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di Luigi Lombardo

Dedicando il titolo soprattutto all’antico teatro comunale di Buccheri so che mi sono dato la zappa sui piedi, ma è una zappa che sa lavorare e se sbaglia va perdonata. Certo Siracusa ha uno dei più antichi (e belli) teatri del mondo: il teatro greco. Ma, passati i secoli, quel teatro non si usò più e andò in oblio. E allora la nuova Siracusa, consolidata sull’isola di Ortigia, ebbe presto un suo teatro? Si e no. Infatti non si può considerare un vero teatro quella struttura lignea che a partire dal 1735 si impiantò nel palazzo Vermexio, che nei decenni crebbe e si perfezionò, rimanendo sempre una struttura fuori contesto: bisognava costruirlo ex novo, cosa che avvenne solo nel 1897, anno di inaugurazione del bellissimo teatro comunale.

Il teatro comunale di Siracusa (1897) (foto da Wikipedia)

Se il capoluogo, come anche tanti centri grossi del Siracusano, vide sorgere un teatro solo dopo l’Unità d’Italia, non così fu per alcuni piccoli centri, che videro costruito assai presto un teatrino comunale, piccolo ma progettato ad hoc. Uno di questi fu il piccolo centro di Buccheri, dove la nuova classe dirigente, l’élite locale, il notabilato, volle a tutti i costi un luogo dove andare a divertirsi e insieme emozionarsi, ridere, piangere, dove conoscere il sentimento della catarsi. Insomma il teatro!

Il ricercatore Leonardo Arminio, nella sua monografia su Buccheri (“Buccheri. Dalla Contea al Principato”, p. 325), sostiene che un primo teatro fu costruito nei primi decenni del ‘700, e continua «In quel luogo divenuto luogo di incontro si esibirono notevoli figli d’arte e si esercitarono giovani dilettanti». Sostiene l’Arminio che col tempo il teatro fu abbandonato e sul suo sito nel 1864 si impiantò il palazzo municipale. Ma non è così. Lo storico locale, di solito molto attento, ha confuso un po’ le carte, ma soprattutto i luoghi.

Lo storico locale Leonardo Arminio sostiene che un primo teatro fu costruito nei primi decenni del ‘700, abbandonato nel tempo, e sul suo sito fu edificato nel 1864 il Palazzo Municipale (ritratto nella foto)

In effetti abbiamo notizia di un teatro comunale in data successiva al 1821. In questa data il teatro già esisteva nel luogo dove persisterà fino all’Unità d’Italia (attuale via Umberto, case della famiglia Galia).
Dopo il 1817, in coincidenza con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento burocratico della Sicilia, nacque l’idea nel centro montano di costruire un teatro stabile, che sostituisse quelli temporanei, costruiti in piazza, davanti alle chiese, in saloni messi a disposizione da qualche signore locale. Mentre dunque Siracusa continuava a porsi il problema, Buccheri non solo l’aveva risolto, ma cercò nel tempo di abbellirlo, di migliorarlo.

Grazie al fortunato rinvenimento di un fascicolo archivistico, conservato nel prezioso Archivio di stato di Siracusa (grazie sempre alla disponibilità del personale) siamo in grado di tracciarne la storia a partire dal 1821. In questa data il sindaco della cittadina scrive all’Intendente della Valle di Siracusa, comunicando le condizioni di affidamento dei lavori di «restoro» del teatro comunale, attraverso l’affidamento dei lavori “in economia” a un famoso artista siracusano: niente di meno che il famoso Vincenzo Politi, che si distingueva nella pittura di grandi teloni, come la tela della passione che si montava nelle chiese il venerdì santo. Infatti il Politi era ben conosciuto nel paese montano, avendo dipinto nel 1817 la tela della passione attualmente conservata nella Chiesa Madre.

Sito della localizzazione del teatro del 1824: case proprietà Galia

Il sindaco del tempo, don Giuseppe Ribera, insisteva sull’affidamento diretto al pittore della pittura delle scene, mentre la procedura prevedeva il pubblico incanto. Il Politi si era offerto ad eseguire le scene per onze 24, somma considerata congrua dai Decurioni. Nella sua offerta il Politi si impegnava a «lavorare due bocche di teatro sull’ossatura che si dovrà apprestare dal Comune, secondo la pianta del medesimo Politi a noi pervenuta. Dovrà inoltre lavorare tre mutazioni di quinte di tre scene per ogn’una, a colla forte, o sia acquerella per la tela […] ed in rovescio delle medesime la casa rustica. Deve inoltre fatigare il separio di tela fina con colori a sugo d’erbe […]. Deve fatigare tre mutazioni di cieli, due a sugo d’erbe, ed una a colla forte. Pittare sei prosceni a sugo d’erba […]». La somma preventivata era di ducati 253 (circa 82 onze, costo di tutto il lavoro). Dalla Sottintendenza di Noto si faceva notare all’Intendente che gli amministratori avevano trascurato un dettaglio non indifferente: per le nuove scene occorreva alzare il tetto del palcoscenico, che era stato scoperchiato, per cui si temeva l’arrivo delle piogge.

