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Terra Matta

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di L’Alieno

Chiaramonte ombelico del mondo per un pomeriggio. Una Macondo degli iblei della più meridionale e periferica provincia italiana (siamo sul parallelo di Tunisi) che diventa d’un tratto l’epicentro di un grande evento (“Festacrante;”) con una rilevanza internazionale. Ovvero la presentazione de “Il romanzo della vita passata”. Autore l’“inafabeto” e geniale fu Vincenzo Rabito.

Domenica sera, finita la lunga maratona pomeridiana dedicata a don Vincenzo, immaginavo proprio lui, seduto in prima fila al Teatro Sciascia, a bocca aperta, godere della sfilata di studiosi osannanti i suoi memoriali. Senza riuscire a capacitarsi di tutta questa notorietà e interesse addirittura ai piani alti della cultura. Ma come potrebbe, lui, l'”inafabeto di Chiaramonte Qulfe” aver detto cose così interessanti per tutti questi “profesoroni”? E nella sua “descraziata vita” che ci trovano di così attraente tutti questi letterati, antropologi e storici? “Ma non ànno meglio cose da fare in questa ebica?” – direbbe, forse.

“Poie questa ‘rabetete’ e questo ‘rabetese’ che butana sono? Una parrata ammentata per besogno da uno che non à antato neanche alla prima alimentare, perché la mia madre non poteva compirare neanche li quaterne”. Una lingua piena di errori e di orrori grammaticali come può diventare oggetto di studio, passione e addirittura “malattia” per tanti, anche all’estero? “Devino essere tutti pazze questi abitante di questa bella ebica – avrebbe detto, probabilmente – dove il profesore ampara da uno inafabeto e si accatta macare i libri di questo inafabeto”.

Da parte sua si sarebbe accontentato (come ha scritto) che i suoi memoriali potessero diventare, per i figli e per i figli dei sui figli, un prezioso tesoro di esperienze a cui attingere all’occorrenza. Un “manuale di sopravvivenza”, come lo ha definito qualcuno, ad uso e consumo familiare. Un originale lascito insomma, non potendo trasmettere ricchezze in denaro o altro ai figli. Invece, queste memorie sono diventate un caso editoriale, forse due, adesso.

Tutte cose di un altro mondo. Incomprensibili per il povero “Dommincenzo” del XX secolo. O forse anche no. Perché “questo figlio Ciovanne mi à detto che questa mia passata vita era una vita preziusa, che la casa edetrice di Turino questo che aveva scritto io lo potevino poblicare, e cera di potere quadagniare assaie solde…”.

di Giovanni Rabito

Come ben sanno i lettori di “Terra matta”, mio padre non è mai andato a scuola. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo, come da solo ha imparato il mestiere di vivere e l’arte di lavorare duro per vivere meglio. Allo stesso modo, da solo, ha imparato a usare la macchina da scrivere, uno strumento tecnologicamente avanzato almeno per i suoi tempi, e infine a diventare scrittore: scrittore della sua vita, del suo paese natale, della sua gente e forse addirittura del suo secolo.

L’edizione di “Terra matta” pubblicata nel 2007 da Einaudi è «una scelta dalle 1.027 pagine del dattiloscritto originale», a opera dei curatori Evelina Santangelo e Luca Ricci. Allo stesso modo, anche questo Romanzo della vita passata è una scelta dalle 1.486 pagine di un secondo dattiloscritto di Vincenzo Rabito: quindici quadernoni in formato A4 da cento pagine l’uno, tutti scritti a interlinea zero, senza un centimetro di margine superiore, inferiore o laterale.

Vincenzo Pirrotta (a sinistra) insieme a Giovanni Rabito

Ma quanti sono i dattiloscritti di Vincenzo Rabito? All’inizio si pensava ce ne fosse solo uno, in mio possesso dal 1970. Lo donai all’ Archivio di Pieve Santo Stefano in occasione del «Premio Pieve» del 2000, che vinse in ex aequo con quello di Armando Zanchi. «ll capolavoro che non leggerete», disse un giurato del Premio, un «Gattopardo popolare» che non verrà mai pubblicato: contrariamente a tutte le previsioni, la storia di mio padre invece venne pubblicata eccome, e da allora non ha mai smesso di camminare nel mondo. Fu solo in seguito al successo di “Terra matta” che mi ricordai dell’esistenza di un secondo plico di dattiloscritti conservati a casa di mio fratello Turi, a Ragusa.

