Governo per ottenere la forza pubblica”. Sicché fece liberare gli arrestati. Sciolse l’assedio e la stessa sera rimandò a Giarratana gli urbani.

Proverbiale è la cordiale inimicizia tra le due città di Giarratana e Monterosso: che fa data a tempi ben più remoti di questi fatti. In ogni caso la “buona azione” dell’Anzaldi non pare abbia mutato la cordialità! Ma questo è il bello del vicinato dei paesi siciliani. E possiamo egualmente dirlo per i ragusani e modicani, chiaramontani e comisani … e via dicendo.Giarratana

I fatti raccontati sono desunti da Antonio Dell’Agli (Giarratana 1851 – 1931). Un agiato possidente terriero, impegnato socialmente e politicamente che fu anche studioso e ricercatore storico. Nel 1886 pubblicò un voluminoso testo storico sulla sua patria con interessanti notazioni di costume e una mole notevole di dati storici, statistici e sociali (Ricerche storiche su Giarratana, Tip. Velardi, Vittoria).

di Vito Marletta

È il sentimento che pervade l’animo della più parte dei suoi abitanti: la rassegnazione. I siciliani, però, non solo assecondano questa loro arrendevole natura. Non sarebbe sufficiente a determinare la tragedia. Non sarebbe sufficiente a nascondere le proprie incapacità. Ad ogni occasione, sistematicamente, scatta il riflesso pavloviano del vittimismo. E allora, di volta in volta, diventiamo vittime del fato, dei Borboni, dei piemontesi e del Re, dello Stato Repubblicano centrale sempre troppo lontano e insensibile.

Amara rassegnazione – Rita Demattio, 2010

L’esempio, plastico, ci viene dall’attualità. Qualche giorno fa la Regione Sicilia ha perso 422 milioni di euro (qualcuno stima addirittura 756) stanziati dallo Stato nel PNNR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per le infrastrutture irrigue. Soldi che dovevano servire a migliorare il sistema di irrigazione a sostegno dell’agricoltura siciliana.

I progetti sono stati presentati dai Consorzi di Bonifica di tutte le province siciliane. Per chi ha voglia e tempo di scoprire cosa siano e cosa facciano questi enti c’è ampia letteratura, anche giudiziaria. Qui vi diciamo solo che costano 73 milioni di euro l’anno di solo personale ma non hanno trovato tra i 2000 dipendenti nessuno capace di finalizzare l’iter progettuale. Tant’è che hanno dovuto incaricare dei tecnici esterni per controllare la qualità e regolarità dei progetti. 31 progetti presentati. 31 progetti bocciati. Non è bellissimo?

(foto da ansa.it)

Nessun progetto è stato approvato perché non ha soddisfatto i criteri che la stessa Regione Sicilia aveva determinato insieme alle altre regioni e allo Stato.
La Sicilia ha perso anche stavolta un’occasione e  con essa svariati milioni di euro ma in moltissimi, politici (in questo caso di destra, ma in Sicilia ahimè non è questione di colore politico), giornalisti e gente comune inveiscono contro lo Stato centrale cattivo che anche stavolta “schifìa” i siciliani e la loro terra. Eppure, senza andare tanto lontani, la Calabria ne ha avuto 20 di progetti approvati.

Un vittimismo che nasconde insipienza e inettitudine. Allora tutti i siciliani sono insipienti e inetti? Certo che no. Ma evidentemente devono esserlo coloro che  prendono le decisioni e coloro che, per scelta o girandosi dall’altra parte, glielo consentono, per poter perpetuare l’eterna pantomima dell’essere vittime e senza speranza.

di Giuseppe Cultrera

Ho trattato, alcune settimane fa, delle neviere e del ghiaccio che da queste si estraeva per conservare o raffreddare i cibi. Oggi parlerò del sorbetto e della granita, che utilizzavano il ghiaccio delle nostre antiche neviere.
Quattro componenti sono alla base di questo dolce freddo: la neve, lo zucchero, il limone, il sale. Tutti e quattro, fin dal lontano passato, abbondantemente presenti nell’isola di Sicilia.

neviere
Chiaramonte Gulfi, antica neviera

Si dice che siano stati gli arabi di Sicilia, intorno al X secolo, a scoprire il “segreto” del gelato. Che era celato nell’effetto “endotermico” del sale sul ghiaccio: la combinazione dei due elementi causava un abbassamento ulteriore di temperatura di 5°-6° che consentiva di congelare il liquido che veniva in contatto con i due elementi. Bastava porre al suo interno la preparazione di sciroppo acqua, succo di limone e zucchero, e il prodigio si realizzava. In che modo, lo vediamo subito.