La perizia di Vincenzo Politi per la costruzione delle scenografie del teatro

A questo punto (ottobre del 1822) entra in gioco l’ingegnere provinciale Innocenzo Alì, il quale in linea di massima approva. Così dopo un anno nel 1823 il vicesindaco comunica che l’appalto per la «riattazione» del teatro è concluso. I lavori sono ultimati. Ma il sindaco rileva delle «imperfezioni» per cui convoca (siamo nel 1824) un esperto perito capomastro di Catania, abitante a Vizzini, Giuseppe Bonaventura: egli dovrà redigere un piano di intervento che sani la situazione. Il progetto è consegnato al sindaco. Il progetto del Bonaventura viene corredato dal disegno di progetto (che qui si pubblica per la prima volta). Nella relazione del 1824 si prevede di sanare le imperfezioni di un teatro “malcostruito”. Il tecnico esibisce anche un modellino in legno del nuovo teatro.

1824. Pianta del nuovo teatro di Buccheri

Nel 1825 arriva un’offerta da Vizzini dal mastro Giambattista Montes che si dichiara disponibile ad eseguire i lavori, giusto il capitolato del tecnico. A seguito di una complessa gara d’appalto i lavori sono aggiudicati a Gregorio Mazzarino di Vizzini. A fine 1825 i lavori sono terminati e da qui comincia una lunga procedura di consegna e presa in carico dei lavori eseguiti. Ma arrivati al 1828 tutto è fermo, la consegna non avviene e si continua in un botta e risposta tra enti, appaltatore e collaudatore con un rimbalzo di responsabilità: nulla di nuovo sotto il sole!

La conseguenza di tutto ciò? che nell’ottobre del 1828 crolla una parte del tetto del teatro, rovinando anche i dammusi di sotto della chiesa del Carmine. Non tardano a protestare i rettori della chiesa, i quali chiedono anche un indennizzo per i danni. La notizia è interessante perché ci consente di ubicare esattamente il teatro proprio nell’area già individuata, cioè le attuali case Galia e parte della “casa della farmacista”, già Galia.

(Foto da buccheriantica.it)

Non finisce qui. Nel 1831 si constata che il tetto da poco restaurato minaccia di crollare! Il teatro viene puntellato definitivamente. E arriviamo al 1840, quando si decide di affittare un locale per spettacoli teatrali! E il povero teatro comunale orgoglio della cittadina iblea? Diroccato in attesa di nuovi lavori di ripristino! Le rappresentazioni teatrali così riprendono perché troppo forte era la passione dei Buccheresi per il teatro. Nel 1841 si esibì per più sere la compagnia dell’Orlandini (rappresentando un’opera in prosa e musica, in un piccolo magazzino affittato da privati: nulla a che vedere col piccolo ma completo teatro comunale, ormai demolito e preda dei ratti.

Si conclude così una vicenda che rivela come la burocrazia e le inadempienze, per non dire incapacità amministrative, sono un male antico nella nostra amministrazione pubblica. Dopo l’Unità d’Italia il teatro comunale sarà trasferito nella chiesa delle Anime Purganti (l’antichissima chiesa degli Schiavi), che funzionava anche da oratorio e sede della confraternita degli artisti locali. Oggi questo locale ospita le adunanze del Consiglio Comunale, mentre è in progetto un nuovo locale per il teatro: speriamo con un destino più benigno!

di Letizia Dimartino

Camilleri era di un’altra Sicilia. Parlava un altro dialetto. Aveva modi lenti, sguardo puntuto e di sottile furbizia pur con una beffarda bonomia. Alzava il capo piano. Conosceva uomini diversi, che non hanno ironia (penso invece ai catanesi), immaginava donne brune dalla pelle diafana, dal seno morbido e imperfetto, buono per l’amore. A Camilleri piaceva ascoltarsi, lui sentiva la sua voce, le parole che giungono facili, e rideva, in una stanza tappezzata di libri. Lui vedeva lo stesso tutti, ogni persona passava attraverso i suoi occhi, scriverne fu facile, così come il mare increspato del mattino e le campagne brulle, le spiagge solitarie. I miei luoghi sono quelli dei suoi libri, ma sono di ognuno di noi, ormai. E come reliquie preziose vanno visitati. Camilleri che sapeva di questa isola. Noi lo rispetteremo nel ricordo, così come si dice qui, con il cappello sul petto e la preghiera per la vita nuova.

Andrea Camilleri (1925-2019) (Foto G. Leone)

Foto banner e social Giuseppe Leone

di Giuseppe Cultrera 

Un personaggio mitico siciliano è il pastore Dafni, cantore della natura e cultore della poesia, sposo di una ninfa anch’essa di origini divine, travolto, suo malgrado, da un tragico destino.

Lo storico antico Diodoro Siculo pone la vicenda umana di Dafni tra le rigogliose valli che attorniano i monti Erei e Iblei: perciò alcuni studiosi hanno voluto localizzare il sito tra il monte Lauro, l’Irminio e il territorio chiaramontano, un tempo coperto da folta vegetazione e alberi da frutto spontanei.

