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terremoto del 1693

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Ciò che i nostri avi hanno vissuto più di tre secoli fa, nel 1693, è purtroppo esperienza destinata a ripetersi nel tempo. E non sarà certo per punizione divina, né per le bizze dell’Etna, ma per colpa della faglia ibleo-maltese sopra la quale siamo seduti. Oggi la scienza è in grado di spiegare tutto, all’epoca no. Ecco che fiorivano narrazioni che “hanno avuto un largo e particolare riflesso nei canti e nelle storie del popolo siciliano”, scrive Luigi Lombardo. L’articolo commemorativo di oggi (che segue gli articoli di Paolo Monello sull’argomento) parla proprio di questo.

di Luigi Lombardo

Le catastrofi naturali (terremoti o eruzioni vulcaniche), le epidemie (colera o peste), ma anche altri eventi catastrofici di natura socio-economica, come guerre o carestie, hanno avuto un largo e particolare riflesso nei canti e nelle storie del popolo siciliano.

Nate dalla fantasia di ignoti, o parzialmente noti, poeti popolari, quasi sempre illetterati, se non del tutto analfabeti, queste, che per convenzione siamo soliti chiamare “storie” in versi, si diffondevano rapidamente fra il popolo attraverso i cantastorie, che giravano i paesi della Sicilia soprattutto al tempo delle feste e delle fiere. Questi cantastorie girovaghi potevano essere anche gli autori dei brani, o spesso erano solo gli esecutori.

“U ciaraulu” canta una storia popolare in piazza

Particolarmente diffusa in Sicilia è la “Storia del terremoto del 1693”, che ci è pervenuta col nome di “Tirrimotu ranni” o “Tirrimotuanticu”. Di essa ho raccolto diverse varianti, ma le più importanti sono la storia completa raccolta a Palazzolo e una lunga variante raccolta a Modica: la combinazione delle due storie ha permesso di colmare lacune e di dare il giusto significato ad alcuni versi, altrimenti incomprensibili o poco chiari.

U “Fascettu”. Frontespizio di un volume sul terremoto del 1693 (XVIII sec.)

L’informatrice, Domenica Angelico di Palazzolo, mi recitò a memoria, in un’unica seduta, tutte le 48 ottave della storia composte a rima alternata con la classica ‘ntruccatura. La donna che all’epoca aveva 94 anni, era una contadina, che aveva imparato il canto più di settanta anni prima da una ragazza di dodici anni, una spicalora di Solarino (SR). Come si legge nell’ultima ottava ne è autore tale Tanu Accaputu (Gaetano Accaputo), di cui al momento abbiamo poche notizie.

Incisione da carta geografica (1693)

La storia deve essere coeva o di poco posteriore al fatto, perché, come bene nota il Pitrè, è raro che una storia si occupi di un fatto trascorso da molti anni. D’altra parte alla 15a ottava il poeta dice: «E chiddi ca sunu vivi a lu prisénti/puonu cuntarvi la crurilitati», facendoci capire come la memoria fosse viva al tempo del poeta.
L’informatrice non cantava ma recitava. Lei stessa però mi aveva detto che si cantava durante la mietitura e la raccolta delle spighe. Il cantante e musicista Carlo Muratori la musicò nel 1993.

(Da sx) stampa settecentesca che raffigura una scena di terremoto e un’incisione popolare dello stesso periodo

Ma di recente ho scoperto la versione cantata da un anziano contadino di Palazzolo, che l’aveva appresa dal padre capuciurma e abilissimo cantante popolare.
La storia inizia solennemente, come fosse una poesia epica classica, con l’invocazione rituale e scaramantica:

Ratimi urienzi, gintili signuri,
cosi trimenni vorru accuminzari.
Cumanna Cristu pi li piccaturi
e-r-ogni uomu ci-avissi a-ppinzari.
Succurru a-vvui supremu criaturi,
rati forza a sta lingua a spiegari:
m-mènniriri notti a li cincu uri
menu na quarta si giustu parrari.

Il canto in questione, come altri canti consimili, si fonda su una precisa credenza di origine cattolica: quella della colpa e della riparazione. Si tratta di una convinzione largamente diffusa fra gli strati popolari: l’ideologia provvidenziale cristiana, per cui mali come pestilenze, malattie, guerre e catastrofi sono castighi di Dio, inflitti agli uomini per i loro peccati e per riportarli sulla buona strada.

Stampa devota di Salvatore Puccio raffigurante San Vito martire, protettore dai terremoti e altri mali

Questi peccati scatenano la collera divina che si manifesta con simili “avvisi”, che portano terribili eruzioni o catastrofici terremoti. La distruzione sarebbe totale se di volta in volta non intervenisse ad intercedere presso il figlio la Madonna, Madre di Dio, vera “abbucata” (avvocata), degli uomini presso il figlio. Molte di queste storie perciò hanno come motivo centrale lo svolgimento e la drammatizzazione del contrasto fra la volontà punitrice di Dio e la lacrimevole intercessione di Maria, coadiuvata spesso dai santi patroni.

Due stampe devote del XVIII sec. per la protezione dai terremoti

L’importanza della figura della Madonna, come mediatrice fra uomo e Dio, al fine di placare l’ira divina, si affermò al tempo delle grandi pandemie, che a partire dal XVI secolo sconvolsero l’Italia. Ne conseguì un incremento del culto verso la fine del secolo e con le successive epidemie del secolo XVII. Proprio a seguito delle epidemie di peste che colpirono la Sicilia, il re di Spagna e Sicilia, nel 1643, ordinò a tutte le città di Sicilia di mettersi sotto il patronato della Madonna, scegliendo l’immagine più popolare presso le masse popolari.

Madonna del terremoto (Francia 1505)

Era il modo tradizionale di rispondere all’angoscia che derivava dalla incomprensione del fenomeno, dalla tendenza a rifugiarsi sotto le ali protettive del mito. La comunità si risollevava attraverso la ripetizione memoriale dell’evento: ecco allora nascere le quarantore del 9-11 gennaio di ogni anno, dove in chiesa si “rappresenta” il terremoto. Un tempo questo rito prevedeva che ad un certo punto della messa si facevano cadere per terra oggetti metallici, le sedie, e altri oggetti reperibili in chiesa: a Palazzolo il rito prendeva il nome di trièppitu (tremito). Così le classi popolari e in generale tutti i partecipanti al rito superavano l’angoscia dell’evento, di cui si sapeva solo che era espressione della volontà divina.

Orazione contro i terremoti (sec. XIX)

E oggi? tutti sappiamo che il terremoto ha origini fisiche, perfettamente spiegabili e misurabili. Grazie a questo tutto dovrebbe essere facile, non rendendosi necessaria alcuna forma di esercizio risarcitorio nei confronti del Dio. Ma è davvero così emancipato l’uomo moderno dalla paura del terremoto? Credo di no. E allora quali forme di espulsione dell’angoscia e della paura si praticano oggi dalle comunità? Su tutte prevale la possibilità di informarsi in tempo reale sull’evento attraverso i media. Ma al momento dell’insorgere della prima scossa non c’è nulla a cui aggrapparsi e l’evento è vissuto drammaticamente e angosciosamente. A nulla vale la conoscenza del fenomeno e la natura dell’uomo viene fuori: un essere fragile e impotente di fronte all’ignoto.

di Paolo Monello

Le ripetute segnalazioni del Duca di Uzeda sui continui terremoti spinsero la Corte, nel novembre successivo, in mancanza d’altro e come unico rimedio, a ordinare «che in questo Regno si facessero rogazioni e pubbliche penitenze al fine di procurare di placare con questo mezzo l’ira della Divina Giustizia nello sciagurato accidente dei terremoti». All’inizio si era suggerito di fare questi esercizi di penitenza «sin exterioridad», dopo quasi un anno di terremoti, il Re ordinò che si facessero invece preghiere pubbliche.

(Da sx) Il Viceré, Duca di Uzeda e il Re di Spagna Carlo II

Impetrare dalla Divinità la fine dei terremoti era condizione essenziale per la ricostruzione soprattutto delle fortificazioni in tempo di guerra con la Francia e delle città stesse, ma essa andava a rilento a causa delle continue scosse che terrorizzavano e ancor più demoralizzavano i superstiti. La Chiesa sin dai primi giorni aveva cercato di reagire come poteva e come sapeva fare.

Alla protezione di Santa Rosalia (con la promessa sin dai primi di marzo di una festa annuale per l’11 gennaio di ogni anno) l’Arcivescovo Bazan, dall’agosto aveva stabilito «lo svegliatoio di alcuni tocchi funebri di campane in ogni venerdì in memoria della Passione e morte di N.S. e della liberazione dal terremoto» (Mongitore), cosa che certamente non sollevava l’animo di tanti palermitani e soprattutto degli abitanti del Val di Noto, sottoposti ad inimmaginabili tribolazioni.

(Da sx) Un dipinto della processione di Santa Rosalia a Palermo poco dopo il terremoto e l’Arcivescovo di Palermo Bazan

Adeguandosi al senso comune, il Viceré Uzeda aveva anche chiesto al Senato della Città di Palermo di nominare San Francesco Borgia – un santo spagnolo, precisa Uzeda – “como especial Abogado de los terremotos” (15 ottobre), ed arrivatigli gli ordini reali nel novembre, aveva inviato dispacci in tal senso a tutti i prelati del Regno e al Tribunale della Monarchia per la loro pronta esecuzione. Ma erano insorti problemi. Da un lato infatti l’Arcivescovo Bazan riteneva conveniente spostare queste cerimonie a dopo l’11 gennaio 1694, «maggiormente perché gli atti delle missioni e di comunione generale si erano appena conclusi il giorno della Presentazione di N.ra S.ra», il 21 novembre. Inoltre «erano prossimi a ripetersi nel giorno della Concezione e per Natale».

San Francesco Borgia (Museo de Bellas Artes di Siviglia)

La maggiore opposizione era però venuta dalla Giunta dei Secolari (organismo che con la Giunta degli Ecclesiastici doveva consigliare il Viceré), che con particolare attenzione ai pericoli per l’ordine pubblico suggeriva allo stesso di ordinare ai Prelati del Regno di «continuare nelle loro Diocesi questi Santi esercitij come che tutta la sostanza della Vera Riforma Christiana ricercata dalla Divina accettatione per placare la sua Santa Giustizia ne’ popoli unicamente consiste nel buon uso e frequenza de’ Sacramenti e della Parola Divina con le prediche e missioni, insinuando alli Vescovi che sospendano gli ordini datili in esequtione delle Lettere Reali per non dar maggior apprensione alla sieguente diceria della falsa Profetia del Venerabile Beda».