Dopo la morte di mio padre ero stato proprio io a consegnare quel malloppo a mia cognata Lucia per preservarlo dalla distruzione. Temevo che mia madre avesse intenzione di buttarlo via, come fece d’altronde con tutto ciò che c’era nella stanzetta dove mio padre, quasi in segreto, per tredici anni aveva lavorato alla sua storia di scrittore «inafabeto». Vennero perduti, oltre alla scrivania, alle sedie e alla sua Lettera 22, soprattutto i suoi diari, i quaderni scritti a penna, i documenti, gli oggetti, gli appunti di tutta una vita.

I quindici quadernoni che compongono il secondo memoriale da cui è tratto questo Romanzo della vita passata, per fortuna, sono scampati al disastro. Non solo: nel plico conservato a Ragusa ci sono altri due quadernoni, che sembrano suggerire il tentativo di un terzo memoriale, e un ultimo quaderno chiamato Cantastoria, dove mio padre, allora militare di stanza nella «bella cità di Ferenze», racconta, o meglio riporta, quanto ascoltato da un cantastorie in piazza della Signoria.

(da sx) Un giovane don Vincenzo Rabito il giorno del matrimonio insieme alla moglie Vita Cusumano e negli anni ’70

In totale, dunque, Vincenzo Rabito ha dattiloscritto quasi 3.000 pagine, quasi tutte in tormato A4, di Terre matte, storie e cantastorie, nelle quali ha perfezionato un linguaggio cosí particolare che in molti l’hanno definito «rabitese». E non è tutto, perché da un memoriale all’altro le differenze sono anche di stile e temperamento: il narratore istintivo, immediato e selvaggio che abbiamo conosciuto in “Terra matta” adesso, in questo Romanzo della vita passata, cede il passo a un io narrante pacato e fluido, attento, accurato nei dettagli. Uno che ha imparato bene la sua arte, insomma, senza maestri né modelli.

Gli stessi incipit dei due memoriali testimoniano questo passaggio, «Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato…». Cosí comincia “Terra matta”: il richiamo immediato alla «bella vita» e l’uso della prima persona sembrano subito voler agguantare il lettore per la giacca e portarlo con sé. “Il romanzo della vita passata”, invece, inizia in questo modo: «Questo il romanzo della vita passata di questo inafabeto del povero Rabito Vincenzo, che era nato…».

Scegliendo la terza persona, l’autore avvisa chi legge che si trova davanti a un romanzo, letteratura in piena regola, nonostante piú avanti lo rassicuri e si richiami piú volte alla verità dei fatti. Dalla vita semplicemente «bella», come torse si era presentata alla sua memoria quando ha iniziato a batterla a macchina, nel giro di qualche anno mio padre è passato a voler raccontare il «romanzo» della sua vita, come se quella semplice parola, «romanzo», una vita potesse sorreggerla e formarla anche a posteriori, nel ricordo.

Quando Vincenzo scriveva il secondo memoriale, oltretutto, non aveva sott’occhio il primo, che era con me a Bologna. Non poteva quindi confrontare gli episodi, le persone e le corrispondenze, motivo per cui molto spesso, pur raccontando grossomodo le stesse vicende, si riscontrano notevoli differenze tra le due opere: scene tagliate o aggiunte, personaggi nuovi, situazioni inedite… Senza contare che “Terra matta” si ferma al 1970, mentre Vincenzo continuerà a scrivere fino a tre giorni prima della morte, avvenuta il 18 febbraio 1981.

La consapevolezza di questa evoluzione nella scrittura di mio padre, unita alle differenze sostanziali che si apprezzano tra le due opere, mi ha convinto a una riduzione e trascrizione del secondo memoriale in quello che ora viene presentato ai lettori come “Il romanzo della vita passata”. Lo avevo promesso, a mio padre, che mi sarei occupato del suo lavoro, e questa promessa deve aver contribuito a fare in modo che la sua innegabile vocazione di «cuntista» e «cantastorie» orale, esplosa nei «fuoche alte uficiale» di “Terra matta”, lo trasportasse alla lunga nel regno misterioso e affascinante dei romanzieri, la terra dei libri di «Alesantro Domise, come il romanzo di Montecristo, come il romanzo daie tre moschitiere, come il romanzo della signorina de compagnia, e come il romanzo dei 20 anne doppo».