Leggendo in chiave storica il mito, Diodoro ritiene Dafni un pastore capo-popolo che istruì la sua gente, traendola dalla barbarie, per insegnare la pastorizia, la coltura della terra, il canto, la musica e la poesia.dafni

La leggenda narra che dall’amore della ninfa Dafnide e del dio Ermete nacque un bel fanciullo che le ninfe di quei monti chiamarono Dafni dal nome dell’alloro (dàphne), che assieme alle querce e agli alberi da frutta selvatica, vegetava rigoglioso nelle valli e sui colli. Il fanciullo cresceva imparando l’arte della pastorizia, il canto e la musica, che traeva da zufoli che egli stesso costruiva dalle canne che crescevano spontanee lungo i corsi dei ruscelli.

La natura sembrava estasiata dal suo canto. Gli uomini, i pastori che abitavano quei luoghi, ben presto lo ebbero a maestro: insegnava loro l’arte della musica, la fabbricazione degli strumenti musicali e la poesia, che i posteri chiamarono bucolica, perché cantava la semplicità e la bellezza della vita campestre.

Un giorno, mentre pascolava il suo gregge e si dilettava a suonare lo zufolo, vide una giovane ninfa. Bellissima. Se ne innamorò perdutamente, coprendola di poesie e di dolci musiche, implorando il suo amore; fin tanto che Echenaide, questo era il nome della ninfa, non acconsentì. A patto che fosse eterno amore e che ella fosse l’unica donna amata. Il giovane pastore lo giurò “sulla vista degli occhi”.dafni

Vissero felici tra i dolci boschi… 

Ma un giorno (c’è sempre un ma nelle storie d’amore bellissime e impossibili) un potente re di un regno vicino, che aveva sentito tanto parlare di questo giovane prodigio, volle conoscerlo e lo invitò alla sua corte.  Zeno era un re amante dell’arte, era anche lui giovane e aveva una giovane e bella moglie, Climène.

Furono entrambi affascinati dalla sua poesia e dai suoi canti. Per la verità Climène fu attratta molto più dalla bellezza fisica e dal fascino del giovane pastore.

Dafni, innamorato della moglie, eluse facilmente le avance della regina, ma cominciò a pentirsi di aver accettato quell’invito a corte lasciando la giovane e bella moglie nelle valli iblee (ma come ben sappiamo, le ninfe che delle sorgenti e valli erano custodi, non le abbandonavano mai, neppure per seguire un giovane e appetibile marito).

Sicché Climène ebbe il bramato Dafni con l’inganno. Un giorno che il re era lontano, ella invitò il pastore a uno splendido convivio. E tra la complicità delle ancelle e il dolce nettare di Sicilia…dafniDafni si svegliò il mattino seguente privo della luce degli occhi: capì con orrore che si era avverato il terribile giuramento d’amore.

Implorò, nei giorni successivi, vagando disperato, il perdono di Echenaide, diletta sposa, protestò la sua ingenua innocenza, urlò l’inganno subdolo della regina. Ma nulla. La vendetta degli dèi (Echenaide era figlia di Era, la sposa di Zeus) era inesorabile e il Fato è cieco, come ben dicevano gli antichi.

Il poeta dell’amore, il cantore della natura, colui che aveva donato le più dolci melodie agli umani, anelò solo a incontrare la morte, l’unica che poteva porre fine al suo dolore.dafni

Vagò senza meta in preda al furore; sfinito: aveva urlato, tra le montagne ammantate di verde i ruscelli e le fontane gorgoglianti, per tutto il giorno, il suo no al beffardo e crudele Fato che aveva reso il più fortunato dei mortali, più infelice dell’ultimo essere animato che abitava i dolci declivi degli Erei e degli Iblei. Dafni, il poeta pastore, che quelle valli e quei colli aveva cantato e i cui abitanti aveva istruito all’arte della musica e della poesia, rendendoli capaci di sfruttare la terra per trarne sostentamento, infine privato della luce degli occhi e di quella dell’anima, scagliò l’estrema insana protesta agli Dei ingiusti, spezzando la propria vita.

Piansero per più giorni gli uomini e gli animali, fremettero gli orti di Pomilia, il boschetto di Poggio degli allori, gorgogliarono un triste pianto le cento sorgenti sui monti soprastanti e nelle cave attorno; i ruscelli rallentarono il corso, scivolando lievi accanto a quel corpo inanimato.

Le immagini sono tratte da dipinti di Tiziano (Wikipedia Arte)

di L’Alieno

La storia delle presunte critiche a mamma Giorgia, rea di aver portato con sé la figlioletta al G20, sembra il classico esempio da manuale che qualifica la Meloni come politico assai scafato, pronta ad approfittare delle occasioni che le si presentano per spiazzare o addirittura irridere l’opposizione. Dall’altra una sinistra lunare che si perde nel nulla di questioni insensate, tipo l’articolo maschile o femminile per Presidente del Consiglio, o si segnala per cadere vittima del vittimismo meloniano. Peggio di Giufà.