Beda il Venerabile (673 circa – 735). Monaco cristiano e storico anglosassone, vissuto a Sunderland in Inghilterra (immagine da Wikipedia)

Circolava infatti a Palermo una profezia di quattro versi in latino (esametro/pentametro, esametro/pentametro) che così recitava [metto gli accenti sulle sillabe, n.d.a.]:
«Séxdec(im) ést ortúm post Chrísti sécla perácta/Sólstitiúm triúm bís quoque lústra novém/Étna cadét Mons, Trínacri(a), ác tota quíppe períbit/Núllum véstigiúm túnc remanébit eiús». (Passati sedici secoli dalla nascita di Cristo, è sorto il solstizio dei tre [anni] e due volte nove lustri [cioè 1600+3+2x9x5=1693], ed allora il Monte Etna sprofonderà e tutta la Sicilia perirà e di essa non rimarrà alcuna traccia).

Il “De Vaticiniis” del Monaco Beda

La fattura dei versi, anche se poco elegante, metricamente rivelava comunque una origine colta (ambienti gesuitici?). Tali versi – secondo la Giunta – miravano a spargere il terrore per un imminente sprofondamento della Sicilia con l’Etna il giorno dello stesso solstizio invernale, il 21 dicembre.

La Giunta aveva fatto verificare se veramente una simile profezia si trovasse nell’opera “De Vaticiniis” del monaco inglese Beda (672-735), ma non ce n’era traccia. Pertanto, alla luce di quanto era successo nel 1647, quando le processioni contro la siccità avevano generato una grave rivolta, per l’«apprensione in che si sta con la Diceria di queste false Profetie che sia per essere fatale al Regno il prossimo solstitio vernale e l’annuale del’11 del futuro gennaio».

Miniatura del monaco Beda da una Bibbia francese del XII sec. da Reims (immagine da cassiciaco.it)

La stessa Giunta per motivi di ordine pubblico raccomandava al Viceré, in sostanza, di disobbedire agli ordini reali e di ordinare che si continuassero le cerimonie all’interno delle chiese, con prediche e sacramenti senza processione né rogazioni, le quali ultime prevedevano la flagellazione con effusione di sangue dei penitenti. Il Duca di Uzeda non si fece pregare e il 5 dicembre la sua Segreteria spedì una nota ai Vescovi dell’isola sospendendo gli ordini del Re, vietando processioni, rogazioni e invitando i Prelati a porre in essere «mezzi più conformi alla prudenza e alla pietà cristiana, per indurre le popolazioni alla frequenza dei sacramenti e all’esercizio delle altre opere, che possano essere efficaci a piegare la Divina Misericordia, affinché sospenda il castigo che ci minaccia colla ripetizione dei terremoti».

Stampa dell’epoca che illustra i danni del terremoto

Fortunatamente, il giorno del solstizio invernale passò senza che nulla accadesse e il 29 dicembre il Duca di Uzeda tornò a riferire a Madrid che «Mongìbello aveva continuato la sua esalazione di fumo e fiamme in quantità» ma senza alcun danno. Superati anche i timori per un’eclisse il 1° gennaio, ci si preparò a ricordare il 1° anniversario.

Come andarono le cose, lo leggiamo in una lettera del 22 gennaio:
«Questi giorni in cui si è compiuto l’anno delle passate sventure – scrive Uzeda -, si è rinnovato in tutti il timore e la consapevolezza di nuove sofferenze; però non per questo si è tralasciato di celebrare con il più fervoroso culto e devozione il giorno undici in rendimento di grazie per i benefici ricevuti, e ad onore della nostra Protettrice Santa Rosalia, e ho notizia che nella maggior parte del Regno si è fatto lo stesso in onore dei Santi Tutelari e Patroni, muovendo con questo mezzo gli animi a continuare le devozioni, senza introdurre il clima di preoccupazione delle rogazioni […] per ottenere dalla Divina Pietà il conforto che tanto è necessario».

Il tragico terremoto del 1693 nella pittura barocca (anonimo, collezione privata XVII-XVIII sec.)

Come si vede, l’11 gennaio 1694 fu celebrato anche a Palermo, ma oggi non c’è traccia di una cerimonia in quel giorno in onore di Santa Rosalia. Invece a Vittoria sì. Non sappiamo se l’11 gennaio 1694 a Vittoria si celebrò quel primo triste anniversario (anche se i morti non superarono le 40 unità) ma fu allora che nacque la leggenda del sacrificio della testa del Santo per la salvezza della città (come apparirebbe dalla t.a.c. eseguita qualche anno fa sulla statua, che indicherebbe un taglio netto) e che probabilmente l’arciprete don Enrico Ricca narrò a don Giovanni Palumbo, che ne parlò nella sua opera sul Santo nel 1744, contribuendo a radicare l’usanza annuale. Che io sappia, oggi solo a Vittoria si celebra una festa esterna in onore di San Giovanni a memoria dell’11 gennaio 1693.

La statua di San Giovanni a Vittoria

di Paolo Monello

In occasione del 329° anniversario della catastrofe sismica del 9-11 gennaio 1693, ritorno sui rapporti ritenuti di causa ed effetto tra le eruzioni del Mongibello e le continue scosse di terremoto, ricordando che la scienza dell’epoca riteneva che più l’Etna eruttava, meno probabilità di terremoti ci sarebbe stata. In verità, come vedremo, il senso comune andava nel senso opposto, ritenendo non solo che la “Montagna” generasse i terremoti ma addirittura che stesse per sprofondare e con essa tutta la Sicilia. Ma andiamo con ordine.

Il Mongibello (foto da catania.gds.it)

Man mano che arrivavano gli avvisi dalle zone più colpite, il Duca di Uzeda fu in grado di informare la Corte sempre più dettagliatamente su ciò che accadeva sul vulcano. Cominciò a farlo con puntiglio il 19 febbraio, quando scrive al Re di temere che le scosse nel Val di Noto fossero continuate «per non aver avuto notizia che Mongibello abbia eruttato la materia sulfurea da cui si origina (il terremoto) né che si sia aperta una bocca nuova da cui possa esalare il vento di fuoco che opprime e tiene chiusa la montagna, deducendosi questa conseguenza (cioè il terremoto, n.d.a.) da ciò che si è constatato altre volte e dai terrificanti boati che si odono nelle vicinanze e mi assicurano da diversi luoghi che una batteria di cento cannoni non provoca un maggior fragore, cosa che fa durare la paura ed il timore di nuovi sconvolgimenti».

Juan Francisco Pacheco Duca di Uzeda, Viceré di Sicilia dal 1687 al 1696 ( (immagine da memoriademadrid.es)

Ed ancora, sempre preoccupato, il 5 marzo, quando scrive:
«Mongibello non ha aperto nuovi crateri né eruttato, solo si è osservato che dal 3 febbraio fino al 14 si udirono grandi boati e gettò notevoli quantità di lapilli incandescenti e considerato che i terremoti sono continuati fino al 24 (di febbraio) mi dice il Duca di Camastra da Noto che negli stessi giorni si udiva sotto la terra come un rumore di vento. La cosa fa vivere gli abitanti con grande sconforto, (augurandosi) che la Montagna elimini (il vento infuocato) o emetta i vapori interni, di modo che cessi la causa, perché questa disgraziata continuazione dei terremoti ritarda la ricostruzione…».

Giuseppe Lanza Lucchese, Duca di Camastra (1630-1708)

Poi sembrò che le cose si mettessero al meglio e che la «disgrazia dei terremoti (andasse) cessando». Ma invece – seppure leggere – le scosse ripresero. Poi, la sera di venerdì 3 luglio «Mongibello cominciò a gettare fuoco e fiamme dal cratere in tanta quantità che la lava cominciò a scorrere verso la parte di levante», fenomeno preceduto da ripetuti boati all’interno della Montagna.

L’indomani il Duca di Camastra «inviò persona pratica a verificare se la colata era uscita da un nuovo cratere che si fosse aperto; però avendo questa persona osservato con attenzione poté vedere che dal cratere principale della cima del monte usciva un certo genere bituminoso e che dalla parte del cratere si udivano orribili boati che non si erano mai uditi altre volte. E che durante il giorno, Mongibello emise una enorme quantità di fumo, come un nuvolone nero che si dilatava nell’aria fin dove arrivava la vista e dicono che si tratti di ceneri che alcune volte si è constatato che sono arrivate fino a Malta» (il caratteristico “pino”, n.d.a).

L’eruzione era durata anche nei giorni seguenti, con nuove scosse avvertite a Catania, con un parossismo la sera del 9 luglio, «quando da Catania si era osservato che dalla bocca principale usciva una gran quantità di fuoco». Di nuovo Camastra aveva inviato un esperto a fare un sopralluogo e l’uomo era tornato da lui comunicandogli che una parte del cratere centrale era crollata e che la lava era stata eruttata con tanta violenza che in meno di un’ora e mezza aveva percorso più di cinque miglia, e che il suo corso si stava indirizzando verso una grande concavità nel territorio della città di Mascali.

La colata lavica verso la parte orientale della valle del Bove (foto da meteoweb.eu)

L’indomani, 10 luglio, il Mongibello era tornato tranquillo (lettera di Uzeda al Re del 23 luglio 1693), limitandosi ad emettere fumo «come fa di solito», con soltanto un leggero terremoto «attribuito alla forza dei movimenti sotterranei che di tempo in tempo sono soliti udirsi all’interno di quella Montagna» (6 agosto), un fenomeno continuato per tutto il mese di agosto. Ma poi di nuovo il 3 settembre, il Duca di Uzeda riferisce a Madrid di forti scosse di terremoto avvertite in tutto il Val di Noto il 14 agosto passato e che nello stesso tempo Mongibello aveva fatto udire ripetutamente forti boati sotterranei «simili ad un cannoneggiamento di artiglieria pesante» e poi aveva emesso fumo, lava e considerevoli quantità di ceneri.