Mio padre sapeva, ecco, che «il figlio Ciovanne» si sarebbe certamente preso cura del suo romanzo: «Perché io è vero che scriveva la mia vita passata, ma però io la scriveva seconto linterlicenza che io aveva, e tante non la potevino capire, perché io alla scuola non ci aveva stato, e quinte Ciovanne che era assaie interlicente, che a 17 anne si nantato alloneversetà, che sempre mi laveva detto: “Papà, scrivila la tua vita… che quanto tu papà a centanne muore, io ci posso fare uno bello romanzo di questa tua vita passata».

La manifestazione (16 ottobre) in omaggio all’opera di Vincenzo Rabito, ‘Festacrante’ è stata voluta ed organizzata da Archivio degli Iblei e Oltreimuri.blog in collaborazione con i figli Giovanni, Tano e Salvatore, il Comune di Chiaramonte Gulfi, Cliomedia Public History, Associazione Teatro club ‘Salvy D’albergo’ Ragusa, Amici del teatro e Pro Loco di Chiaramonte. La nostra redazione ha ritenuto, inoltre, di proporre, prima durante e dopo l’evento, una serie di contributi, articoli e analisi relativi a “Il romanzo della vita passata” e al personaggio Rabito. Il primo contributo è di Saverio Senni, docente presso l’Università della Tuscia, tra i relatori alla Festa di domenica prossima.
In coda al testo, per coloro che fossero interessati, è disponibile il link di “Qui Terra matta”, dove sono raccolti gli articoli inerenti a Vincenzo Rabito e “Terra Matta” già pubblicati nel nostro blog.

di Saverio Senni

Giovanni Rabito mi sta aspettando all’ingresso della prestigiosa Società Dante Alighieri, dove siamo venuti per presentare “Il romanzo della vita passata” di cui è il curatore.
“Ma sei alto!” esclama quando mi vede per la prima volta in carne ed ossa. Fino a quel momento, infatti, avevamo avuto solo contatti a distanza. Era marzo del 2017, quando gli scrissi la prima e-mail. Da quel giorno è iniziato un e-pistolario, come mi piace dire, di alcune centinaia di messaggi, dall’Australia all’Italia e viceversa, che raccontano di come ha preso corpo il nuovo Romanzo di Vincenzo Rabito, suo padre.
Ma andiamo con ordine.

(Da sx) Giovanni Rabito e il padre don Vincenzo

La corrispondenza con Giovanni iniziò nel 2017 quando cominciarono le repliche del reading teatrale sui “Ragazzi del ’99 nella Grande Guerra”, tratto da Terra matta e scritto con Aldo Milea. Quell’anno era, infatti, il centenario della chiamata alla leva della classe 1899, narrata magistralmente da Vincenzo nelle sue memorie. È solo nel 2019 però che è partita l’avventura che ha portato alla pubblicazione del nuovo libro. Ad aprile di quell’anno, infatti, Giovanni mi inviò la “traslazione” (così lui preferisce chiamarla) che aveva fatto delle pagine del secondo memoriale del padre dedicate alla sua partecipazione alla Grande Guerra. Pensava che avrebbero potuto essermi utili per lo spettacolo. Nulla lasciava presagire cosa è poi scaturito da quell’invio. Sbadatamente per oltre un anno non aprii gli allegati presenti in quel messaggio. Lo feci nel luglio del 2020 e quando cominciai a leggere quei testi ne rimasi letteralmente folgorato.

La corrispondenza tra Giovanni Rabito e Saverio Senni è stata raccolta in due volumi dal titolo emblematico

“Caro Giovanni – gli scrissi – mi sto divorando le pagine che mi hai inviato più di un anno fa: musica per le mie orecchie. È come ascoltare un inedito di Mozart o di Bob Dylan. Un “bootleg” si direbbe per la musica pop. A mio avviso anche queste memorie andrebbero pubblicate.”
Ci accordammo per parlarne in una videochiamata in cui Giovanni mi spiegò che negli anni precedenti aveva cominciato a trascrivere il secondo memoriale ma si era fermato al 1938, quando Vincenzo era in Africa orientale. Non avendo una specifica finalizzazione di natura editoriale non aveva motivo di proseguire speditamente.

Mi mandò allora le altre parti trascritte e la mia folgorazione fu confermata. Ragionammo allora su come proporre ad un editore la pubblicazione di un testo che poteva apparire poco interessante dal momento che c’era già Terra matta. Eravamo pieni di dubbi. Ma ci dicevamo, per scherzarci un po’ sopra, non era successo qualcosa di simile per Alessandro Manzoni? Prima scrisse “Fermo e Lucia”, poi lo riscrisse e ne venne fuori “I promessi sposi” che com’è noto oscurò del tutto la prima versione del romanzo.