Giorgia Meloni al G20 di Bali (foto repubblica.it)

Così abbiamo assistito, sui social e sulla stampa nazionale, ad una strabiliante processione di autolesionisti di centro e di sinistra (dal semplice simpatizzante ai leader come Conte e Calenda), tutti in fila ad attestare la loro solidarietà a mamma Giorgia, presunta vittima di ingiustificate critiche, che mai ci sono state, per aver portato la piccola Ginevra a Bali.

Prendersi la briga di verificare le fonti da cui tutto è partito, no?! Allora diamola un’occhiata a queste fonti. La prima un articolo di Assia Neumann Dayan su “La Stampa”: nessuna vera critica, solo cronaca. La seconda un articolo di Claudia De Lillo su “La Repubblica”, forse più ambiguo, ma niente che possa giustificare polemiche. Tutto qui. E su questo nulla Giorgina ha costruito la sua astuta trappola. Brava!

Volto pagina. Mi ha molto colpito il video del neo deputato Aboubakar Soumahoro, eletto nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, mentre piagnucolova e delirava su presunti nemici che lo vorrebbero annientare, distruggere o addirittura morto. Un video a tratti dal sapore pirandelliano, prodotto malamente in casa e sotto l’effetto psicadelico di una crisi di panico. La reazione scompostissima di chi teme di rimanere politicamente travolto dall’inchiesta sulle cooperative opache di suocera, cognata e moglie (conosciuta a latina, sembra, come “Lady Gucci”). Cooperative che si occupano di accoglienza del tipo “posti dove non avrei messo manco i cani” (Elena Fattori, ex senatrice di Sinistra italiana, dopo una ispezione).

Il neo parlamentare Aboubakar Soumahoro, eletto nella fila di Alleanza Verdi e Sinistra

La difesa politica di Soumahoro è stata per la serie: “Perché ce l’avete tutti con me? Io non so e non sono tenuto a sapere cosa succede a casa mia”. E se a questo si aggiunge pure Fanpage, che racconta una storia poco chiara che riguarda l’utilizzo dei fondi raccolti dal sindacato “Lega Braccianti”, da lui stesso creato, la cosa si complica ulteriormente.

“Avanti così, con un’altra bandiera bruciata nel falò mitologico della sinistra radicale”, scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera. Amen.

di Costantino Muscau

I cookie – o biscotti – oggi sono frammenti di dati che migliorano la navigazione su Internet.
I cookie – o biscotti – che il sabato 24 ottobre 1942, alle 17,57, caddero su Milano avevano un ben altro significato. Erano bombe. Tonnellate. Causarono 150 morti e 331 feriti e abbatterono 64 edifici. A battezzare con un nome così “goloso” quegli ordigni incendiari scesi dal cielo era stato il Bomber Command britannico quando aveva deciso di sferrare il primo attacco su Milano (e altre città) contro obiettivi non strategici.

Milano dopo i bombardamenti degli alleati nel 1943 (foto Wikipedia)

“Ricordo quei tubetti esagonali che piovevano con il loro carico di fosforo. Incendiavano tutto. Qualcuno cadde anche su casa nostra. Corremmo per raggiungere i rifugi antiaerei”. È la memoria di Piero Bassetti, parlamentare e primo presidente della Regione Lombardia. All’epoca aveva 14 anni.
“Dal balcone vedevamo Milano in fiamme. Mia madre – continua Bassetti – era nazionalista, piangeva davanti alla scena di una bomba che aveva ucciso molte persone. Vedere la città che bruciava, anche per un gruppo di ragazzini stupidi come eravamo, era sconvolgente. Corremmo in strada… a me e a mio fratello dissero di sgomberare il pianoforte. Non avevamo altra scelta che prenderlo e buttarlo giù… quando mai ci sarebbe ricapitato di veder schiantare il pianoforte e sentirsi ringraziare?”.

Via Olmetto, a Milano, dopo un bombardamento aereo (1943) (foto Wikipedia)

“Bombe su Milano – ottobre 1942, i testimoni raccontano“. Ottanta anni dopo, quell’orrore venuto dal cielo lo hanno ben impresso sulla loro pelle circa 50 mila milanesi che oggi hanno tra gli 85 e i 100 anni.
Ugo Savoia, 68 anni, una brillante carriera al Corriere della Sera, è andato a sentirne 17 e ne ha ricavato un libro di memorie (Castelvecchi editore, 15 euro, 122 pagine). Memorie indelebili anche per chi all’epoca aveva poco più di 3 anni, come il giornalista Marco Garzonio. “Le sirene, la corsa verso il rifugio, la discussione tra i miei genitori, perché mio padre voleva andare in fretta mentre mia madre perdeva tempo nello scegliere che cosa portare con sé… Dopo i miei decisero che sarebbe stato meglio sfollare… Quando ho visto case e ospedali bombardate in Ucraina ho sentito come un filo che mi tirava lo stomaco e mi riportava alle montagne di macerie che per anni hanno accompagnato la mia infanzia a Milano”

Ugo Savoia, già giornalista di lungo corso del Corriere della Sera

Ci mancava solo l’invasione di Putin a rinnovare un disperato dolore che ancora preme a chi ha provato che cosa significhi la guerra. Anche se c’è chi sfidava bombe e destino. Come Carla Trezzi, classe 1917, lucidissima ultracentenaria, l’ultima telegrafista di Milano: “A un certo punto mi stancai di correre a cercare riparo nei rifugi. Non ne potevo più, volevo soltanto dormire altrimenti sarei morta di sonno anziché sotto le bombe. I momenti di maggior paura li ho avuti quando passava Pippo”.
Pippo non era un personaggio dei cartoni animati disneyani, oltretutto proibiti dal Fascismo, che dal giugno 1942 al dicembre 1943, aveva creato un Topolino autarchico, chiamandolo Tuffolino. Pippo era l’aereo solitario delle forze alleate che arrivava in volo radente per evitare la contraerea e sganciava bombe o mitragliava nel buio della notte.