La notte del 24 agosto dal cratere centrale aveva eruttato, emettendo «grandi bagliori […] come di luci (nell’aria) e che dopo che quelle luci si erano spente si osservò che l’aria era piena di odore di zolfo». A seguito di quelle esplosioni ad Acireale erano rimaste danneggiate una chiesa e varie fabbriche.

Il vulcano aveva continuato sempre a farsi sentire ed il 17 settembre Uzeda riferì che l’infaticabile Duca di Camastra aveva mandato «persona pratica ad esplorare il cratere centrale della Montagna e gli altri che si erano aperti ad un miglio e mezzo di distanza» e gli aveva comunicato che della cima della Montagna «verso mezzogiorno […] è rimasta solo una porzione […] a mo’ di scoglio e il resto forma una vasta pianura. A ponente invece si era formata una altura dalla quale uscivano fuoco e fumo […] Nei pressi, si osservavano alcune montagnole di sabbia dell’altezza di due varas (4 metri, n.d.a), mentre a levante era spuntata una montagnola di materia bituminosa. Il fumo poi che usciva dalla bocca di ponente era simile ai movimenti del mare in tempesta, tanto era violenta la forza con cui erompeva dalle viscere del vulcano. Però all’esploratore non era stato possibile vedere la profondità delle fenditure apertesi nel Piano del Lago nei pressi della Torre del Filosofo per la gran quantità di sabbia caduta».

Il Piano del Lago sul versante sud dell’Etna (immagine da ilvulcanico.it)

Ma a parere dell’uomo – scrive rassegnato il Duca di Uzeda – si ritiene «inevitabile che a causa della ripetizione di tante scosse il Piano del Lago sprofondi fino al cratere centrale, come è accaduto nella parte sommitale». Insomma, sembrava che davvero il Mongibello stesse per sprofondare. Né cessavano i terremoti. Il 20 settembre infatti (lo riferivano Camastra, il Castellano di Catania ed i Governatori di Siracusa ed Augusta) si era sentito un terremoto violento, preceduto «dai consueti boati sotterranei della Montagna di Mongibello», che aveva continuato ad esalare fuoco e fumo. Come si poteva ricostruire con l’angoscia che l’indomani crollasse ciò che era stato costruito il giorno prima? Come si vede, mai forse l’Etna era stata così osservata, per leggere in essa il destino futuro della Sicilia, mentre forze oscure stavano diffondendo una grande paura.

di Paolo Monello

Avere ancorato la causa delle continue scosse di terremoto (nel biennio 1693-1694 se ne contarono quasi duemila!) servì alle autorità a tenere sotto controllo la situazione dell’ordine pubblico, spesso in preda a terrori irrazionali legati anche alle eclissi che si verificarono in quei mesi, allo stesso ruolo del Mongibello (chiamato Etna solo dagli scienziati, tra cui appunto il protomedico Domenico Bottone) e al diffondersi (ad arte) di false profezie sullo sprofondamento dell’Etna e della Sicilia intera.

Il tragico terremoto del 1693 nella pittura barocca (anonimo, collezione privata XVII-XVIII sec.)

Abbagliati come siamo dalla splendida ricostruzione barocca delle nostre città, è difficile per noi concepire come e cosa vivessero gli sventurati nostri antenati abitanti del Val di Noto e della Sicilia orientale in quell’orribile biennio. E se nelle lettere a Madrid del Viceré Juan Francisco Pacheco Duca di Uzeda (gennaio 1693-settembre 1694) prevale la razionalità e la conoscenza scientifica dei fenomeni, diverso era il senso comune di cui ci danno testimonianza le cronache dell’epoca. Troppo grandi furono gli sconvolgimenti della natura osservati, tali da costituire la base per le dicerie e le profezie sullo sprofondamento della Sicilia.

Antica Stampa con un’eruzione del Mongibello

Ecco un breve saggio delle paure che colti scienziati e religiosi condensarono in seguito nei loro scritti, offrendo gli spunti per le apocalittiche stampe dell’epoca. Le cronache infatti sono pregne di un senso di puro terrore, a testimonianza del clima da fine del mondo che si visse in quelle settimane ed in quei mesi in cui la terra continuò a tremare, a volte con scosse pari a quella dell’11 gennaio.

Anche dopo la necessaria sfrondatura del linguaggio apocalittico influenzato dalle letture bibliche, eccone qualche testimonianza. Già Bottone, nella sua relazione, accenna con sgomento al «ghiaccio che cadeva dal cielo e al fuoco che saliva dalla terra». Dopo un dicembre ed un inizio di gennaio con «l’aria, e le giornate si calde, che imitavano la state», contestualmente alla violentissima scossa del giorno della domenica, che era spuntato con il cielo coperto, tutte le cronache attestano lo scatenarsi di una violentissima tempesta di pioggia, venti e grandine «che pose gli uomini in maggior disordine e travaglio, che le rovine stesse». Così scrive Silvio Boccone.

Paolo Silvio Boccone, botanico palermitano (1633-1704)

Le angoscie furono raddoppiate, dice lo scienziato, «dal rombo della terra… e dalla pioggia mista al crudele corteo di turbini e procelle». La terra, esalando odore di zolfo, aveva acquistato così un segno dell’inferno… Una natura impazzita qua e là aveva generato voragini da cui scaturiva acqua solforosa, come a Mascali (anche se dal male a volte nasceva un beneficio, essendo quell’acqua curativa per ogni tipo di «fetide ulcerazioni», sottolinea Boccone, autore di una bella memoria sullo “scanto”).

Anche nella Contea di Modica, già duramente colpita nel 1542 (come testimoniano due diligenti notai di Scicli ed una lettera del 20 dicembre 1542 del duca di Terranova sui danni a Sortino ed altrove), oltre le distruzioni e l’alta mortalità (con la punta del 50% della popolazione a Ragusa), calcolata da Camastra in 14.000 vittime circa su una popolazione di 67.000 persone rivelate nel 1682, si verificarono notevoli sconvolgimenti nel territorio.

Il terremoto del 10 dicembre 1542 nel Val di Noto. Studio macrosismico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Secondo Bottone, numerose scosse violente la colpirono, dopo quelle di gennaio, il 27 febbraio, il 31 marzo, il 9 maggio. Il 31 maggio «al primo albeggiare, una violenta scossa di terremoto, raso al suolo ciò che era rimasto degli edifici, infierì sugli abbattuti superstiti: ora sembrava che il corso dell’Iliade delle calamità si interrompesse e l’animo ritornava nel porto dell’agognata serenità, ora incrudelendo i tuoni, saettando i fulmini, raddoppiandosi le raffiche dei venti, strappate le querce dalle solide e antiche radici, sembrava che li colpisse ogni genere di sciagura».

Ma per gli abitanti della Contea, la sofferenza non era finita. Infatti, «apertasi la terra, e rotti i canali sotterranei delle acque, nei pressi del fiume di Ragusa si formarono stagni, dove una gran massa di terra, sradicati grossi alberi, franò lungo il pendio sottostante, e lì si formò un lago così profondo da sostenere persino le barche. Sul colle di San Teodoro, si aprì una voragine di grande profondità e lungo tutta la superficie si notarono numerose spaccature, da cui spirava odore di zolfo, che fu avvertito fino a Siracusa. Tra Ferla e Cassaro, due colline, in mezzo alle quali scorreva un fiume, sprofondarono «in un batter d’occhi» e la piana così formatasi «riempitasi per le acque che sgorgavano formò in breve tempo una profonda palude navigabile di circa 256 passi». Questo fatto, dice Bottone, «più della rovina degli edifici in tanti luoghi del Val di Noto fu di terrore per gli abitanti», ai quali probabilmente ricordò l’Apocalisse («e i monti si dileguarono…»).

Il “De immani Trinacriae Terraemotu’, di Domenico Bottone (1718)

Se la terra si apriva e inghiottiva persone e animali (non mancano alcune testimonianze di persone ed animali inghiottiti dalle spaccature causate dai terremoti), anche il mare aveva fatto la sua parte. Secondo Bocconi, dopo il terremoto della domenica, molti naviganti avevano sentito «una specie di pulsazione dal fondo del mare», e lungo tutta la costa orientale, da Messina a Catania, ad Augusta e Siracusa, si osservarono due ondate di maremoto.

«Doppo il primo ritiramento, e ritorno, o riflusso delle acque, che venne più del solito gonfio, fu osservato immediatamente il secondo ritiramento, e ritorno del riflusso, quindi è che viddero scoperto il fondo del lito del mare due volte, per il ritiramento straordinario delle acque di 25 a 30 passi geometrici da esso lito, ed altrettante volte riempiuto il letto della spiaggia, ed all’hora le acque alzaronsi più dell’ordinario livello quasi otto piedi geometrici». E ancora: «nella spiaggia di Mascari (Mascali) l‘inondazione del riflusso delle acque nell’atto del terremoto della domenica s’inoltrò sino ad un miglio dentro terra», mentre «in quella spiaggia di mare di Tauromina, detta li Giardini, le acque del mare si ritirarono mezzo miglio…».

Antica stampa raffigurante un maremoto tra Sicilia e Calabria

Di fronte a Siracusa, persino «i pesci da pescare» mancarono «alle poste solite», e «ove i pescatori erano accostumati di calare le loro reti in profondità di quindici passi di fune, in quei primi quindici giorni doppo il terremoto, bastava loro solamente cinque passi di fune alla pescagione». Sconvolti i fondali del mare, «li Catanesi in questa inondazione d’acque del mare furono sopraffatti da un novo timore, e da una nuova costernazione, vedendo irata la terra, ed il mare a loro danno; attesoche le acque entrorono dentro la Città, e penetrarono nella piazza di San Filippo, e le massarie, ed i poderi tutti furono inondati attorno alla città».

Catania – Crolli in città nel terremoto del 1693. Particolare dalla grande carta di Anonimo, conservata alla Staatbibliothek di Berlino

Questo il quadro che spiega l’attenzione e l’insistenza del Duca di Uzeda sul Mongibello in decine di lettere ai Consigli di Stato e d’Italia a Madrid. Dunque il Mongibello: ma causa o rimedio per evitare nuove catastrofi? Per Uzeda (seguace della teoria fuochista di Kircher, Borelli e Bottone) non ci sono dubbi. La conferma gli veniva in primo luogo da Bottone, che nella sua lettera del 20 gennaio aveva scritto da Messina: «la paura maggiore deriva dal fatto che dal Monte Etna (dopo 11 giorni) non esce molta lava… ma nonostante ciò io spero nella misericordia di Dio e nelle cause naturali che sebbene continuino i terremoti di lieve entità non ne accadrà un altro maggiore di quello che ha distrutto mezza Sicilia…».