La Olivetti lettera 32 di Don Vincenzo insieme al nuovo romanzo

Concordammo che la cosa più opportuna era sentire Einaudi e, nel caso di un diniego, esplorare altre vie. La prima risposta della casa editrice torinese fu incerta perché si trattava di spiegare ai lettori che non era vero, come scritto nell’ultima pagina di “Terra matta”, che Vincenzo smise di scrivere nel 1970. E poi il timore che potesse essere una sorta di “doppione” (di Terra matta), visto che in fondo si trattava del racconto della medesima vita.
Ma quando Giovanni inviò i primi capitoli la redazione di Einaudi trovò quelle pagine bellissime e concordò sull’opportunità di pubblicare anche il secondo memoriale, seppure in forma ridotta vista la sua mole.
La strada ormai era tracciata e in discesa.

L’abbiamo percorsa, passo dopo passo, insieme discutendo dei tagli da fare e dei termini che potevano risultare incomprensibili ai non siciliani, per prevedere alcune note a piè di pagina. Giovanni mi chiese anche un aiuto per i titoli dei capitoli, cosa che feci estraendoli dal testo, come in Terra matta. Preparai pure la lista dei nomi di tutti gli altri personaggi menzionati nel secondo memoriale: da Rafaele Picireditto a Vita la Milinciana, da don Ciovanne lo Sparato a don Turiddo Picicanedda e tanti altri. Individuai nel racconto oltre duecento personaggi secondari, a testimonianza della grande coralità, anche umana della scrittura di Vincenzo.

La prima pagina del dattiloscritto del secondo memoriale di Vincenzo Rabito

Per farla breve ad un certo punto del nostro dialogo telematico, divenuto presto quotidiano, Giovanni mi scrisse:
“Saverio, vedremo ‘sta mazza una buttana vo’ cari!’… frase che mio padre usava parecchio quando prefigurava una operazione dagli esiti incerti. La attribuiva a Salomone, che una volta, parlando al popolo avrebbe detto: ‘puopulu, ri cca banna e ddabbanna ro mari, vardati sta mazza unni buttana vo’ cari!’ (Popolo, da questa parte e dall’altra parte del mare, guardate questa mazza dove cavolo va a cadere!) Frase oscura e zaratustreggiante che a me è sempre piaciuta moltissimo.”

E oggi questa “operazione dagli esiti incerti” ha raggiunto il primo obiettivo: la mazza dal 20 settembre è in libreria. Il secondo risultato, ovvero il riscontro che avrà di pubblico e di critica è ancora incerto, ma la comunità dei “rabitisti anonimi”, a cui appartengo, è ottimista.
Sapremo presto “sta mazza una buttana vo’ cari”.

8 ottobre 2022. (da sx) Giovanni Rabito, Matteo Motolese, Saverio Senni e Maurizio Ridolfi, alla libreria Spazio Sette di Roma durante la presentazione de “Il romanzo della vita passata”

Articoli archiviati su “Qui Terra matta”

di David Moss

Analizzando Terra Matta
Quello che conosciamo come Terra matta è un insieme di elementi. Gli originali, le due autobiografie senza titolo di Rabito, che sono effettivamente fuori dalla possibilità di consultazione da parte del pubblico. Poi ci sono le tre ‘versioni’, chiamiamole così, pubbliche:
– con il titolo ‘Terra matta’, la versione abbreviata curata e pubblicata da Einaudi (400 pagine contro le 1.207 dell’originale, quindi attorno al 30%);
– la versione teatrale di Pirrotta, anche quella intitolata ‘Terra matta’;
– il film della Quatriglio, disponibile anche in DVD, con il titolo ‘Terramatta’;

Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano. Attorno a queste fonti c’è molto poco da utilizzare. L’autore morì quarantuno anni fa e quindi non ci può essere d’aiuto; allo stesso modo sono venute a mancare anche le altre persone indicate sul testo; e gli altri scritti di Rabito – le lettere e i diari – sono stati distrutti dalla moglie alla morte del marito.

Data l’effettiva indisponibilità dei testi originali, con ogni probabilità sono queste le fonti che possono aver visto le persone  che attenzionano il testo di Terra matta. Insomma, manca quasi del tutto il tipo di repertorio che di solito funziona come base per un’interpretazione critica.