Carla Trezzi, 105 anni, l’ultima telegrafista di Milano (foto milano.corriere.it)

“Bombe su Milano” non è solo un drammatico documento che le nuove generazioni farebbero bene a conoscere. Anche se qualche capitolo, purtroppo, è stilisticamente poco curato, l’opera fa rivivere la quotidianità fatta di lavoro, famiglia, sfollamento, scuola, miserie dell’umanità. Racconta la giornalista Natalia Aspesi, classe 1929, nata col Fascismo e cresciuta con la guerra. “Più delle bombe, la fame… quando crollò il palazzo di fronte al nostro, a noi fu chiesto di ospitare i senza casa. La nostra coabitante mise subito le galline nel balcone, ma non ci diede mai neppure un uovo”.
“Era un periodo in cui potevi essere ammazzato per strada
– ricostruisce Carla Trezzi – spesso trovavo i cadaveri di persone uccise dai fascisti. E potevi essere denunciato dai colleghi. Nell’immediato dopoguerra mi è capitato di sentirmi dire ‘firma qui che mandiamo via quel collega che era un fascista’. E io rispondevo ‘anche tu eri fascista, disgraziato. Non firmo’”.

Natalia Aspesi (foto Andrea Pellegrini per Wikipedia)

Non mancavano gli atti “eroici”, come quello che salvò la vita a Luca Beltrami Gadola, costruttore, docente universitario e giornalista nato a Milano nel 1938, sfollato in Valle d’Aosta, con la famiglia ebraica. “Eravamo sempre nascosti, per i rastrellamenti. Fummo salvati dalla nostra tata altoatesina. I tedeschi vennero a bussare e lei, che parlava il tedesco, disse che la nostra famiglia se n’era andata”. Anche Aurelio Ascoli, allora tredicenne, poi ingegnere e docente universitario, era ebreo. Un’immagine fra le tante: “Mia sorella Mirella si recava in bicicletta al lavoro e si fermava da un salumiere a mangiare un panino con salame, anche se per noi era vietato. Si scoprì che quel salumiere pagava i ragazzini una lira per ogni topo morto. Era la carne per i salami. Mia sorella finì in ospedale”.
Restano a sigla e conclusione amare, le parole dell’ultima testimonianza: “Uscendo dall’università, suonò l’allarme. Mi misi a piangere. Non per la paura: avevo compiuto da qualche giorno i 18 anni e piangevo sulla mia giovinezza sprecata così”.

(Da sx) Il prof. Aurelio Ascoli e il prof. Luca Beltrami Gadola

ovvero
È dura crescere

di Giulia Cultrera

Malcolm in the middle è una di quelle serie che conosciamo tutti. Ha accompagnato la nostra infanzia durante i primi anni 2000 e per qualche legge universale a noi sconosciuta, era molto più probabile trovare per l’ennesima volta in tv un episodio già visto piuttosto che beccarne uno nuovo.

Motivo per cui di alcune puntate possiamo addirittura ricordare a memoria le battute dei personaggi.

Ma se agli occhi di un bambino può apparire un prodotto come tanti altri, riguardandolo oggi, con spirito più critico e maturo, è impossibile non notare l’enorme potenziale di questo show.malcom in the middle

Partiamo dalla rottura della quarta parete. Ormai è una tecnica frequente e spesso abusata, ma decenni fa era assolutamente un elemento di novità e originalità. Così come è stata innovativa la scelta di non inserire – finalmente – le risate registrate, immancabili nelle sit-com di quegli anni.

Le tematiche affrontate in Malcolm in the middle sono svariate, molte ancora attuali. Il modo in cui vengono trattate è assolutamente geniale e politicamente scorretto. Esattamente come in The Office, seppur in un contesto totalmente diverso, argomenti delicati vengono svuotati dei propri tabù e mostrati per quello che sono realmente.

Il risultato è una critica lucida e obiettiva, spesso anche tagliente, intrisa di ironia e risvolti un po’ amari.malcom in the middle

Inserita in questa cornice, troviamo una famiglia disfunzionale e sui generis, in cui il conflittuale rapporto con la madre, pilastro indiscusso della casa, è il filo conduttore della serie. All’ambiente casalingo si aggiungono la scuola e il luogo di lavoro, teatro delle vicissitudini, spesso turbolente, in cui si trovano coinvolti i personaggi.