Antica stampa dell’Etna che erutta

Il Duca di Uzeda inoltre aveva fra le mani una notizia giuntagli dal Secreto di Randazzo del 22 gennaio, dal quale aveva avuto conferma che la prima scossa (quella del venerdì 9 alle 10 di sera) si era verificata mentre il vulcano «non dava segni né di fumo né di fuoco» e che invece dopo la scossa dell’11 alle 2 e mezza, mezzora dopo (quindi alle 3 del pomeriggio) non solo «cominciò in tutta la zona a sollevarsi la nebbia e a piovere con gran furia e a nevicare» ma che anche la Montagna cominciò «a gettare fumo, e si vide che la cima si era abbassata un poco». In pratica, a seguito delle terribili scosse della domenica, una parte del cratere centrale era crollata…

di Paolo Monello

Interrogandosi dunque sulle cause dell’”ira di Dio” che aveva sconvolto la metà orientale del Regno di Sicilia il 9 e 11 gennaio 1693, l’Arcivescovo di Palermo mise per iscritto quelli che secondo lui erano le cause dello sdegno di Dio. Della lettera del 30 gennaio non possiedo il testo originale, ma l’ampio riassunto che il Consiglio di Stato a Madrid ne fece al Sovrano nella seduta del 27 aprile, allegando poi le sue considerazioni.

«Essendo certo che castighi così grandi, sono per peccati enormi», il prelato – scrivono i consiglieri – afferma che è «suo dovere rappresentare a Vostra Maestà quanto ritiene possa avere smosso l’ira di Dio» ed avendo il terremoto colpito soprattutto le chiese, i conventi e i monasteri con tutte le persone che c’erano dentro, era evidente che a provocare l’ira divina erano state «le offese dello stato ecclesiastico», di cui Bazan si assumeva la responsabilità (ma fino ad un certo punto, come vedremo…).

L’Arcivescovo di Palermo Don Ferdinando De Bazan

Nella sua lunga lettera, Bazan metteva in evidenza tre punti nodali della crisi della Chiesa siciliana (anche se la disamina riguarda soprattutto Palermo). In sintesi: il clero secolare era troppo numeroso e molti sacerdoti abbandonavano le chiese di paese per trasferirsi nella capitale, accrescendo «il gran numero di chierici ignoranti e di cattivi costumi, che vanno a Palermo, convinti che sia certa e maggiore l’elemosina della messa, fuggendo la miseria delle loro terre».

La responsabilità di ciò era dei Vescovi, che concedevano il permesso ai sacerdoti di recarsi a Palermo, dove inoltre – in caso di reati – venivano protetti dal Giudice della Monarchia (cioè il rappresentante del Re nel governo della Chiesa siciliana), il quale garantiva permessi ed impunità, concedendo anche l’esenzione dall’assistere «alla solenne processione del Corpus, ingiustamente perché non c’è eccezione che liberi da questo obbligo», cosa tanto più incomprensibile «quando tutti credono che il SS.mo Sacramento, per il breve ossequio che gli si fece quei giorni, rimediando alla poca decenza con cui veniva portato ai malati, liberò quella città dal pericolo del terremoto».

Alessandro VII alla processione del Corpus Domini, Giovanni Maria Morandi, XVII sec.

Venendo al rimedio, l’arcivescovo suggeriva quindi che si limitasse drasticamente «con un numero fisso» la concessione di permessi per venire a Palermo, e che «il Giudice della Monarchia… a nessun affiliato nel suo Tribunale permetta di stare a Palermo più del breve tempo necessario per sbrigare le proprie faccende». Insomma, Bazan chiedeva al Re di intervenire sul suo rappresentante don Gregorio Solorzano, altrimenti non avrebbe più potuto «governare quel clero, i cui peccati hanno offeso Dio».

Venendo poi ad esaminare lo stato del Clero regolare, Bazan ammetteva «francamente, che il rilassamento è grande e totale nei conventi piccoli dove non si osserva alcuna regola» e proponeva la soppressione dei conventi con meno di dodici frati (come del resto stabilivano i canoni ecclesiastici romani, ripristinando le visite di controllo, come prevedevano le Costituzioni Apostoliche), vietando i cambi di residenza dei monaci (concessi invece dal Tribunale della Monarchia) «perché solo lo sperarlo fa i frati insolenti» e stabilendosi che «a nessuno si desse licenza per pernottare fuori del convento».

Raffigurazione della corruzione del clero con il diavolo che fa cadere delle monete nelle mani del Papa (Miniatura del XV sec.)

Inoltre, secondo Bazan, il diritto di asilo nelle chiese era «dannoso alla causa pubblica per la frequenza di esso e la facilità con cui si ottiene», per la qual cosa proponeva di chiedere a Roma «che solo i delitti contro i sacramenti (che sono in numero moderato) diano diritto di rifugio, e che gli Arcivescovi di Palermo nella loro diocesi e come delegati apostolici nelle altre, quando i delitti siano gravissimi o abituali i delinquenti, con gravi conseguenze per l’ordine pubblico, possano punirli citra penam sanguinis [cioè esclusa la pena di morte, n.d.a.], senza necessità di inviare i processi alla Sacra Congregazione delle Immunità per ottenere licenza di farlo». Nei delitti di dissolutezza, il clero era inoltre privilegiato in tribunali diversi da quelli naturali e «poiché queste cause per loro natura sono di giurisdizione del Tribunale Ecclesiastico, e invece le accoglie il Tribunale del Santo Uffizio a causa dei suoi privilegi», si perdonavano gravissimi peccati: occorreva quindi «ordinare che in tutti i fori la giurisdizione sia solo del Tribunale Ecclesiastico».

Accanto ad un loggiato aperto alcune giovani suore, dal contegno frivolo e malizioso, assistono ad un concertino offerto da piacenti gentiluomini (Alessandro Magnasco, XVIII sec.)

Non meno grave era la situazione nei monasteri femminili. «Si deve tenere per non minore motivo dell’ira divina – aggiungeva il prelato – il rilassamento nei conventi di religiose», dove molti uomini entravano «senza licenza». Per i quali Bazan proponeva una «pena di 100 onze o non potendo pagarle, ad un anno di castello o carcere irremissibile, o altre pene che si potrebbero discutere».

In una sontuosa stanza che ha ben poco a che fare con la cella di un monastero, una religiosa assapora una tazza di cioccolata calda (bevanda peccaminosa, di gran moda tra gli aristocratici) in compagnia (Alessandro Magnasco, XVIII sec.)

Esaurito il capitolo dello stato ecclesiastico, Bazan passava a condannare la rilassatezza dei costumi generali, puntando soprattutto il dito contro le rappresentazioni teatrali, fatte a tardissima ora, dalle quali «derivano moltissimi delitti» contro la morale e contro Dio. Pur rendendosi conto che esse si facevano «con il motivo di tenere occupato il popolo, proprio perché è di natura malinconica», ricordava che l’Arcivescovo di Genova Spinola le aveva proibite «in quella città non meno popolosa di Palermo, e non meno suscettibile di altre». Le rappresentazioni infatti «non solo danneggiano i costumi, ma anche il bene pubblico, per essere un seminario di bestemmie e latrocinii…e c’è la comune propensione [dei Siciliani] a questi vizi, in special modo con l’orribile bestemmia di Santo Diavolo, che viene punita con una pena facoltativa che mai è irrogata e converrà molto al servizio di Dio imporre pene certe».

Attori della Commedia dell’Arte su un carro in una piazza cittadina (pittura del XVII sec.)

Pertanto gravi erano anche le responsabilità dei pubblici ufficiali (ed il Viceré Duca di Uzeda ne era appassionato organizzatore e mecenate) nel non proibire e reprimere tali licenziose rappresentazioni. Don Ferdinando Bazan poi, mosso «dalla compassione di vedere [questo] miserevole Regno distrutto in gran parte e dal timore che solo l’emenda delle nostre offese potrà trattenere la mano di Dio perché non continui i suoi castighi», offriva le sue dimissioni al Re, in quanto la sua “incapacità” di governare bene la Chiesa palermitana e le altre dell’Isola aveva attirato la punizione divina.

Infine l’Arcivescovo, «anche se non si intromette nelle questioni politiche… non può come Pastore tralasciare di porre alla reale attenzione di Vostra Maestà che [questi] afflitti suoi figli hanno bisogno che V.M. rafforzi i segni della sua grandezza, ponendoli in una serie di fatti di buon governo, lasciando che respirino nella loro afflizione, non solo dalle contribuzioni del Real Fisco ma anche dalle deviazioni in cui si suole spendere il ricavato delle tasse, per cui se finora sono stati veramente poveri, ora sono proprio nella miseria».

La povertà in una incisione del XVII secolo (Jacques Callot, la compagnia dei baroni)

La lettera ci appare un capolavoro di diplomazia, la cui sostanza era tutta politica e non teologica. Infatti Bazan, se ammette che l’ira di Dio è dovuta senz’altro al grave stato di rilassatezza morale e veri e propri delitti in cui parte del clero secolare e regolare era caduta, afferma però che la sua azione di risanamento è stata ostacolata dal contrasto tra i vari poteri: per quanto riguardava i sacerdoti, dal Giudice della Monarchia; per il clero regolare, dall’Inquisizione (entrambe le istituzioni proteggevano i delinquenti, insomma).

Né i pubblici ufficiali di Palermo (ma soprattutto il Viceré Duca di Uzeda) erano esenti da critiche per la questione dei divertimenti serali e per il lassismo con cui non garantivano la punizione dei bestemmiatori… Inoltre, nella coda della nota, c’erano due punte “velenose”: la denunzia dell’eccessivo fiscalismo (situazione aggravata dalla miseria causata dai terremoti) e l’ingiustizia di spendere fuori dal Regno le tasse pagate dai siciliani (in quegli anni la Sicilia contribuiva con frumento e denaro a sostenere Milano ed il Piemonte nelle loro guerre contro i Francesi).