Don Vincenzo insieme al figlio Tano e alla moglie Nedda Cusumano

Come analizzare allora quest’insieme di testi (trascurando qui le altre versioni come il monologo teatrale di Stefano Panzieri, per esempio) che sono stati creati? È vero che tutti e tre sono basati sul singolo testo di Einaudi, utilizzando per lo più le parole stesse di quella versione, ma è ovvio che nessuno è stato letto o approvato da Vincenzo Rabito.

Questo fa di Terra matta un esempio forse unico, almeno in Italia: gli altri testi di ‘autori primitivi’ – Clelia Marchi, Pietro Ghizzardi, Tommaso Bordonaro, per nominare solo i più conosciuti – sono stati presentati alla critica quando gli autori erano ancora in vita. E quindi ci vuole un approccio che tenga conto di questa diversità, non quello standard che focalizza sulla figura di Rabito e sul suo coraggio. Ovvero un criterio che possa studiare la diversa natura delle opere collocate sotto il nome ‘Terra matta’ e che indaghi sulla natura delle loro relazioni nella definizione dell’autore e del suo lavoro.

Allora, invertendo l’approccio finora utilizzato, mettiamo l’enfasi non più sul personaggio dell’autore e sul come lui stesso ha descritto la sua storia in quei due testi, ma piuttosto seguiamo la prospettiva immaginata dal filmologo André Bazin più di mezzo secolo fa:

‘All things considered it’s possible to imagine that the notion of the unity of the work of art, if not the very notion of the author himself, will be destroyed ….The (literary?) critic of the year 2050 would find not a novel out of which a play and a film had been made but rather a single work reflected through three different art forms, an artistic pyramid with three sides, all equal in the eyes of the critic’
(‘Tutto sommato è possibile immaginare che la nozione di unità dell’opera d’arte, se non la stessa nozione dell’autore stesso, sarà eliminata… La critica (letteraria?) dell’anno 2050 non troverebbe più un romanzo dal quale era stata realizzata una commedia e un film, ma un’unica opera riflessa attraverso tre diverse forme d’arte, una piramide artistica a tre facce, tutte uguali agli occhi della critica’)
(A. Bazin, ‘Adaptation of the cinema as digest’, in Bazin at Work. Major Essays and Reviews from the Forties and Fifties, edited by Bert Cardullo, Routledge, 1997 (1947), pp.49-50).

Il critico cinematografico francese André Bazin (1918 – 1958) (foto Wikipedia)

Seguire questo criterio ci offre Terra matta come un trittico che comprende le forme del racconto in edizione abbreviata, del teatro e del cinema. Storicamente, la maggior parte dei trittici sono il lavoro di un solo autore, o almeno composti sotto la sua direzione, nella forma canonica. Qui Terra matta è diversa. Anche se le tre versioni dipendono dallo stesso testo abbreviato, i loro autori non si conoscevano e non si sono consultati vicendevolmente.

È vero che Santangelo, Pirrotta e Quatriglio sono tutti siciliani, anche se di diverse località, e solo Ricci è toscano, il che, per preparare un’edizione apprezzabile su scala nazionale, è certamente un vantaggio. Ma provare un approccio ‘à la Bazin’ ci offre anche la possibilità di incorporare elementi che fanno parte della vita di Rabito ma che non appaiono nella versione abbreviata di Einaudi. In particolare ci dà la possibilità di inserire il tema della musica, elemento essenziale nelle versioni per il teatro e per il cinema, che Rabito faceva in maniera del tutto informale e che menziona nel suo testo.

(Immagine lastampa.it)

Quindi proseguiremo, nei prossimi contributi, prima con una descrizione dei testi, quasi due reliquie. Seguiranno a distanza i lavori degli altri (Ricci e Santangelo, Pirrotta, Quatriglio e Ottaviano) e poi un’analisi degli elementi rappresentati sul palcoscenico e nel cinema. Infine chiuderemo con l’importante questione su cosa ci sia di davvero unico nel testo di Rabito.

Link alla prima parte dell’articolo. Clicca qui!

di David Moss

Vincenzo Rabito scrittore
Come analizzare, con la precisione necessaria, la vicenda di Terra matta, edita prima come libro, poi in teatro e infine sullo schermo, nella vita culturale dell’Italia dell’ultimo quindicennio? Come dovremmo caratterizzare l’autore, un ex-cantoniere autodidatta che dedicò buona parte dei suoi anni di pensionamento a Ragusa, a comporre la sua autobiografia prima di morire nel 1981?