Accompagniamo i protagonisti durante la loro infanzia e adolescenza, e li vediamo cercare disperatamente il loro spazio nel mondo, anche se le apparenze e i pregiudizi prendono spesso il sopravvento. Malcolm è un genio e viene per questo emarginato e bullizzato. Reese è un bullo perché questa è l’unica identità che è riuscito a rivendicare. Dewey è un talento musicale, ma anche in questo caso il suo potenziale non viene compreso fino in fondo. Francis non vuole diventare un uomo adulto, forse perché la giovinezza gli è stata strappata troppo presto dall’accademia militare.malcom in the middle

Non è facile crescere per loro in un contesto in cui sono etichettati come emarginati e nulla sembra portare a un riscatto personale. Perfino il vicinato tende a isolarli e disprezzarli.

Ed è per questo che Malcolm in the middle è una serie adatta a tutte le età e che va rivista in momenti diversi della propria vita. Ha più livelli di narrazione e alcuni possono essere compresi e apprezzati soltanto in una fase adulta. La tematica adolescenziale è sì preponderante, ma si lega a dinamiche personali, familiari e relazionali dal respiro più ampio e universale.

Malcolm è il protagonista indiscusso, in the middle perché figlio di mezzo, spesso trascurato in quanto autonomo e meno problematico rispetto ai fratelli.

Ed effettivamente, con dei figli così impegnativi, non ci stupiremmo più di tanto se Hal decidesse di crearsi una nuova famiglia, diventare un insegnante di chimica e cominciare a cucinare metanfetamina. Ma questa è un’altra storia.

malcom in the middle

di Letizia Dimartino

La serie Montalbano è girata nella mia città e nei suoi bei dintorni. Sono le donne che mi fanno sorridere. Intanto sono senza tempo, hanno abiti che non si rifanno a nessun decennio, portano a qualunque ora del giorno scollature che solo l’immaginario maschile tiene dentro, vorrebbero essere il prototipo della femmina siciliana dalla pelle lunare, dal seno come gravido, dalla mollezza della carne, dall’occhio e dagli atteggiamenti che si trovano solo nei sogni.
A lui hanno ormai messo accanto un’attrice androgina del nord e priva di senso che vuole esplicitarsi negli abbracci ondulati e nelle sottovesti setose ma che porta gli anni settanta segnati nella faccia, quando le donne facevano venire grandi sensi di colpa. Così questa nostra isola esprime ancora la femminilità ferma di un tempo, quella che ci voleva dietro le persiane e accompagnate dal padre ma con amori di fiamma nascosti e odore di ascelle e di sesso. Non so più chi siamo

(Foto da “Pausa Pranzo” – Ph Giuseppe Leone)

di Giuseppe Cultrera

Espone, fino al 12 dicembre, al Riso di Palermo: 200 pezzi fra oggetti, modelli, prototipi, disegni tecnici, bozzetti preparatori, studi di logo, francobolli, monete e macchinari, capaci di ripercorrere oltre quarant’anni di carriera. Vito Noto (Chiaramonte Gulfi, 1955) è un designer (diploma di Industrial Designer presso la Scuola Politecnica di Design di Milano e vari perfezionamenti a Zurigo, Amburgo e Parigi), emigrato giovanissimo in Svizzera, a Lugano, dove tutt’oggi vive e lavora.

Lo incontro, alcuni giorni fa, tra le strette stradine chiaramontane. Mi dice che è venuto per la raccolta annuale delle olive del fondo famigliare. Quest’anno è coincisa con l’esposizione Quarant’anni di grafica e design. Il senso dele idee al Museo di arte contemporanea di palazzo Riso a Palermo.

un siciliano a lugano
Album di famiglia: (da sinistra in senso orario) 1- Il nonno Vito Noto e la nonna Lucia Incardona, anni ’20. 2- Foto del matrimonio del padre Francesco e della madre Rosa Riggio, 1948. 3- Vito Noto, all’età di due anni, Chiaramonte, via Roma. 4,5,6- Tre istantanee da ragazzo 1957/63. 7- Ritratto del nonno Vito, anni ’30

Tuo nonno Vito Noto era un artista-artigiano, un maestro di carretti siciliani, con rinomata bottega in Chiaramonte Gulfi: quanto di quest’impegno lavorativo e creatività si è trasferito nel nipote?

Forse la volontà di fare cose utili, mentre giocavo davanti alla bottega del nonno e lo vedevo lavorare e realizzare cose concrete.

Un noto proverbio siciliano recita “cu nesci arrinesci” (chi va fuori si realizza): anche se da giovanissimo, tu sei uno dei tanti siciliani emigrati con la famiglia paterna all’estero in cerca di una situazione lavorativa migliore o più stabile di quella che poteva offrire il paese natio…

Già mio nonno era andato a Buenos Aires più volte per acquisire nozioni per produrre carretti.  Anch’io, dopo aver studiato al Politecnico del Design a Milano sono andato a cercare esperienze in Svizzera ad Oberrohrdorf nel Canton Argovia, ad Amburgo ed a Parigi. La differenza è che il nonno è riuscito ad importare la sua arte per esercitarla in Sicilia mentre io non ho trovato accettanza a queste latitudini. Il mio servizio si è sviluppato in Svizzera, in Germania, in Italia del nord con alcune eccezioni anche in Svezia, in Spagna, in Turchia ed in India.

