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Terremoto del 1542

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di Paolo Monello

Avere ancorato la causa delle continue scosse di terremoto (nel biennio 1693-1694 se ne contarono quasi duemila!) servì alle autorità a tenere sotto controllo la situazione dell’ordine pubblico, spesso in preda a terrori irrazionali legati anche alle eclissi che si verificarono in quei mesi, allo stesso ruolo del Mongibello (chiamato Etna solo dagli scienziati, tra cui appunto il protomedico Domenico Bottone) e al diffondersi (ad arte) di false profezie sullo sprofondamento dell’Etna e della Sicilia intera.

Il tragico terremoto del 1693 nella pittura barocca (anonimo, collezione privata XVII-XVIII sec.)

Abbagliati come siamo dalla splendida ricostruzione barocca delle nostre città, è difficile per noi concepire come e cosa vivessero gli sventurati nostri antenati abitanti del Val di Noto e della Sicilia orientale in quell’orribile biennio. E se nelle lettere a Madrid del Viceré Juan Francisco Pacheco Duca di Uzeda (gennaio 1693-settembre 1694) prevale la razionalità e la conoscenza scientifica dei fenomeni, diverso era il senso comune di cui ci danno testimonianza le cronache dell’epoca. Troppo grandi furono gli sconvolgimenti della natura osservati, tali da costituire la base per le dicerie e le profezie sullo sprofondamento della Sicilia.

Antica Stampa con un’eruzione del Mongibello

Ecco un breve saggio delle paure che colti scienziati e religiosi condensarono in seguito nei loro scritti, offrendo gli spunti per le apocalittiche stampe dell’epoca. Le cronache infatti sono pregne di un senso di puro terrore, a testimonianza del clima da fine del mondo che si visse in quelle settimane ed in quei mesi in cui la terra continuò a tremare, a volte con scosse pari a quella dell’11 gennaio.

Anche dopo la necessaria sfrondatura del linguaggio apocalittico influenzato dalle letture bibliche, eccone qualche testimonianza. Già Bottone, nella sua relazione, accenna con sgomento al «ghiaccio che cadeva dal cielo e al fuoco che saliva dalla terra». Dopo un dicembre ed un inizio di gennaio con «l’aria, e le giornate si calde, che imitavano la state», contestualmente alla violentissima scossa del giorno della domenica, che era spuntato con il cielo coperto, tutte le cronache attestano lo scatenarsi di una violentissima tempesta di pioggia, venti e grandine «che pose gli uomini in maggior disordine e travaglio, che le rovine stesse». Così scrive Silvio Boccone.

Paolo Silvio Boccone, botanico palermitano (1633-1704)

Le angoscie furono raddoppiate, dice lo scienziato, «dal rombo della terra… e dalla pioggia mista al crudele corteo di turbini e procelle». La terra, esalando odore di zolfo, aveva acquistato così un segno dell’inferno… Una natura impazzita qua e là aveva generato voragini da cui scaturiva acqua solforosa, come a Mascali (anche se dal male a volte nasceva un beneficio, essendo quell’acqua curativa per ogni tipo di «fetide ulcerazioni», sottolinea Boccone, autore di una bella memoria sullo “scanto”).

Anche nella Contea di Modica, già duramente colpita nel 1542 (come testimoniano due diligenti notai di Scicli ed una lettera del 20 dicembre 1542 del duca di Terranova sui danni a Sortino ed altrove), oltre le distruzioni e l’alta mortalità (con la punta del 50% della popolazione a Ragusa), calcolata da Camastra in 14.000 vittime circa su una popolazione di 67.000 persone rivelate nel 1682, si verificarono notevoli sconvolgimenti nel territorio.

Il terremoto del 10 dicembre 1542 nel Val di Noto. Studio macrosismico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Secondo Bottone, numerose scosse violente la colpirono, dopo quelle di gennaio, il 27 febbraio, il 31 marzo, il 9 maggio. Il 31 maggio «al primo albeggiare, una violenta scossa di terremoto, raso al suolo ciò che era rimasto degli edifici, infierì sugli abbattuti superstiti: ora sembrava che il corso dell’Iliade delle calamità si interrompesse e l’animo ritornava nel porto dell’agognata serenità, ora incrudelendo i tuoni, saettando i fulmini, raddoppiandosi le raffiche dei venti, strappate le querce dalle solide e antiche radici, sembrava che li colpisse ogni genere di sciagura».