Vincenzo Rabito

Anche se Terra matta viene spesso considerato un testo unico, cosa distingue quel libro da quelli degli altri ‘scrittori primitivi’ che riempiono gli archivi degli istituti nati (per la maggior parte negli anni ’80) allo scopo di raccoglierli? E poi, come dovremmo collocare le persone che, come curatori, protagonisti e registi, hanno dato una dimensione nazionale al testo di Rabito e che hanno quindi aggiunto qualcosa di distintivo nella loro visione della personalità e della vita dell’autore? Sono domande da porsi quando affrontiamo un testo forse un po’ diverso dagli altri, ma pubblicato comunque in una prestigiosa collana letteraria.

La foto in copertina dell’Edizione Einaudi (2007)

La storia pubblica di Terra Matta
Come tutti i lettori di questo blog sapranno, la storia pubblica di Terra matta è semplice. Nel 2007 la casa editrice Einaudi pubblicò nella collana Supercoralli la versione abbreviata di una lunghissima autobiografia, dove mancavano il titolo, i paragrafi, le lettere capitali e la punteggiatura. Il tutto composto tra il 1967 e il 1970 da Vincenzo Rabito.

L’originale di questo testo è tenuto nell’Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano, consegnato dal figlio più giovane dell’autore, e ha vinto il Premio Pieve, nel 2000. Curato da Luca Ricci e Evelina Santangelo, la versione Einaudi diventò subito un best seller ed è rimasta in catalogo anche in hardback, paperback e e-version.

Pagine del diario

Nel 2009 è uscita una versione teatrale, prodotta da Vincenzo Pirrotta, seguita nel 2012 da una versione per il cinema diretta da Costanza Quatriglio e scritta insieme a Chiara Ottaviano. A Venezia ha vinto il primo di diversi premi collezionati a tutti i livelli, dal locale a quelli internazionali. La prima parte del film, dedicata in gran parte alle esperienze brutali di Rabito, allora diciassettenne (era uno dei ragazzi del novantanove), sul fronte di guerra attorno al Piave, nel 2015 gli è valsa l’inclusione nella commemorazione nazionale del centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia. Trent’anni dopo la morte di Rabito uno dei figli ha riassunto la vita del padre facendo inserire la parola ‘scrittore’ nella sua lapide cimiteriale a Chiaramonte Gulfi.

(Da sx) Chiara Ottaviano e Costanza Quatriglio

Le domande da affrontare
Le domande appena accennate su Terra matta lasciano ovviamente spazio a quelle più specifiche. Viene spesso indicata come un’autobiografia, ma forse è più appropriato parlarne come di una cronaca? Oppure una memoria con diversi metodi di interpretazione? Come mai qualcuno descritto come illetterato – e qualche volta (vedi il titolo del film) addirittura come semplice ‘analfabeto’ – ha deciso di passare gli anni della sua pensione a scrivere un testo vastissimo di quasi un milione di parole?

(Da sx) Vincenzo con il fratello Giovanni

A chi veniva indirizzato e per quale motivo? Perché il testo, anche in forma abbreviata, ha goduto di un successo così grande in un’Italia così diversa da quella che Rabito ha vissuto e ha descritto? Quali sono stati gli elementi utilizzati dai registi delle versioni teatrali e per la TV che hanno offerto diverse interpretazioni della vita di Rabito e hanno conquistato l’entusiasmo del pubblico? Un volume pubblicato nella serie dei ‘Supercoralli’ – che nel 2007 ha pubblicato opere in traduzione di Auster, Saramago e Roth – certamente farebbe sorgere domande di questo tipo.

Ma queste domande sono rimaste sostanzialmente senza risposta. Il coraggio di Rabito è ovviamente riconosciuto in questa bella ‘storia dal basso’ – le guerre, il colonialismo, la ricerca di un posto di lavoro – che descrive. Ma le ragioni che lo hanno spinto a scrivere rimangono poco esplorate.

Esistono fattori sia generici che specifici e che ci aiutano a capire questa mancanza. Prima di tutto la categoria di ‘letteratura primitiva’, cui appartenevano testi come quello di Rabito, avevano cominciato a perdere d’interesse a partire dal nuovo millennio. Inizialmente di interesse specifico per il periodo della fondazione degli istituti (a Pieve Santo Stefano, Trento e Genova in particolare) negli anni ’80 e oggetto di seminari locali e nazionali che aiutavano a capire la natura e l’estensione del fenomeno, in seguito l’interesse è cominciato a scemare.