Gli influssi e gli incontri nel mondo del design hanno formato la tua originale cultura di freelance, prima, e di professionista con studio affermato poi; qualcuno di quelli più incisivi e appaganti…

Il design è una attività che si sviluppa anche a bottega nelle discendenze. Ho avuto la Fortuna di poter esercitare come dipendente principiante presso studi rinomati in Svizzera da Ludwig Walser (Walserdesign) che aveva lavorato da Hewlett Nois a Chicago e poi soprattutto in Francia presso la Endt Fulton Partners; Evert Endt e Jeames Fulton erano collaboratori stretti discendenti di Raymond Loewy nello studio di Parigi (creatori dei marchi Shell, BP, Exxon, NewMan, ecc.). Infine, la breve collaborazione con Francesco Milani in Ticino dove ho fondato il mio studio Vito Noto Industrial Design che strada facendo è diventata agenzia VitoNotoDesign che tutt’ora si occupa di immagine aziendale (Corporate Product Design) a tutto campo.

un siciliano a lugano

Una peculiarità delle tue creazioni è la originalità strettamente connessa con la funzionalità: è la tua visione della missione del designer?

Certamente il design è, per me, un’attività impregnata da empatia che mira a soddisfare prioritariamente le esigenze del fruitore in equilibrio ai fattori economici, ecologici e sociologici.

Nei tuoi spazi del tempo libero e dell’impegno culturale trovo la fotografia: la macchina fotografica come “inchiostro” per la scrittura dei tuoi racconti, personali ed etici?

La fotografia mi accompagnava già da giovane per le mie sperimentazioni visive, professionalmente poi come supporto alle attività. E nel tempo libero, come hobby, sempre per raccontare quello che vedo e sento rilevante nei miei percorsi.

Una o più volte l’anno ritorni, spesso con la famiglia, nella tua città di origine Chiaramonte Gulfi: rito dell’emigrante, vacanza rilassante o bisogno di riapprodare alle radici affettive e culturali?

Le radici sono importanti.  I miei frequenti rientri sono uno stimolo istintivo, quasi fisiologico, appagati da incontri talvolta fugaci ai quali sento il bisogno di ritornare continuamente.un siciliano a lugano

Il più bel progetto realizzato?

Sono tanti ma tra questi può spiccare “Lyset” per Hamilton, apparecchio elettromedicale per la preparazione di campioni per le analisi Citofluorometriche.

Quello che vorresti realizzare?

Nel corso degli anni ho sviluppato e continuo a sviluppare soluzioni in diversi ambiti per cui sono alla ricerca di partner che si entusiasmino con me per accompagnare questi progetti verso gli obiettivi.

Cosa significa esporre in due prestigiose gallerie (quella al Palazzo Riso di Palermo è ancora in corso fino al 12 dicembre)?

Rendere pubblica la creatività sviluppata durante il periodo del passaggio dall’epoca analogica a quella digitale. Sarà importante anche successivamente quando tutti i progetti sviluppati saranno consultabili fisicamente presso la biblioteca del m.a.x. museo di Chiasso.un siciliano a lugano

Quindi sintesi del percorso lavorativo e creativo quarantennale. O incontro e dialogo?

Entrambe, in quanto il materiale esposto è stimolo al dialogo. Reputo il dialogo fondamentale per poter costruire e dar seguito a opportunità di collaborazioni che spero possano crescere tra studenti ed industria.

Ha fretta di concludere, Vito Noto, lo aspettano le olive che sta raccogliendo. Per estrarne quel buon olio che durante il freddo inverno sprigionerà calore e sapore chiaramontano sulla tavola della sua abitazione di Cedro (Lugano). Segno e simbolo delle radici. Non ho il tempo per chiedergli se tra i tanti progetti, ce ne sia qualcuno legato all’olivo e all’olio…vito noto

di Giuseppe Schembari

A che punto siamo, oggi, nella letteratura italiana? Il dubbio sorge spontaneo dopo la deludente lettura del nostro libro del mese di ottobre: “Niente di vero” di Veronica Raimo. Perché non si tratta di narrativa qualsiasi, ma del Premio Strega Giovani 2022. Ovvio che il dubbio immediatamente successivo riguarda proprio la qualità di questi premi letterari nel nostro tempo. Possibile che tra i partecipanti a quel che è stato uno dei più prestigiosi premi italiani, non si sia trovato nulla di meglio da premiare?

Veronica Raimo (foto corriere.it)

No, non si esagera. Si fa davvero fatica a trovare qualcosa da salvare in queste 176 pagine di vuoto assoluto (la Raimo ci ha fornito la prova scientifica che tale vuoto è possibile). Forse perché l’autrice non aveva proprio nulla di interessante da raccontarci intorno a sé e alla sua famiglia? Temo di sì. E lo sforzo di scrivere a tutti i costi qualcosa di intrigante e dissacrante, con una ricerca quasi ossessiva della battutina, sembra aver prodotto soltanto situazioni improbabili (come da titolo) in una forzata ironia del tutto spuntata, a tratti fastidiosa, checché ne possa dire il simpatico Zerocalcare.
Un romanzo che non riesce né a sorprendere né a trasmettere emozioni e si arriva all’ultima pagina (ci si giunge piuttosto in fretta) senza ricordare di aver letto proprio nulla di lontanamente memorabile. Niente che ci possa rimanere incollato.

