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di Giovanni Rabito

A parte i libri di scuola dei miei fratelli e miei, non c’erano libri d’alcun genere a casa mia durante la mia infanzia e adolescenza. A Chiaramonte stesso non c’erano biblioteche e le due cartolerie della Piazza vendevano solo giornali, riviste, fotoromanzi e naturalmente “i giornaletta”.

Furono loro la mia Letteratura. Niente “Cuore” per me, “Ventimila leghe sotto i mari”, “Zanna Bianca” o “Tom Sawyer”. I miei “Geppetto”, “Pinocchio”, “Lucignolo”, si chiamavano “Tamarindo”, “Sor Cipolla” e il “Marchese”. “Nembo Kid” sostituiva “Peter Pan” o il “Barone di Munchausen”, “Tirammolla” (o “Pedrito el Drito”) al posto di “Gulliver” e “Tarzan” a quello di “Mowgli”.

Invece che da certi romanzi tipo “L’Isola del Tesoro” o “Robinson Crusoe”, la mia immaginazione, la mia cultura letteraria, presero sostanza dalle avventure e dagli amori scoperti ogni settimana nel nuovo fascicolo degli Albi dell’“Intrepido”, decisamente la mia lettura preferita. Già dal titolo cominciava l’eccitazione: “La Montagna del Vento”, “Marchio di Fuoco”, “Cavalli nella notte” o il Raja’ di che so io… di Gunanpore? E “Peonia di Mindanao”, come scordarla, con tutta la sua esotica bellezza di fiore filippino, mentre gli assassini kamikaze scendono correndo dalle montagne per scannare col machete quanti più soldati americani possibile? o erano spagnoli?

Le storie degli Albi dell’Intrepido si somigliavano tutte: una morale eroica, un andamento epico, la sentimentalità pura, onesta, senza ambiguità, di una umanità superiore. Il buono e il giusto anche se non trionfavano sempre rimanevano i valori supremi. Le ambientazioni erano molto varie, le epoche e i paesi cambiavano costantemente: si passava dalle Crociate ai pirati di Celebes, dalla seconda guerra mondiale all’India dei Sik e dei cobra, dalle montagne Rocciose ai Romani che conquistano la Gallia.

Aprivo la prima pagina e già nella fascia superiore della prima vignetta leggevo: sotto un cielo plumbeo due cavalieri… plumbeo, quel vocabolo cosi strano, sconosciuto, mi trapassava subito da parte a parte, mentre l’illustrazione materializzava davanti a me un cielo grigio, nuvoloso, sotto il quale avanzavano al trotto – in una prateria del Dakota mettiamo o in un campo della Franca Contea, l’una spoglia e piatta, l’altro gentilmente alberato e collinoso – due cavalieri visti di spalle e da lontano. Era un mondo cosi quello dove volevo vivere!

I giornaletti a stelle e strisce di “Capitan Miki” e “Blek Macigno” seguivano a ruota, per importanza, gli Albi dell’Intrepido. “Tex Willer” o “Topolino” invece m’interessavano poco e niente. Ingenuo, onesto, timidissimo con le donne, Capitan Miki, un ranger del Nevada, era veloce con la pistola come nessun altro, ma s’impappinava immediatamente alla vista della lentigginosa e trecciuta Susie, la figlia del colonnello Brown. Salasso il truffatore e l’ubriacone Doppio Rhum gli facevano da spalle.

“Blek Macigno” era un trapper e patriota dei tempi della guerra d’Indipendenza Americana. Muscolosissimo e invincibile, Blek, tra un pugno e l’altro sul muso di qualche giubba rossa, aggiustava i torti che gli capitavano a tiro, da vero e proprio cavaliere della foresta. Il panzuto saputissimo professor Occultis e il ragazzotto Roddy qualche volta riuscivano a dargli una mano nelle sue imprese ma la maggior parte delle volte finivano per cacciarsi nei guai.  È evidente la derivazione “Hollivuddiana” dei “giornaletta”.

Si potrebbero in fondo considerare come una specie di riduzione grafica del cinema, parte di quella cultura americana che aveva letteralmente invaso l’Italia degli anni ’50. Anche la televisione non scherzava. Basta pensare a Rin tin tin. Rispetto al cinema i giornaletti avevano di buono che si potevano collezionare, non scomparivano dopo un’ora e mezza come le immagini delle pellicole, si potevano rileggere, scambiare, trasportare. Infatti finii per possederne due o tre casse piene, che purtroppo mio padre, ogni ottobre, per farmi studiare, metteva nel rialino (solaio) a rischio di farmeli mangiare dai topi. Ma io ci andavo lo stesso lassù, a leggerli di nascosto, in attesa della prossima estate!

Nel ’66, prima di trasferirci a Ragusa – ormai non leggevo più giornaletti da tempo – li regalai tutti al mio amico Ninì, ai suoi tempi grande lettore anche lui di giornaletti. Aveva un fratello ancora piccolo, Bruno, che li avrebbe accolti e letti con amore. Un fisiologico passaggio di testimone generazionale.

Rin tin tin