Don Vincenzo soldato in partenza per l’Africa orientale (il secondo da dx)

I testi, anche se senz’altro utili a capire le vicende della storia locale, non avevano mai avuto una vera e propria diffusione; circolavano soprattutto in famiglia e nessuno di questi scrittori aveva letto i testi degli altri (meno che meno la letteratura classica: Vincenzo Rabito aveva letto, a suo dire, Il Guerrin Meschino e Il Conte di Monte Cristo e aveva visto molte rappresentazioni dell’Opera dei Pupi).

Con la moglie Vita Cusumano

Poi, un evento specifico ha complicato le cose. Nel 2008 il figlio Giovanni ha rivelato l’esistenza di una seconda autobiografia che arriverebbe fino a pochi giorni prima della sua morte – circa 1600 pagine nello stesso stile della prima. Questa seconda versione, conservata a casa di uno dei figli, non è disponibile al pubblico.

Le divergenze con la prima non possono essere ancora studiate, anche se Giovanni ha fatto già intendere che ci sono divergenze di fatto e di stile. Anche la frase spesso citata come un giudizio sulla sua vita – ‘ fu una vita molto maletratata e molto travagliata e molto desprezata’ [‘it was a life of great ill-use, affliction and scorn’] (Rabito 2007: 3) – non compare nemmeno nel secondo testo. Qual è allora il valore documentario della prima versione, al di là del coraggio dell’autore nel mettersi a scrivere quelle pagine?[continua. Clicca qui!]

Il figlio, Giovanni Rabito (a destra), con Vincenzo Pirrotta

David Moss, già professore ordinario di Antropologia culturale all’Università Statale di Milano, ha a lungo insegnato alla Griifth University di Brisbane in Australia dove ha presieduto per molti anni l’ACIS-Australasian Centre for Italian Studies. Dopo gli studi universitari a Oxford, le prime ricerche sul campo in Italia lo hanno portato in Sardegna per lo studio della pastorizia e dei connessi fenomeni di banditismo. Molti e vari i successivi temi di ricerca, sempre su questioni italiane, su cui insistono le sue pubblicazioni: dalla corruzione al clientelismo, dalla violenza politica all’affare Moro. Negli ultimi anni è proprio la vicenda delle tante vite dell’opera di Vincenzo Rabito ad avere suscitato la sua attenzione di antropologo culturale

Ovvero
un ciliegio ibleo nella Grande Guerra

di Saverio Senni

Ciliegiologo. Con questo neologismo recentemente sono stato contattato da una scuola elementare che aveva piantato un ciliegio nel proprio giardino e mi ha fatto piacere essere stato definito così.
Nutro da anni per il Prunus avium, il nome botanico del ciliegio dolce, una passione e un interesse come per nessun’altra pianta.

Negli anni, sul ciliegio e sui suoi frutti ho riempito un baule virtuale pieno di spunti, aneddoti, citazioni presenti nelle arti letterarie, in quelle musicali, pittoriche, cinematografiche e via dicendo, collezionando una raccolta che non credo possa trovare uguali per altre specie frutticole.
Ma andiamo con ordine.

È scientificamente assodato che una delle caratteristiche peculiari delle ciliegie è che queste… si rubano! Difficile trovare qualcuno che almeno una volta nella vita non abbia assaggiato ciliegie da alberi incontrati per caso nel corso di una passeggiata in campagna. Non desiderare le ciliegie d’altri, o meglio non sottrarle senza essere autorizzato dal proprietario. Era scritto addirittura in alcuni Statuti Comunali medievali, come quello di Celleno (VT) del 1457 che sanciva le penali monetarie per chi lo avesse fatto.

Ora il mio baule immaginario a questo proposito ospita anche un po’ di Sicilia, in particolare delle campagne chiaramontane. Mi riferisco al racconto di un furto di ciliegie che ritengo uno dei più belli della letteratura italiana, per la sincerità del testo, per il linguaggio utilizzato e per il contesto in cui si verificò. È quello raccontato da Vincenzo Rabito in Terra Matta (Einaudi) che avvenne nelle campagne tra Vizzini e Chiaramonte il 23 giugno del 1917.

