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Silvio Berlusconi racconto

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Probabilmente tra tutte le peculiarità di questo mondo la morte è la più temibile livella (come diceva Totò) per l’intero genere umano. E se ne infischia dei titoli, dei meriti, del denaro e della fama. Tutti uguali davanti alla Signora di nero vestita, compreso Berlusconi, ahilui.

di L’Alieno (extra large)

Immagino Silvio quel giorno, sbuffare compulsivamente, afflitto per la sua improvvisa chiamata, arrivata mentre ancora aveva mille cose a cui attendere: persone da vedere, affari da definire, calciatori da comprare, donnine a cui fare la corte, “lettere dolcissime” da ricevere e mandare e… vodka da bere. E poi, impaziente, in vistoso disagio, in fila con tutti gli altri ad aspettare di conoscere il suo destino davanti alla porta dei cieli.

Ad un tratto lo vedo perdere la pazienza.
“Insomma, Signori del cielo, posso parlare con chi dirige questa baracca? È da due ore che aspetto. Mi avete strappato ai miei impegni istituzionali mentre ero atteso ai più alti livelli e adesso mi fate fare pure anticamera insieme a tutta questa… gente?”

“Ah è lei. – interviene un addetto con le ali – Deve riempire questo modulo.”

“Pure? Anche qui burocrazia? Ma quanto tempo ci vuole per sbrigare questa formalità ed essere ammessi in Paradiso?”

“Ascolti Sig. Berlusconi, qui il tempo non esiste e le regole li stabilisce il capo, che ovviamente è infallibile. Si rimetta in fila, faccia il bravo e… riempia il modulo.”

“È infallibile? Rassicurante. Troveremo insieme un accordo di reciproco interesse, allora. Tra persone della stessa pasta ci si intende sempre” e ride di gusto della sua stessa battuta, mentre l’addetto lo fissa attonito.

Berlusconi comincia a riempire il modulo.
Religione? Cristiana cattolica, ovviamente.
Peccati da dichiarare? Sono stato fin troppo generoso.
Orientamento politico? Anticomunista.
Destinazione finale preferita? Paradiso, ovvio.

“Ha finito di scrivere?” chiede l’addetto

“Si, certo.”

“Deve andare in fondo a destra. Vedrà scritto sulla porta: Giudice Istruttore.”

Berlusconi bussa alla porta indicata. Una voce autorevole lo invita ad entrare. Aperta la mezza anta si trova davanti un uomo, sopra uno scranno gigante. Sembra emanare una luce strana che lui a pelle sente ostile. Sopra una scritta: “La legge è uguale per tutti”. Ha un viso tondo, di quelli familiari visti forse in TV, la fronte spaziosa, i capelli brizzolati con la riga a sinistra e un baffo conosciuto.

Questo mi ricorda qualcuno che non mi piaceva affatto. Mah, dove l’avrò visto? – pensa – Meno male che quella scritta sopra mi ricorda i tribunali italiani. Mi tranquillizza un pochino.
“Buongiorno, sono il Cavalier Silvio Berlusconi…”

Sappiamo chi è – dice il Giudice Istruttore – mi dia il modulo. Allora. Qui dichiara come peccati che “è stato fin troppo generoso”? Vuole forse confessarmi i peccati degli altri invece che i suoi? Le spiritosaggini qui non sono gradite, Sig. Berlusconi. E gli inganni non sono possibili!”

“Inganni? Possa morire ora stesso se dico bugie… Cioè, volevo dire – con un sorriso tirato a 32 denti finti – lo giuro sulla testa dei miei figli, non ricordo di avere peccato…”

“Andiamo avanti! – lo interrompe il Giudice infastidito – Religione cristiana cattolica?”

“Certo – dice il Cavaliere sicuro si sé – La religione della Verità. No?!”

“Cos’è la Verità? – guardandolo dritto negli occhi – Cosa ne può sapere lei della Verità?”

“Cioè voglio dire – intimorito e balbettante – quella vera, quella giusta. Quella dei nostri padri.” Mentre il suo sorriso si fa sempre più ebete.

“E quella dei padri degli altri non può essere anch’essa vera e giusta?” incalza il Giudice.

“Si si, per carità, non volevo offendere nessuno – e, recuperando l’aplomb solenne con un sorriso ammiccante – Mì son sempre stato dalla parte di Dio, della mia patria e della mia famiglia.”

“E quale sarebbe la parte dove sta Dio? Sentiamo. E la patria al netto dei suoi personali interessi? E delle sue famiglie e donnine ne vogliamo parlare? Meglio stendere un pietoso velo. – e con tono assai serio – Rischia grosso in questo tribunale, lo sa?”

“No, no… ma io… io… Mi scusi se le sarò sembrato scortese. Non era mia intenzione.”
Dove avrò visto quest’insolente Giudice comunista, tra sé e sé, sempre più a disagio e controllandosi a fatica.

“Cancelliere, metta a verbale: Silvio Berlusconi, autocertifica che è, ehm… senza peccato, di religione cristiana cattolica e chiede a codesto Tribunale di essere ammesso al Paradiso dei cattolici. Ovvero nella beatitudine, contemplazione, povertà e castità eterna.”