Palazzo Chiaramonte (detto anche Steri) a Palermo, sede del Tribunale della Santa Inquisizione dal 1600 al 1782

Pur nominato dal Re in base all’Apostolica Legazia, a Bazan va dato atto che si rendeva conto che la situazione era complicata dai conflitti giurisdizionali tra la Chiesa siciliana retta dal re tramite il Giudice della Monarchia, il Santo Uffizio dell’Inquisizione siciliana (anch’essa protetta dalla Corona spagnola) e la Sede Apostolica: temi che sin dai primi di febbraio sarebbero stati discussi nella apposita Giunta Ecclesiastica insediata dal Duca di Uzeda per far fronte ai disastrosi effetti del terremoto su centinaia di chiese, conventi e monasteri, e dove erano presenti sia Bazan che Solorzano.

Il Consiglio di Stato, riassunta ampiamente la nota dell’Arcivescovo, prese atto del suo zelo nella riforma dei costumi religiosi e nell’attendere al Culto Divino in modo tale che «la Divina Justicia suspenda el rigor que nuestras culpas han motivado», limitandosi a suggerire al Re di invitare i vescovi a non concedere permessi ai religiosi per andare a Palermo e ad ordinare al viceré e a Giudice della Monarchia (ciascuno per le proprie competenze) a stabilire un numero fisso di sacerdoti per ogni chiesa (in modo da evitare il soverchio numero delle “vocazioni, spesso finte e unico strumento per evadere il fisco, come la Giunta metterà in evidenza) e a punire con rigore il “rilassamento” morale nei conventi e monasteri.

Mappa della Sicilia con i paesi colpiti dal sisma del 1693 segnate. A destra l’elenco delle città evidenziate nella mappa.

Infine, il Consiglio suggeriva al Re di accogliere l’indicazione dell’Arcivescovo per vietare giochi e rappresentazioni teatrali e soprattutto per punire con sanzioni certe la bestemmia di “Santo Diavolo”. Né Bazan né il Consiglio di Stato si posero però una domanda fondamentale: se Dio voleva punire la sua Chiesa per gli eccessi commessi a Palermo, come mai la sua sferza aveva colpito soprattutto il Val di Noto con distruzioni immense e migliaia di vittime ed aveva lasciato integre le parti centrale ed occidentale del Regno?

Una domanda che invece si erano posti Uzeda e i suoi collaboratori. E per frenare il timore popolare che l’ira di Dio assestasse nuovi colpi, occorreva ridurre «i terremoti… a puri fenomeni meccanici» (Corrado Dollo, Filosofia e scienza in Sicilia, Cedam, Padova 1979). Per questo, l’attenzione alla “causa meccanica” e cioè il Mongibello fu quasi immediata, come ci dimostrano i documenti di Simancas…
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La potenza del terremoto del 1693 (misurata con la scala Mercalli) che distrusse il Val di Noto

di Paolo Monello

Ignorandone le cause scientifiche, da secoli si riteneva che il terremoto fosse il più potente dei flagelli che Dio usava per punire i peccati degli uomini e riportarli sul retto cammino. Così la Chiesa insegnava, traendo tali convinzioni sia dal Vecchio che dal Nuovo Testamento. Il terremoto infatti, insieme con la peste, la carestia, le alluvioni e tutte le altre calamità, altro non era che il maggior segno dell’”ira di Dio” per le malefatte commesse dagli uomini, quello che nell’Apocalisse segnava gli ultimi tempi prima del Giudizio.

Ma stavolta, dalle notizie che arrivavano a Palermo, sembrava che Dio si fosse accanito sulla sua Chiesa e i numeri complessivi poi confermeranno tale convinzione: risulteranno colpiti e gravemente danneggiati o completamente distrutti 2 vescovadi, 700 chiese, 22 collegiate, 250 monasteri.

Il terremoto del 1693 nelle incisioni e nelle stampe dell’epoca

E che quello fosse il senso comune in quei giorni ce lo testimonia anche il resoconto per Catania di un religioso, tale Padre Cuneo, che così scrive:
«…quello che fu di terrore più, che li maggiori danni l’hebbero le chiese, forse che per le irriverenze di esse, e per li peccati che in esse si commettevano, Dio volle dimostrare di ruinare la sua casa, perché contaminata, dovendo essere luogo santo et illibato; nelle chiese furono pochissimi quelli che si salvarono, e perchè molti havendosi ivi refugiato come luogo più sicuro, e perché era hora che si dovevano fare processioni di penitenza».

La scossa più potente, quella dell’11, si era verificata nel primo pomeriggio, quando le chiese erano piene di fedeli che imploravano la salvezza ed il perdono dei peccati da Dio, dopo le forti scosse del venerdì 9 e le altre della stessa mattina di domenica. Lo stesso interrogativo si pose per primo l’Arcivescovo di Palermo, don Ferdinando Bazan (1627-1702), nella sua accorata lettera inviata al Re il 30 gennaio 1693.

La potenza del Dio creatore in un affresco della Cappella Sistina (Michelangelo Buonarroti)

Palermitano della famiglia spagnola dei Marchesi di Santa Cruz, l’Arcivescovo Bazan si era laureato a Salamanca. Canonico di Santiago de Compostela e di Siviglia ed inquisitore prima a Cordova poi nel Supremo Tribunale dell’Inquisizione di Spagna, amantissimo delle lettere e della filosofia morale, era stato nominato Arcivescovo di Palermo da Carlo II nel 1685. Il contenuto della missiva però non si capirebbe, se non facessimo riferimento ad una particolare situazione: la Chiesa siciliana non dipendeva dal Papa, ma era governata dal Re di Spagna tramite il Tribunale della Monarchia, in virtù dell’istituto della “Apostolica Legazia”, cioè il complesso delle norme giurisdizionali di controllo sulla Chiesa siciliana, risalenti alla nomina di Ruggero il Gran Conte come legato apostolico in Sicilia da parte di Urbano II nel 1098. In ringraziamento del ruolo avuto dal Normanno nella crociata contro gli Arabi di Sicilia.

Don Ferdinando Bazan dei Marchesi di Santa Cruz, Arcivescovo di Palermo

Limitata al solo Ruggero, tale concessione era stata richiamata in vita da Ferdinando il Cattolico e soprattutto da Filippo II, che l’aveva considerata uno strumento formidabile di potere sulla ricca Chiesa dell’isola. Pio V aveva cercato inutilmente di ottenerne una limitazione da Filippo II, ma il conflitto era stato fatto esplodere da Clemente VIII nel 1605 attraverso la pubblicazione del volume XI degli Annali del Cardinale Cesare Baronio, che dimostrava (peraltro sbagliando) la falsità del documento di Urbano II e contestava alla radice quindi il potere del Re di Spagna in quanto successore di Ruggero sulla Chiesa siciliana.

(Da sinistra) Il cardinale Cesare Baronio e il Papa Clemente VIII

Nel 1605 non fu concesso l’exequatur alla pubblicazione dell’opera in Sicilia e nella disputa era intervenuto il Cardinale Ascanio Colonna, fratello della fondatrice di Vittoria, in difesa dei diritti del Re di Spagna sulla Chiesa di Sicilia. Uno dei punti di maggior dissidio era la competenza dei Tribunali, specie per i processi dei rei rifugiatisi nei luoghi ecclesiastici. Appena insediato, Bazan aveva però ripetutamente chiesto al Re il rispetto delle prerogative ecclesiastiche, spesso usurpate a suo dire dal Tribunale della Monarchia. E il Consiglio d’Italia il 20 novembre 1688 aveva stabilito che per le chiese soggette alla giurisdizione ecclesiastica arcivescovile l’istruzione dei processi ai rei dovesse essere fatta dal potere ecclesiastico (solo in caso di rifiuto o negligenza sarebbe intervenuto il Giudice della Monarchia).

Il Cardinale Ascanio Colonna

Nelle chiese di Patronato Reale (quelle appartenenti allo Stato) la competenza unica era del Giudice della Monarchia; sulle “estrazioni” dalle chiese di rei appartenenti al clero regolare, i due poteri avrebbero dovuto concordare l’azione. In pratica un insieme di norme equivoche e che venivano regolarmente e dispettosamente violate dagli uni o dagli altri. Ma la vera disputa tra potere civile e religioso era soprattutto il controllo sull’enorme ricchezza del clero, favorita dalla quasi totale esenzione fiscale: un terzo dei beni siciliani era in mano alla chiesa (Tricoli).

Il terremoto aveva visto don Fernando attivissimo nell’organizzare gli atti necessari a placare l’ira di Dio. Palermo era però rimasta indenne e il 24 gennaio «Monsignore Arcivescovo, dal sentire la deplorabile rovina di tante città e terre del Regno, riconoscendo la grazia fatta dalla divina bontà alla città… fece risoluzione di manifestare con pubblica dimostrazione l’obbligo per la ricevuta grazia» (Mongitore).

Seguirono giorni di grandi solennità, con comunioni generali («solamente da mano dell’Arcivescovo… si dice si communicarono da 17mila persone») ed elemosine massicce ai poveri. Sempre il 24 gennaio «Monsignore cantò il Te Deum laudamus, con l’intervento del Viceré, Senato, Tribunali e Nobiltà; e doppo con bellissimo dialogo, cantato in onore di S. Rosolia da eccellenti musici, dimostrò la gratitudine della città verso la Santa per un beneficio tanto grande».

