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Terramatta

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di David Moss

Analizzando Terra Matta
Quello che conosciamo come Terra matta è un insieme di elementi. Gli originali, le due autobiografie senza titolo di Rabito, che sono effettivamente fuori dalla possibilità di consultazione da parte del pubblico. Poi ci sono le tre ‘versioni’, chiamiamole così, pubbliche:
– con il titolo ‘Terra matta’, la versione abbreviata curata e pubblicata da Einaudi (400 pagine contro le 1.207 dell’originale, quindi attorno al 30%);
– la versione teatrale di Pirrotta, anche quella intitolata ‘Terra matta’;
– il film della Quatriglio, disponibile anche in DVD, con il titolo ‘Terramatta’;

Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano. Attorno a queste fonti c’è molto poco da utilizzare. L’autore morì quarantuno anni fa e quindi non ci può essere d’aiuto; allo stesso modo sono venute a mancare anche le altre persone indicate sul testo; e gli altri scritti di Rabito – le lettere e i diari – sono stati distrutti dalla moglie alla morte del marito.

Data l’effettiva indisponibilità dei testi originali, con ogni probabilità sono queste le fonti che possono aver visto le persone  che attenzionano il testo di Terra matta. Insomma, manca quasi del tutto il tipo di repertorio che di solito funziona come base per un’interpretazione critica.

Don Vincenzo insieme al figlio Tano e alla moglie Nedda Cusumano

Come analizzare allora quest’insieme di testi (trascurando qui le altre versioni come il monologo teatrale di Stefano Panzieri, per esempio) che sono stati creati? È vero che tutti e tre sono basati sul singolo testo di Einaudi, utilizzando per lo più le parole stesse di quella versione, ma è ovvio che nessuno è stato letto o approvato da Vincenzo Rabito.

Questo fa di Terra matta un esempio forse unico, almeno in Italia: gli altri testi di ‘autori primitivi’ – Clelia Marchi, Pietro Ghizzardi, Tommaso Bordonaro, per nominare solo i più conosciuti – sono stati presentati alla critica quando gli autori erano ancora in vita. E quindi ci vuole un approccio che tenga conto di questa diversità, non quello standard che focalizza sulla figura di Rabito e sul suo coraggio. Ovvero un criterio che possa studiare la diversa natura delle opere collocate sotto il nome ‘Terra matta’ e che indaghi sulla natura delle loro relazioni nella definizione dell’autore e del suo lavoro.

Allora, invertendo l’approccio finora utilizzato, mettiamo l’enfasi non più sul personaggio dell’autore e sul come lui stesso ha descritto la sua storia in quei due testi, ma piuttosto seguiamo la prospettiva immaginata dal filmologo André Bazin più di mezzo secolo fa:

‘All things considered it’s possible to imagine that the notion of the unity of the work of art, if not the very notion of the author himself, will be destroyed ….The (literary?) critic of the year 2050 would find not a novel out of which a play and a film had been made but rather a single work reflected through three different art forms, an artistic pyramid with three sides, all equal in the eyes of the critic’
(‘Tutto sommato è possibile immaginare che la nozione di unità dell’opera d’arte, se non la stessa nozione dell’autore stesso, sarà eliminata… La critica (letteraria?) dell’anno 2050 non troverebbe più un romanzo dal quale era stata realizzata una commedia e un film, ma un’unica opera riflessa attraverso tre diverse forme d’arte, una piramide artistica a tre facce, tutte uguali agli occhi della critica’)
(A. Bazin, ‘Adaptation of the cinema as digest’, in Bazin at Work. Major Essays and Reviews from the Forties and Fifties, edited by Bert Cardullo, Routledge, 1997 (1947), pp.49-50).

Il critico cinematografico francese André Bazin (1918 – 1958) (foto Wikipedia)

Seguire questo criterio ci offre Terra matta come un trittico che comprende le forme del racconto in edizione abbreviata, del teatro e del cinema. Storicamente, la maggior parte dei trittici sono il lavoro di un solo autore, o almeno composti sotto la sua direzione, nella forma canonica. Qui Terra matta è diversa. Anche se le tre versioni dipendono dallo stesso testo abbreviato, i loro autori non si conoscevano e non si sono consultati vicendevolmente.

È vero che Santangelo, Pirrotta e Quatriglio sono tutti siciliani, anche se di diverse località, e solo Ricci è toscano, il che, per preparare un’edizione apprezzabile su scala nazionale, è certamente un vantaggio. Ma provare un approccio ‘à la Bazin’ ci offre anche la possibilità di incorporare elementi che fanno parte della vita di Rabito ma che non appaiono nella versione abbreviata di Einaudi. In particolare ci dà la possibilità di inserire il tema della musica, elemento essenziale nelle versioni per il teatro e per il cinema, che Rabito faceva in maniera del tutto informale e che menziona nel suo testo.

(Immagine lastampa.it)

Quindi proseguiremo, nei prossimi contributi, prima con una descrizione dei testi, quasi due reliquie. Seguiranno a distanza i lavori degli altri (Ricci e Santangelo, Pirrotta, Quatriglio e Ottaviano) e poi un’analisi degli elementi rappresentati sul palcoscenico e nel cinema. Infine chiuderemo con l’importante questione su cosa ci sia di davvero unico nel testo di Rabito.

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