Intanto va detto che già in tempi più antichi – a partire dagli Assiro-Babilonesi, passando per gli Egizi, poi i greci e i Romani – la neve era stata utilizzata direttamente per raffreddare cibi e bevande: ma nessuno era riuscito a realizzare quel dolce freddo, che oggi tutti conosciamo come gelato, sorbetto, granita, semifreddo, ecc.carretto gelati e sorbetto

Ma veniamo alla realizzazione tecnica che, dagli arabi (o chi per loro) e fino all’avvento dei frigoriferi, è stata sempre la stessa, per oltre mille anni!
Il succo di limone (ma in seguito si aggiunse il latte di mandorla o l’estratto di tanti dolci frutti di Sicilia) con la giusta quantità di zucchero di canna e allungato con acqua, veniva posto in un recipiente metallico di forma cilindrica di non più di 5/6 litri, chiuso da un coperchio a tenuta stagna sormontato da un maniglione. Il cilindro andava a sua volta introdotto al centro di un grosso mastello, per lo più di legno, largo una ventina di centimetri in più del cilindro e alto fino alla base del maniglione. Completava l’attrezzatura un lungo cucchiaio in rame che dal lato opposto terminava appiattito a forma di raschino.

attrezzi sorbetto
Gli strumenti della gelateria delle origini. Da sinistra verso destra: pozzetto, sorbettiera, pozzetto per gelatiere ambulante, stufa

Ed ecco venire il turno del ghiaccio estratto dalle neviere: spezzettato in frammenti di 30-40 grammi, veniva steso sul fondo del mastello per uno spessore di circa 10 cm, e quindi irrorato abbondantemente di sale. Vi si poneva sopra il cilindro (detto anche pozzetto), e nelle intercapedini tra questo e il mastello si aggiungeva altro ghiaccio spezzettato, ovviamente assieme ad altro sale.

Adesso veniva la fase di congelamento del liquido: facendo ruotare su sé stesso il pozzetto, utilizzando il maniglione. A tratti ci si fermava, si apriva il coperchio e con l’estremità del cucchiaio, dal lato del raschino, si staccava lo strato di miscela che si congelava sulle pareti, mescolandola alla massa liquida che così accelerava ancor più il processo di raffreddamento.

Si richiudeva e si ricominciava la rotazione. Così per varie volte fino al completo congelamento della massa liquorosa. Dopo circa mezz’ora era pronto un pastoso sorbetto, una densa granita o un soffice gelato. È chiaro che i tre tipi di dolce freddo erano frutto di una leggera variante nella lavorazione, negli ingredienti, nel tempo impiegato.

preparazione sorbetto
Luigi Romana, studioso del settore, alle prese con la preparazione della granita secondo gli antichi sistemi

Con altri, ma lievi, accorgimenti tecnici e arguzie di “maestri”, per oltre mille anni si realizzò in Sicilia il gelato. E anche altrove. Dal XVI secolo da Firenze, per la genialità del Buontalenti, da Napoli, per opera dei cuochi di corte, si diffuse in Europa. Ma è Procopio Coltelli, palermitano, o catanese secondo altri, che nella seconda metà del seicento porta il sorbetto siciliano a Parigi, rendendo il Cafè Le Procope un ritrovo famoso.

Cento anni dopo molti intellettuali francesi, illuministi e liberali, lo scelsero come ritrovo abituale: Rousseau, Diderot, D’Alembert e Voltaire, elaborarono i principi della cultura moderna, probabilmente, davanti a un fresco sorbetto del Cafè Le Procope.
E se volete andarci, esiste ancora oggi a Parigi, anche se adesso è un rinomato ristorante.cafè le procope