“Come povertà e castità eterna?” Obietta stranito il Cavaliere.

“È un cattolico, no?! Allora dovrebbe sapere che le virtù più elevate per un uomo saggio e probo sono proprio la castità e la rinuncia. Fosse stato un seguace dell’Islam le sarebbero toccate 72 vergini e una eternità di lussi.”

“Come, come? sentendosi perso – 72 vergini e un’eternità di lussi agli islamici? E ai cattolici castità e povertà? Non mi pare equilibrato, mi consenta Sig. Giudice. Se la legge è uguale per tutti, tutto questo non mi pare mica equo.”

“Sig. Berlusconi, – con voce cortese ma ferma – la legge è uguale per tutti, ma nella propria fede.”

“Vedi la fregatura, a saperlo prima. – perdendo per un attimo la pazienza – Ma poi i seguaci di Allah non dovrebbero andare tutti all’inferno?”

“E perché mai? Chi glielo ha detto?”

“Me lo hanno insegnato a catechismo – risponde il Cavaliere con un atteggiamento quasi infantile – Avevo anche una zia suora che me lo diceva sempre. Una santa donna.”

“Catechismo? Suore? Quelli lavorano nel settore del marketing – sorridendo divertito il Giudice – Lei dovrebbe sapere che ci fanno un po’ per attirare i credenti dalla propria parte.

“Ma allora non si può credere più a niente e nessuno, eh? Poi, mi scusi se insisto, Vostro Onore, – sempre più preoccupato – che vuol dire vivere in povertà nel Paradiso?”

“Vuol dire non avere nulla e non avere bisogno di nulla e… godere della gioia eterna.”

“Facendo cosa tutto il tempo?” con gli occhi sbarrati.

“Niente, ma in beatitudine. Fosse stato seguace dell’Islam, invece, avrebbe potuto continuare a godere dei piaceri della carne e anche di una esistenza sfarzosa.”

“Non si potrebbe cambiare religione adesso?” chiede il Berlusca artatamente supplice.

“No. Le nostre regole non lo consentono. E se intende protestare – con una punta d’ironia – prenda pure un appuntamento direttamente con Lei, il capo.”

“Lei, il capo? Lei chi?” In un atteggiamento di quasi panico.

“Non sa che Dio è donna?” sorridendo sotto i baffi.

“Ma come? – erompe avvilito il Cavaliere – Il padre-eterno? Il vecchio saggio con la barba bianca? Quel dito maschio che dà la vita all’Adamo della Cappella Sistina?…

“L’umanità non è mai stata pronta a comprendere, purtroppo. Comunque, se desidera può cambiare la destinazione finale: Inferno invece che Paradiso.”

“E il purgatorio?”

“Ah… simpatica quella. – sorridendo di gusto – È stata un’invenzione un po’ democristiana della chiesa cattolica, per risultare un tantino più accomodante con i troppi peccatori. Sennò i credenti, spaventati, si sarebbero potuti rivolgere ad altre fedi.”

“Cioè lei mi sta dicendo – ormai senza controllo – che io dovrei supplicare ed essere giudicato da una donna per andare in un Paradiso così noioso? E che il Purgatorio è una presa in giro? Lei si renderà certo conto dell’abnormità di questa incresciosa situazione. Insomma, senza offesa, tutto questo ha il sapore della beffa, dell’imbroglio millenario. Dio donna e magari – con tono sarcastico – alla sua destra siede pure Giuda Iscariota in Paradiso.”

“Proprio così – risponde il Giudice a tono – Dove dovrebbe stare secondo lei Giuda? Perseguitato da una ingiusta fama e da due millenni di calunnie. E tutto questo perché si compisse la salvezza dell’uomo, come prestabilito dall’Altissima, che gli aveva affidato il compito più ingrato.”

“Allora a questo punto – esclama il cavaliere, tornando ad essere lo sbruffone di sempre – mi si consenta di cambiare la destinazione: alla noia eterna del Paradiso della donna Dio scelgo orgogliosamente l’Inferno! Sempre che a gestirlo sia un uomo.”

“Contento lei – risponde il Giudice con il sorrisino e la serenità di chi sta per chiudere il cerchio. – Il diavolo è un omone che ha vissuto anche sulla Terra, nella Russia comunista. E lui stesso è un comunista, rosso, biforcuto, trinarciuto e mangia pure i bambini.”

“Preferisco mille volte i comunisti biforcuti, trinarciuti e che mangiano i bambini alle donne che comandano!” Quasi urlando con gli occhi stralunati.

“Ma qui ha scritto che Lei è un “anticomunista”. O leggo male?” domanda il Giudice con fare provocatorio.

“Non ci faccia caso, è l’abitudine. sorridendo nervosamente e mostrando l’intera dentiera – Almeno quelli me li sono giocati sempre alla grande. Sono certo che troverò un accordo di reciproca soddisfazione con il Signor Diavolo comunista, che ha avuto anche l’eroico coraggio di disobbedire alla tirannia di una donna e – tirando fuori tutto il disprezzo di cui è capace – tra uomini perbene un accordo si trova sempre, con le donne mai!”