Ma per gli abitanti della Contea, la sofferenza non era finita. Infatti, «apertasi la terra, e rotti i canali sotterranei delle acque, nei pressi del fiume di Ragusa si formarono stagni, dove una gran massa di terra, sradicati grossi alberi, franò lungo il pendio sottostante, e lì si formò un lago così profondo da sostenere persino le barche. Sul colle di San Teodoro, si aprì una voragine di grande profondità e lungo tutta la superficie si notarono numerose spaccature, da cui spirava odore di zolfo, che fu avvertito fino a Siracusa. Tra Ferla e Cassaro, due colline, in mezzo alle quali scorreva un fiume, sprofondarono «in un batter d’occhi» e la piana così formatasi «riempitasi per le acque che sgorgavano formò in breve tempo una profonda palude navigabile di circa 256 passi». Questo fatto, dice Bottone, «più della rovina degli edifici in tanti luoghi del Val di Noto fu di terrore per gli abitanti», ai quali probabilmente ricordò l’Apocalisse («e i monti si dileguarono…»).

Il “De immani Trinacriae Terraemotu’, di Domenico Bottone (1718)

Se la terra si apriva e inghiottiva persone e animali (non mancano alcune testimonianze di persone ed animali inghiottiti dalle spaccature causate dai terremoti), anche il mare aveva fatto la sua parte. Secondo Bocconi, dopo il terremoto della domenica, molti naviganti avevano sentito «una specie di pulsazione dal fondo del mare», e lungo tutta la costa orientale, da Messina a Catania, ad Augusta e Siracusa, si osservarono due ondate di maremoto.

«Doppo il primo ritiramento, e ritorno, o riflusso delle acque, che venne più del solito gonfio, fu osservato immediatamente il secondo ritiramento, e ritorno del riflusso, quindi è che viddero scoperto il fondo del lito del mare due volte, per il ritiramento straordinario delle acque di 25 a 30 passi geometrici da esso lito, ed altrettante volte riempiuto il letto della spiaggia, ed all’hora le acque alzaronsi più dell’ordinario livello quasi otto piedi geometrici». E ancora: «nella spiaggia di Mascari (Mascali) l‘inondazione del riflusso delle acque nell’atto del terremoto della domenica s’inoltrò sino ad un miglio dentro terra», mentre «in quella spiaggia di mare di Tauromina, detta li Giardini, le acque del mare si ritirarono mezzo miglio…».

Antica stampa raffigurante un maremoto tra Sicilia e Calabria

Di fronte a Siracusa, persino «i pesci da pescare» mancarono «alle poste solite», e «ove i pescatori erano accostumati di calare le loro reti in profondità di quindici passi di fune, in quei primi quindici giorni doppo il terremoto, bastava loro solamente cinque passi di fune alla pescagione». Sconvolti i fondali del mare, «li Catanesi in questa inondazione d’acque del mare furono sopraffatti da un novo timore, e da una nuova costernazione, vedendo irata la terra, ed il mare a loro danno; attesoche le acque entrorono dentro la Città, e penetrarono nella piazza di San Filippo, e le massarie, ed i poderi tutti furono inondati attorno alla città».

Catania – Crolli in città nel terremoto del 1693. Particolare dalla grande carta di Anonimo, conservata alla Staatbibliothek di Berlino

Questo il quadro che spiega l’attenzione e l’insistenza del Duca di Uzeda sul Mongibello in decine di lettere ai Consigli di Stato e d’Italia a Madrid. Dunque il Mongibello: ma causa o rimedio per evitare nuove catastrofi? Per Uzeda (seguace della teoria fuochista di Kircher, Borelli e Bottone) non ci sono dubbi. La conferma gli veniva in primo luogo da Bottone, che nella sua lettera del 20 gennaio aveva scritto da Messina: «la paura maggiore deriva dal fatto che dal Monte Etna (dopo 11 giorni) non esce molta lava… ma nonostante ciò io spero nella misericordia di Dio e nelle cause naturali che sebbene continuino i terremoti di lieve entità non ne accadrà un altro maggiore di quello che ha distrutto mezza Sicilia…».

Antica stampa dell’Etna che erutta

Il Duca di Uzeda inoltre aveva fra le mani una notizia giuntagli dal Secreto di Randazzo del 22 gennaio, dal quale aveva avuto conferma che la prima scossa (quella del venerdì 9 alle 10 di sera) si era verificata mentre il vulcano «non dava segni né di fumo né di fuoco» e che invece dopo la scossa dell’11 alle 2 e mezza, mezzora dopo (quindi alle 3 del pomeriggio) non solo «cominciò in tutta la zona a sollevarsi la nebbia e a piovere con gran furia e a nevicare» ma che anche la Montagna cominciò «a gettare fumo, e si vide che la cima si era abbassata un poco». In pratica, a seguito delle terribili scosse della domenica, una parte del cratere centrale era crollata…