“La processione di santa Rosalia” a Palermo per lo scampato pericolo del terremoto del 1693. (Dipinto di fine XVII sec., pittore siciliano ignoto)

Contemporaneamente la grotta di Santa Rosalia fu meta in quei giorni di straordinari pellegrinaggi di migliaia e migliaia di persone. In seguito, su richiesta del Viceré Duca di Uzeda, il Senato della «Fedelissima Città di Palermo» decretò di affiancare alla “Santuzza” «por protector y Patron de la Fidelísima Ciudad de Palermo, al Glorioso San Francisco de Borja como especial Abogado de los terremotos» (15 ottobre 1693), con grande soddisfazione del Duca di Uzeda per l’affetto di Palermo «a un Santo tan grande y español». Ma a gennaio, di fronte al disastro che si andava profilando dalle notizie che man mano arrivavano a Palermo, don Fernando Bazan – come si è detto – sentì il bisogno di scrivere al Re il suo pensiero sulle cause dell’ira divina. Lo fece con una lunga lettera datata 30 gennaio, che fu minuziosamente esaminata dal Consiglio di Stato nella seduta del 27 aprile 1693 e riassunta per il Re.
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di Paolo Monello

Dopo la parentesi sulla sorte dei quadri dell’ultimo Conte di Modica, don Juan Tomás Enriquez, torniamo ai documenti da me posseduti in copia sui terremoti del 9 e 11 gennaio 1693 e provenienti dall’Archivio Generale di Simancas (Spagna). Ricordo che si tratta delle note spedite a Madrid dal viceré don Juan Francisco Pacheco Duca d’Uzeda e Conte di Montalban (1649-1718), in carica a Palermo dal 1687. Persona colta, amante della scienza e della musica, bibliofilo e collezionista di quadri ed altri oggetti preziosi. A mio avviso – alla luce della documentazione – fu l’uomo giusto al posto giusto in quel disgraziato periodo.

Juan Francisco Pacheco Duca d’Uzeda

In genere, quando si parla della catastrofe sismica del gennaio 1693, si accenna solo all’evento dell’11 (a volte si dimentica il 9 e in genere si ignora che la sequenza mortale cominciò la sera del giovedì 8 gennaio) e poi si passa direttamente alla ricostruzione ed alla esaltazione del Barocco delle nostre zone. In verità, la ricostruzione fu assai lenta e durò decine di anni e solo alla fine del ‘700 la Sicilia sud orientale acquistò il volto che in gran parte oggi vediamo.

Nei documenti esaminati si parla invece dell’immediatezza della tragedia, quando le scosse di terremoto sembravano non finire mai e non si sapeva a qual Santo votarsi e come fare per placare l’”ira divina”, che si era abbattuta sui Siciliani ed in particolare sulla Chiesa siciliana per i loro peccati.

Il terremoto del 1693 in una incisione eseguita a Norimberga del 1696

Già in precedenza ho accennato che le prime notizie del disastro arrivarono a Madrid da Napoli ai primi di marzo, mentre le relazioni ufficiali di Uzeda giunsero il 18 marzo e furono esaminate il 22 marzo dal Consiglio di Stato e l’indomani 23 dal Consiglio d’Italia. Si trattava di due lunghe missive, una datata 22 gennaio e l’altra 5 febbraio. Lette le note, il Consiglio di Stato riassunse per il re Carlo II il loro contenuto. Esse si riferivano agli eventi fino al 5 febbraio, e riguardavano le provvidenze assunte dal viceré: soccorsi immediati, ordini per la ricostruzione delle fortezze per la difesa del regno.

Carlo II Re di Spagna

Il Duca di Uzeda, comprendendo di non potere da solo affrontare le infinite questioni che si stavano ponendo, comunicava di aver formato due Giunte, una di “secolari” (cioè di civili) ed una di ecclesiastici per garantire il Culto Divino ed avere consigli, di fronte all’immane disastro che aveva colpito centinaia tra chiese, conventi e monasteri che erano crollati o inagibili.

I Consiglieri approvarono l’operato del Viceré, mettendo in evidenza la gravità della situazione, sia dal punto di vista sanitario, sia da quello della difesa del Regno, per il timore che – appresa la distruzione delle fortificazioni di Augusta e Siracusa – i Francesi tentassero un colpo di mano. L’Isola infatti risultava completamente indifesa. La flotta siciliana formata di sei galere era in cattivo stato e per la manutenzione delle navi e per il pagamento degli equipaggi c’era un grave problema. Il mantenimento della flotta infatti era finanziato con i proventi della Bolla della Crociata (e cioè la vendita delle indulgenze, con la “remissione” dei peccati in cambio di denaro), affidata ad appaltatori che avevano anticipato grandi somme e per le quali pretendevano forti interessi.

Navi della flotta spagnola in una pittura dell’epoca

In questa situazione di estremo pericolo, il Consiglio chiese al Re di ordinare l’invio di truppe di rinforzo in Sicilia e di disporre che le flotte di stanza nel Mare del Nord entrassero nel Mediterraneo, per accorrere in aiuto della Sicilia. Infine si affidava al Consiglio d’Italia il compito di assistere il viceré con le risorse necessarie.

Più dettagliato invece il verbale del Consiglio d’Italia, dove vengono riferite quasi integralmente le due lettere esaminate, a cominciare dalle scosse sentite a Palermo la notte del 9 (alle 10 di sera), senza gravi danni né a case e persone. Ma la domenica 11 alle 2 del pomeriggio si erano udite fortissime scosse, che avevano danneggiato o distrutto alcune case, senza però alcuna vittima, cosa attribuita subito alla protezione di Santa Rosalia. Il Palazzo Reale aveva però subito notevoli danni, con la fortuna che la Porta Nuova – dove erano custoditi 400 quintali di polvere – era rimasta intatta.

La magnitudo del terremoto del 1693, secondo le ricostruzioni di geologia storica dei ricercatori dell’INGV, ebbe magnitudo 7,4 della Scala Richter. Un terremoto fortissimo.

Gravi danni aveva subito anche il carcere della Vicaria. Le scosse si erano ripetute il mattino del lunedì, danneggiando gravemente l’appartamento del viceré, che aveva preferito dormire nella Galera Capitana e stare di giorno nei locali della Segreteria, per provvedere all’emergenza.

A questo si univano le tremende notizie che man mano erano arrivate al viceré da tutto il Regno e soprattutto dal Valdemone, dall’intero Val di Noto e dalla Contea di Modica, rimasti distrutti, con la morte sotto le rovine di numerosissime persone, il cui numero esatto non si sapeva, per l’impossibilità dei corrieri di viaggiare a causa del crollo dei ponti e dell’esondazione dei fiumi, per le grandi quantità di neve e piogge cadute. Si sapeva però che continuando le scosse di terremoto, le persone si erano rifugiate nelle campagne.

Una veduta di Scicli prima del terremoto del 1693. Particolare di un dipinto di Antonino Manoli (immagine da IloveScicli.it)

Come prima cosa, il Duca di Uzeda aveva nominato il generale Giuseppe Lanza, Duca di Camastra (uno dei protagonisti della guerra di Messina del 1674-78), Vicario Generale del Valdemone, con l’incarico soprattutto di arrivare prestissimo a Catania, che risultava la più colpita dal disastro e dove non era rimasta in piedi neanche una casa, secondo le notizie arrivate. Per il Val di Noto aveva nominato come Vicario Generale il Principe di Aragona (poi sostituito dall’arcivescovo di Siracusa), per Catania aveva nominato Commissario Generale don Giuseppe Asmundo (Giudice della Gran Corte), coadiuvato da don Giovanni Montalto (Giudice del Concistoro).
A questi aveva poi aggiunto per il Val di Noto il Tesoriere e Vicario Generale don Giuseppe Celesti, il Consultore don Matteo Giordano e don Scipione Coppola: a questi e poi anche a Camastra aveva dato il compito di seppellire i morti e di stroncare i furti e i saccheggi, usando le maniere forti necessarie e cioè la forca e le schioppettate.

Giuseppe Lanza Duca di Camastra

Nonostante la situazione deficitaria del bilancio del Regno, Uzeda aveva inviato denaro per soccorrere le guarnigioni delle sventurate città, privilegiando soprattutto Catania, Siracusa ed Augusta e ordinando al Governatore di Messina di soccorrere per quanto potesse quelle piazzeforti, le cui truppe erano state decimate dai crolli e solo per caso ad Augusta – dove era esplosa una polveriera piccola – non era accaduta una tragedia maggiore, che sarebbe stata causata dall’esplosione della polveriera grande, dove erano stipati 1000 quintali di polvere.

Uzeda era assai preoccupato per le immense somme necessarie a ricostruire le fortificazioni e per l’impossibilità di far fronte alla spesa, e questo in tempo di guerra con i Francesi e la presenza nella rada di Siracusa di navi della flotta dei Cavalieri di San Giovanni di Malta, che certamente avrebbero avvisato i Francesi del disastro.

Catania prima del terremoto del 1693 in una pittura dell’epoca

In ogni caso aveva incaricato il Colonnello don Carlos de Grunembergh ed il Maestro di Campo Generale don Sancho de Miranda di fare un accurato sopralluogo a Siracusa ed Augusta, per verificare i danni e per prendere immediate iniziative per la ricostruzione (ma anche rimpiazzare i soldati, in parte morti, in parte scappati, in parte rifugiatisi a Messina), pur mancando materiali e muratori. Il Viceré concludeva la prima lettera, scusandosi ancora una volta di essere rimasto a Palermo, per meglio controllare la situazione dell’ordine pubblico, perché era un miracolo che nonostante il crescente orrore per le notizie che man mano arrivavano, il popolo si manteneva tranquillo, senza furti né delitti.

Nella seconda lettera, il Duca di Uzeda dava informazioni più precise, per quello che aveva potuto sapere, allegando una prima relazione dei danni nelle Città demaniali e Baronali, senza però poter ancora comunicare il numero dei morti sia perché i cadaveri erano rimasti sotto le macerie sia anche perché migliaia di persone erano fuggite disperdendosi nelle campagne, dove abitavano in baracche (o sulle barche, come a Messina).

“La processione di santa Rosalia” a Palermo per lo scampato pericolo del terremoto del 1693. Dipinto a cavallo tra ‘600 e ‘700 di pittore siciliano ignoto, conservato in Spagna

In alcuni casi, alcune bande di ladroni erano state fermate a schioppettate e con la forca ed un forte aiuto aveva dato a sue spese il Principe di Butera, che aveva prestato soccorso a 60 soldati e inviato ad Augusta e Siracusa farina, pane fresco e alcune vacche, dove poi era giunta una tartana con 200 salme di farina e 200 quintali di biscotto.

Aveva inoltre ordinato l’apertura della Zecca di Palermo, per coniare moneta, evitando che il bisogno di denaro costringesse i possessori di argento a impegnarlo o a mandarlo fuori dal Regno per farne monete. Per affrontare le conseguenze della catastrofe, aveva creato una Giunta composta dal Reggente don Juan Antonio Joppulo, dal Presidente don Joseph Scoma, dal Consultore don Antonio Ibañez, dal Controllore Generale marchese de Analista, dal suo Segretario don Felix de la Cruz, dal M.ro Razionale don Sebastian Gesino, dall’Avvocato Fiscale don Balthasar del Castillo e da don Pedro Capero, Deputato del Regno. Tutti costoro, dovevano riunirsi ogni settimana nella Segreteria per discutere i mezzi per affrontare la situazione.