Il bravo fumettista Zerocalcare e la sua opinione riportata da Einaudi

Non che la Raimo non sappia scrivere, intendiamoci. Tutt’altro. La sua è una scrittura fluida, piacevole e moderna, ma si deve pur avere qualcosa da dire per trasmettere qualche emozione. In caso contrario diventa solo un asettico esercizio di stile (quel che in effetti appare) di fronte al quale pure il non-esigente lettore medio si incavolerà non poco per aver buttato al vento 19 euro: il prezzo assai esoso preteso da Einaudi a ottobre. Già, la gloriosa Einaudi. E qui si fa avanti il terzo dubbio. Pubblicare una robetta così insignificante vorrà forse dire che qualcosa non va nella prestigiosa casa editrice? Oppure sarà colpa della crisi epocale dell’editoria che ha omologato il mercato verso il basso che più basso non si può? Non conosco così a fondo questo mondo per poter formulare precise opinioni, ma da semplice lettore non posso che rimanerne basito.

Il verdetto del gruppo di lettura è stato di quasi unanime “condanna”, sebbene con diverse sfumature. Caso assai raro nei nostri 20 mesi di attività. Per essere più esatti soltanto la voce della più giovane del gruppo si è levata a difesa dell’opera; per la simpatica ironia e alcuni interessanti intrecci familiari.
Esisterà pure una questione generazionale in una tale difformità di giudizio?

di Chiara Giampieretti

I’m gonna pop some tags, only got twenty dollars in my pocket, I’m hunting, looking for a come-up” (Cercherò qualche etichetta, ho solo 20 dollari in tasca, sono a caccia di un’occasione) recita Macklemore nel ritornello di quello che è divenuto l’anthem di chi ama comprare capi d’abbigliamento usati, “Thrift shop”. Thrifting (o thrift shopping) è il termine che indica l’attività di acquisto di articoli di seconda mano, in special modo vestiario e accessori.

Ma chi conosce la pratica sa che è molto più di semplice shopping: è una vera e propria caccia. Le montagne di abiti stropicciati accatastati sui banconi del mercato e la giungla fitta di grucce che affolla i negozi vintage costituiscono l’habitat dei thrifters, amanti del brivido che solo scovare l’abito perfetto dopo ore di ricerca può offrire. Ma perché tanta fatica per articoli già indossati, talvolta difettati o macchiati, se siamo circondati da negozi che offrono prodotti nuovi, ben in vista, facili da individuare e da acquistare?

Innanzitutto, elemento di non poco conto è il prezzo: un maglione usato pescato fra le bancarelle del mercato costa, solitamente, meno di 10 euro. Spesso si trovano, addirittura, capi a 3 euro, talvolta persino a 1 euro. L’accessibilità economica spiega perché il thrifting sia così diffuso fra i giovani, soprattutto fra gli studenti, notoriamente squattrinati.

A ciò si deve aggiungere la qualità degli indumenti: allo stesso prezzo di un abito in fibre sintetiche e materiali scadenti mal cuciti si possono acquistare molteplici capi di ottima fattura in lana vergine, cotone, cashmere, lino, che spesso recano il nome di brand rinomati. Il loro sfortunato destinato, dettato da una piccola macchia, un filo tirato, o talvolta dal semplice fatto di essere fuori moda, viene improvvisamente ribaltato da chi sceglie di dargli nuova vita.

Non meno importante è la dimensione ecologica. Comprare usato è una scelta sostenibile perché riduce il nostro impatto ambientale riducendo l’emissione di Co2 derivata dalla produzione (o sovrapproduzione, forse) di nuovi beni e evitando ulteriori sprechi d’acqua. Inoltre, si incentiva la pratica di allungare la vita degli indumenti, a cui si riconosce valore e funzionalità finché è possibile. Poi, quando saranno troppo usurati per continuare a essere indossati, potranno essere riconvertiti a nuovi usi o i loro tessuti reimpiegati per creare nuovi capi.

Infine, un altro motivo che spinge sempre più giovani ad acquistare second-hand è l’obiettivo di accaparrarsi un pezzo unico, accogliendo con entusiasmo la sfida di pensare ad abbinamenti originali che esaltino le sue caratteristiche, trasformando ciò che è datato in un capo capace di esprimere personalità. Ecco allora che scavare sotto mucchi di abiti disordinati non è più un fastidio ma una caccia divertente e stimolante: ogni vestito che attira la nostra attenzione induce a mettere in discussione i propri gusti, il proprio stile, offrendo spunti di riflessione come indumenti confezionati, conformi alla moda corrente, selezionati ed esposti in vetrina non potrebbero mai fare.

Seguire il proprio istinto, dare spazio alla creatività, dettare la moda invece che seguirla: il second-hand è la via per andare a caccia di sé stessi.