Reclutato come Ragazzo del ’99, nel febbraio del ’17, e trasferito a Siracusa, Vincenzo Rabito voleva riabbracciare la famiglia prima di partire per il fronte da dove era sicuro che non sarebbe più tornato vivo. Organizza così una fuga a Chiaramonte con il compaesano e coetaneo Vito Panasia, fuga che doveva essere molto breve per non far scattare l’accusa di diserzione, punita in quei tragici tempi anche con la fucilazione.

Giunti in treno a Vizzini, i due proseguono a piedi lungo una “trazzera” per arrivare nei pressi di un mulino dove Vincenzo sapeva che c’era un albero di ciliegie:
“che era propia il suo tempo delle cilieggie per potere manciare. E io voleva vedere se li albere, di queste cilieggie, ni avevino, perché, se ni avevino, ci le manciammo e poi ci arreposammo… e delle cilieggie ci n’erino tante che avemmo voglia di manciare, che cilieggie sopra di quelle albere ci n’erino piú assaie delle pampene. Cosí, senza passare permesso annessuno, abiammo scarecato li zaine, il fucile l’abiammo messo a peso all’albero, e ci abiammo messo ammanciare cirase con Vito, frutto tanto piacevole. Un ricordo pieno di dolcezza perché, precisa poco dopo Vincenzo “erimo molto felice che manciammo cilieggie.”

Con quella straordinaria capacità di Rabito di descrivere situazioni che in un attimo mutano radicalmente, racconta come vengono scoperti dal molinaro che inizia a tirare pietre sull’albero e libera il possente cane da guardia della masseria il quale da sotto l’albero cerca di mozzicare Vito.

“Restammo spaventate, io con li pietre e Vito con il cane. E diciammo: – Maledetta la pancia!
Ma non era questo lo spavento. Che non venne il solo molenaro, che venne magare la molenara a terare pietre e fare tanto bortello, arrabbiate tutte piú forte del cane, e tiranno pietre e dicento: – Descraziate, stanno venento li carabiniere e cosí vi porteranno in calera, e ora vi ammazammo a corpe di pietra!”

E la venuta dei carabinieri sarebbe stata molto peggio di quella dei molinari!
Ma ecco di nuovo un colpo di scena. Il molinaro e sua moglie si rendono conto che i due sono soldati e “invece di trare pietre e dirime: «Latre, vi miritereste ammazate!» – come ni l’avevino detto –, si hanno messo a piancere. E cosí, piancento piancento, ni hanno detto: – Figlie mieie, manciateve magare l’arbiro! Io e Vito restammo senza parola”.

Il giovanissimo Vincenzo Rabito (a sinistra) con il fratello

I due scendono dall’albero e i molinari aggiungono “Figli mieie, perdonatoce, perché noi magare ci avemmo 2 figlie come siete voialtre soldate –. E piancevino, facendoce vedere li fatocrafieie dei suoi 2 figlie.”
L’avventura non poteva che finire a tavola, come nel miglior stile delle memorie rabitesi: “cosí, ci hanno fatto la pasta asciuto con uno bello coniglio a spezatino e vino, e abiammo manciato tanto bene che io e Vito cosí non ci avemmo manciato maie”.

Don Vincenzo, (secondo a destra in piedi) in divisa da militare

La conclusione della vicenda, letterariamente parlando, è la “ciliegina” sulla torta:
“Arrivati a Chiaramonte in 10 minute, fuommo nella chiesa della Madonna delle Crazie, che abiammo fatto la prechiera doppo tante bestemie che avemmo fatto con quelle molenare che ci stapevino ammazando a petrade e con quello cane che ci ha dato ummuzecone a Vito che ci ha strapato li pandalone, e io una pitrada nella testa ho preso. E perché? Per la cerasa!”

Vicino ad un cannone della I guerra mondiale

Un inno involontario alla cerasa, la cui forza attrattiva ha fatto dimenticare che con quel furto i due Ragazzi del ’99 hanno rischiato la morte per fucilazione.
Chi ha colto di Terra matta la grandezza di questo passaggio, apparentemente secondario, è il compianto attore Marcello Perracchio il quale, ricevendo nel 2008 il Premio Xifonia, scelse di leggere proprio questo episodio, lettura riascoltabile a questo link:

Ricordando Rabito, e Perracchio insieme a lui, mi sforzo di chiudere, in quanto ci sarebbe molto altro da aggiungere, perché, come è noto, una cerasa ne tira sempre un’altra.