Carlo Maria Carafa, Principe di Butera nel 1693

Inoltre, per il gran numero di chiese, monasteri, conventi e abbazie distrutti, con centinaia di monache di clausura sbandate nel Val di Noto e per celebrare decentemente il Culto Divino aveva ordinato di formare una Giunta Ecclesiastica, composta dall’arcivescovo di Palermo don Fernando Bazan, dal Giudice della Monarchia don Gregorio Solorzano, dall’Inquisitore Generale don Phelipe Ignacio de Trujillo, dal frate Alessandro Conti e dal duca di Grotte come Deputato del Regno, al fine sempre di proporre tutti i mezzi necessari per far fronte al disastro.

Stampa dell’epoca che illustra i danni del terremoto

Riassunto il contenuto delle drammatiche lettere del Duca di Uzeda, il Consiglio le rimetteva al Re, aggiungendo che non c’era «memoria di un simile evento così disastroso, né di tanta disgrazia né vittime» (i consiglieri si sbagliavano: e successivamente apprenderanno che eventi simili si erano verificati nel febbraio 1169 e nel dicembre 1542, nello stesso Val di Noto, n.d.a). Approvando in tutto e per tutto l’operato del Viceré per fortificare quanto prima le piazze di Catania, Augusta e Siracusa e la formazione delle due Giunte, il Consiglio d’Italia chiedeva al Re di permettere ad Uzeda di utilizzare le entrate della cosiddetta “mezza annata” (una sorta di tassa di successione sui feudi), di sospendere momentaneamente il contributo al duca di Savoia (per la guerra in corso contro i Francesi) e di sospendere per un anno l’erogazione di premi, incentivi ed aumenti su salari e pensioni, destinando tali risorse alla ricostruzione delle fortezze.
Come in genere usava, il Re fece scrivere poi in calce al documento «como parece», cioè «va bene».

Il documento del il Consiglio d’Italia approvato da Carlo II con la formula: «como parece» (va bene)

Ma nella Sicilia di quei primi tragici mesi del 1693 non c’era solo l’emergenza materiale (seppellire i morti, costruire baracche, impedire i saccheggi, assicurare i viveri, raccogliere le monache di clausura). Nonostante i pochi danni subiti, Uzeda il 5 febbraio scrive che non c’era giorno che a Palermo non si diffondessero profezie di altri terremoti e desolazioni, come era accaduto a fine gennaio, con la gente fuggita nelle campagne perché una imprudente monaca aveva scritto a sua madre che di lì a poco ci sarebbe stata un’altra catastrofe.

In quei giorni infatti, oltre al dolore, alla lotta per sopravvivere, in metà della Sicilia due erano i protagonisti: la paura causata dall’”ira di Dio” e la Montagna per antonomasia, cioè il Mongibello. Mentre infatti la Chiesa cercava di spiegarsi i motivi per cui Dio era adirato con essa e con i Siciliani, le autorità civili guardavano al vulcano, e dalla sua quiete o dalle sue eruzioni temevano sciagure o finalmente pace.

Il vulcano dell’Etna  veniva considerato a quei tempi responsabile dei terremoti in tutta l’area della Sicilia orientale (foto MeteoWeb)

Sin dal 16 gennaio infatti, il Secreto di Randazzo aveva comunicato che a seguito del terremoto di domenica 11 alle 2 e mezza del pomeriggio (la datazione delle scosse oscilla, come si vede dalle 14 alle 14,30) «la Montagna aveva cominciato a gettare fumo, e si era constatato che la sua cima si era abbassata»: era cioè crollata parte del cratere centrale. E fu così che dall’11 gennaio 1693 il Mongibello divenne un “osservato speciale”…

Una pagina di documento del Consiglio d’Italia conservato nell’Archivio Generale di Simancas attinente il terremoto del 1693

di Paolo Monello

Le prime notizie sui tragici eventi siciliani erano pervenute a Madrid ai primi di marzo. Infatti già il 7 marzo il Consiglio di Stato aveva esaminato il contenuto delle informazioni arrivate da Napoli e trasmesse dal viceré, il Conte di Santo Stefano.

Questi, infatti, con data 30 gennaio, aveva fatto arrivare a Madrid copia di una nota inviatagli dal Marchese Garofalo, Preside della Provincia di Cosenza, relativa ai leggeri danni subiti dalle Due Calabrie l’8 e l’11 gennaio. Niente al confronto di ciò che era accaduto in Sicilia, come facevano presagire invece le lettere di don Baltasar Bazan, Governatore del porto di Messina, del protomedico don Domenico Bottone (autore poi dell’opera “De immani Trinacriae terraemotu”, una copia della quale mi è pervenuta dalla Royal Society di Londra) e del Castellano di Catania don Joseph de Bustos (che a stento si era salvato), con notizie di “rovine e stragi” in numerose città e terre del Regno di Sicilia.

Francisco IV de Benavides y Dávila, noto anche come Conte di Santo Stefano (1640 – 1716). Vicerè di Sicilia dal 1678 al 1687 e Vicerè di Napoli dal 1687 al 1696

Non essendo ancora arrivate lettere ufficiali da Palermo da parte del Viceré, il Duca di Uzeda, e non conoscendo bene l’entità del disastro, il Consiglio di Stato, nella certezza che comunque da un simile evento si dovevano temere gravi perdite nelle entrate patrimoniali dello Stato, non poteva fare altro che suggerire al Sovrano di voler “ordinare si facessero delle rogatorie per placare l’ira divina, ma che si facessero solo al chiuso, nei conventi e senza manifestazioni esterne, per non aggiungere al comune sconforto un simile genere di afflizioni pubbliche”. Con il termine “rogatoria” si intendevano pubbliche processioni, con litanie, per impetrare il perdono divino, a volte anche con effusione di sangue da parte dei partecipanti, con afflizioni varie.

Un rilievo scultoreo di Don Juan Francisco Pacheco, Viceré di Sicilia e Duca di Uzeda

Del Consiglio di Stato nel marzo 1693 facevano parte il Duca di Ossuna, il Cardinale Portocarrero (che gran parte avrà in seguito nel “convincere” Carlo II morente a designare suo erede il candidato francese, il Duca Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV), il Marchese di Mancera, l’Almirante di Castiglia, il Conte di Frigiliana, il Marchese di Villafranca (Presidente del Consiglio d’Italia), il Duca dell’Infantado ed il Duca di Montalto.

Non mancarono in quella seduta gravi preoccupazioni per la situazione militare nel Mediterraneo, per l’entrata delle flotte inglese e olandese, con la necessità di inviare in Sicilia quanti più soldati possibile di fanteria, per riparare all’indebolimento in cui si sarebbe trovato l’esercito di stanza nell’isola a seguito dei gravi danni subiti dalle fortezze di cui già si aveva cenno.

Il Cardinale Luis Manuel Fernández Portocarrero e il Duca Filippo d’Angiò salito al trono di Spagna con il nome di Filippo V

Il Marchese di Villafranca aggiunse che fortunatamente per la Sicilia, nei mari italiani c’era la flotta spagnola che avrebbe potuto assistere quelle popolazioni dove fosse necessario. Di questo intervento della flotta spagnola in Sicilia nulla sappiamo ad oggi: in documenti anteriori e successivi al terremoto leggiamo invece che fu la Sicilia, devastata e bisognosa di tutto, a continuare a fornire denaro e frumento – per la guerra contro la Francia – al Duca di Savoia e al Governatore di Milano, rivelatisi insaziabili e voraci divoratori del sangue della povera Sicilia prima, durante e dopo il terremoto.

Resti dell’architettura iblea pre-terremoto: (da in alto a sinistra in senso orario) il portale di San Giorgio a Ragusa Ibla, il castello di Noto antica, l’arco dell’Annunziata a Chiaramonte, un portale dell’antica Giarratana e il portale gotico dell’ex convento del Carmine di Modica

Come ho già scritto, del Consiglio di Stato faceva parte don Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Duca di Medina de Rioseco, Almirante di Castiglia, che in quanto Conte di Modica era stato duramente colpito dalle gravissime distruzioni subite dalla Contea. Il quale però – come si apprende da una nota dei Maestri Razionali del 6 maggio 1693 – non sembrava essersi reso conto “della universal rovina”, al contrario di altri feudatari delle terre vicine “che si sono impegnati fino alle camicie per diseppellire le loro terre dalle rovine e precipitii in cui li ridusse il terremoto” (Giovanni Morana, “L’indomani dell’11 gennaio 1693 nella Contea di Modica”, 1997, pag. 53).

Don Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Conte di Modica dal 1691 al 1702

Tra i documenti del Consiglio d’Italia troviamo un verbale del 15 maggio 1693 in cui si autorizza in via del tutto eccezionale l’estrazione da tutti i caricatori del Regno delle 12.000 salme di frumento annue della cui esportazione il Conte di Modica godeva sin dal 1392 (privilegio confermato nella costosa transazione del 1451, per pagare la quale Giovanni Bernardo Cabrera aveva venduto nel 1453 Comiso a Periconio Naselli ed altre terre ad altri): autorizzazione prima negata dal Viceré, il Duca di Uzeda, perché il Conte di Modica poteva esportare solo dai caricatori di Pozzallo, Termini e Castellammare ma poi concessa su parere del Tribunale del Real Patrimonio in base ad un memoriale sui danni della Contea (che purtroppo non abbiamo), dove appunto Juan Tomas giustificava tale necessità di esportare da tutti i porti del Regno per la grave situazione debitoria in cui già versava e che era peggiorata a causa del terremoto.

Le rovine del castello dei Conti di Modica

Passato alla storia come “traditore”, in verità Juan Tomas Enriquez fu personaggio notevole del regno di Carlo II. Nato a Genova nel 1646, fu XI Almirante di Castiglia, VII Duca di Medina de Rioseco, Conte di Melgar e di Modica, visconte di Cabrera e Bas, Grande di Spagna, Gentiluomo di Camera di S.M., Capitano della Guardia Reale. Questi i suoi titoli, conquistati in gran parte sul campo.

Juan Tomas non fu infatti solo un cortigiano. Dopo una gioventù scapestrata (come quella di altri nobili spagnoli dell’epoca), il padre Juan Gaspar lo avviò alla carriera militare. Dal 1671 svolse il servizio militare a Milano, con la carica di Maestro di Campo del Tercio, poi fu Generale della Cavalleria, ambasciatore straordinario a Roma (1676), Governatore di Milano per ben otto anni (1678-1686), nuovamente Ambasciatore a Roma (1686) e poi Vicerè di Catalogna nel 1688. Ritornato a Madrid, dopo la morte del padre, nello stesso 1691 entrò nel Consiglio di Stato e negli anni convulsi della lenta agonia di Carlo II, con la Corte dilaniata dai “partiti” francese, bavarese ed austriaco, venne riconosciuto come uno degli uomini più potenti di Spagna, pur non essendo formalmente un primo ministro.

I possedimenti spagnoli in Europa nel ‘600

Juan Tomas fu l’ultimo Almirante perché dopo qualche esitazione, giurò fedeltà al nuovo re Filippo V e su richiesta di Luigi XIV fu nominato ambasciatore a Parigi dal cardinale Portocarrero suo acerrimo nemico, ma con pochi poteri ed ancor meno risorse: al solo fine di essere allontanato dalla Corte. Finse di accettare e nel settembre 1702 partì da Madrid con decine di persone al seguito e numerosi carri pieni di mobili e suppellettili (e gran parte della sua raccolta di quadri), diretto verso la frontiera con la Francia.

Arrivato però a Medina, deviò verso la frontiera portoghese, portando con sé il nipote Pascual (che subito però capita l’intenzione dello zio tornò a Medina e per questo dopo la pace di Vienna del 1725 riavrà la Contea di Modica). Accolto dal re del Portogallo e dagli Inglesi che controllavano il regno, fece parte dei sostenitori dell’arciduca Carlos (figlio dell’imperatore d’Austria Leopoldo) e fu uno dei comandanti delle truppe alleate nella guerra di successione.

La Contea di Modica nel XVII secolo

Morì all’improvviso dopo un consiglio di guerra, ad Estremoz, il 29 giugno 1705. Dopo la sua fuga, era stato condannato a morte per tradimento e tutti i suoi beni sequestrati. La Contea di Modica divenne possesso personale del Re Filippo V, che in seguito abolì il titolo di Almirante di Castiglia. Ma oltre che per la sua sfortunata vicenda politica, Juan Tomas merita di essere ricordato per altro: la sua straordinaria collezione d’arte che in parte portò con sé in Portogallo e che dopo la sua morte fu acquistata dall’arciduca Carlo, che in seguito la trasferì a Vienna nel nuovo Museo da lui creato: il primo nucleo del Kunsthistorisches Museum.

L’Arciduca Carlo d’Asburgo pretendente al trono di Spagna (nel 1711 diventò Imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo VI) e il Kunsthistorisches Museum dove si conserva parte della collezione d’arte degli Enriquez-Cabrera, acquistata proprio da Carlo.

Già, perché non molti sanno che gli Enriquez furono tra i maggiori collezionisti d’arte del Siglo de Oro spagnolo: una collezione nata dall’amore per l’arte dell’antenata italiana Vittoria Colonna, da lei trasmessa al figlio Giovanni Alfonso (1596-1647), da questi a sua volta al figlio Giovanni Gaspare (1625-1691) e quindi a Giovanni Tommaso. E poiché le notizie sulle collezioni meritano di essere riprese (ne ho già parlato altrove) i lettori mi consentiranno di discostarmi un po’ dall’oggetto principale ed accennare all’amore per l’arte della duchessa e contessa Vittoria Colonna, fondatrice della città di Vittoria e dei suoi figli e nipoti.

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Con il presente articolo inizia la collaborazione con Paolo Monello, grande appassionato ed esperto di storia locale. Oggetto del suo intervento, strutturato in più articoli, saranno alcuni documenti in lingua spagnola provenienti dall’Archivio Generale della città di Simancas, in Spagna, nel periodo compreso tra il 1691 e il 1694. Ovvero gli anni della tragedia del terremoto del 1693 che devastò l’intero Val di Noto.

di Paolo Monello

È mia intenzione soffermarmi su alcuni documenti in spagnolo pervenutimi dall’Archivio Generale di Simancas e contenuti nella corrispondenza tra il Viceré Duca d’Uzeda e il Consiglio d’Italia a Madrid nel periodo 1691-1694, anni difficili, resi ancor più difficili dalla catastrofe sismica del gennaio 1693 e dalla continuazione dei terremoti fino a 1694 inoltrato. Avendo già parlato delle carte relative al terremoto, vorrei limitarmi a trattare del contenuto di alcune delle lettere del Viceré. Ma prima è utile spiegare come mai io mi trovi in possesso di una gran quantità di documenti relativi a quell’epoca.

Un rilievo scultoreo di Don Juan Francisco Pacheco, Viceré di Sicilia e Duca di Uzeda, nella Plaza Mayor di Salamanca

Avendo una vera e propria passione per la storia, durante le mie visite in Spagna – tra il 1985 ed il 1990- per la ricerca delle spoglie di Vittoria Colonna (1558-1633) fondatrice della città di Vittoria, ebbi l’occasione di visitare il castello di Simancas, nei dintorni di Medina de Rioseco ed a 10 km da Valladolid. Accompagnati dal Vice Console Onorario d’Italia a Valladolid dr. Francesco Scrimieri, fummo gentilmente accolti dalla direttrice dell’Archivio, ubicato in un castello ceduto dagli Enriquez Almiranti di Castiglia nel 1480 (lo stesso anno delle nozze concordate tra Federico Enriquez e Anna Cabrera contessa di Modica) ai Re Cattolici.

Il castello di Simancas, sede dell’Archivio Generale della città e un busto marmoreo di Vittoria Colonna

Avevo letto dell’immenso Archivo General de Simancas nella «Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II» dello storico Fernand Braudel, e poter visitare quell’edificio mi emozionò parecchio. La direttrice – conosciuti i miei interessi – mi fece dono di due volumi: il primo contenente la «Guia del investigador» (sulla storia dell’Archivio ed il suo contenuto) ed il secondo sulla documentazione del Consejo de Estado relativa alla Sicilia come viceregno spagnolo.

La visita al Castello di Simancas sede dell’Archivio Generale. (Da destra) La Direttrice dell’Archivio, il Console Onorario italiano, Paolo Monello e l’Assessore vittoriese Titta Rocca (Ph Tony Barbagallo)

Conclusa felicemente la vicenda con l’accordo sulle spoglie della fondatrice di Vittoria, che furono “condivise” tra il luogo della sua sepoltura (la chiesa di San Francesco a Medina) e la basilica di San Giovanni Battista (in una nicchia scavata nella parete della Cappella del Sacro Cuore), nel corso dei mesi successivi a poco a poco, servendomi dei due volumi, cominciai ad ordinare microfilm di interi legajos (fascicoli, poi da me fatti stampare) relativi soprattutto al viceregno di Marcantonio Colonna (1577-1584) e poi numerosi altri relativi al terremoto del 1693.

Di queste fonti ho utilizzato in parte quelle relative al terremoto, mentre le altre non ho mai avuto il tempo per esaminarle fino ad oggi. Dei documenti sul terremoto del 1693, possiedo quindi in copia – ed in trascrizione – le carte inviate dal Viceré don Juan Francisco Pacheco Conte di Montalban e Duca di Uzeda (1649-1718), viceré di Sicilia dal 1687 al 1696 (quindi per tre mandati di seguito), morto in esilio a Vienna, dopo aver rifiutato di riconoscere la successione francese alla morte di Carlo II nel novembre 1700 ed essersi schierato col pretendente della famiglia Asburgo, il futuro imperatore Carlo VI d’Austria (padre della più nota imperatrice Maria Teresa), contro Filippo V.

Il Duca di Uzeda fece la stessa scelta del conte di Modica ed ultimo Almirante di Castiglia Juan Tomas Enriquez Cabrera, che fuggì in Portogallo nel 1702: dopo aver combattuto per decenni contro la Francia di Luigi XIV come potevano accettare che suo nipote sedesse sul trono di Spagna? Nelle lettere a Madrid del Duca, il nemico francese è onnipresente e mai come dopo la catastrofe del gennaio 1693 la Sicilia si trovò indifesa e le sue coste aperte alle incursioni nemiche.

Il Conte di Modica ed ultimo Almirante di Castiglia Juan Tomas Enriquez Cabrera

Non solo infatti la flotta di sei galere siciliane era in disarmo, ma il terremoto aveva distrutto le fortezze maggiori di Siracusa ed Augusta, con molte altre gravemente danneggiate in circa sessanta tra città e paesi devastati, con migliaia di morti rimasti sotto le macerie, con il timore dello scoppio di epidemie e l’incombente presenza della Montagna, il Mongibello che però, quando si manifestava con eruzioni mai viste e nubi immense di fumo e cenere, in qualche modo “rassicurava”; invece quando il vulcano taceva era cattivo segno: infatti, ritenendo la scienza dell’epoca il terremoto causato dal Mongibello, più questo si sfogava meno pericolo c’era.

Il terremoto del 1693 nel Val di Noto in una stampa dell’epoca

Come dicevo, da Simancas mi è pervenuta la corrispondenza tra il viceré e due Ministeri: il Consiglio di Stato (Consejo de Estado) ed il Consiglio d’Italia (Consejo de Italia): entrambi competenti ad esaminare l’attività del Viceré, trasmettendo al re il loro parere perché il sovrano decidesse cosa fare. Non è questa la sede ovviamente (né ne avrei la competenza) per parlare del sistema dei Consigli con cui si reggeva l’Impero spagnolo, un sistema che nel corso dei decenni, dai re Cattolici a Carlo V ed a Filippo II si era sempre più perfezionato.

L’amministrazione centrale dello Stato spagnolo (di cui la Sicilia faceva parte), era composta dal Consiglio Reale, dal Consiglio di Stato, dal Consiglio dell’Inquisizione, dal Consiglio dell’Amministrazione finanziaria e poi, man mano che l’Impero si era ingrandito, dal Consiglio d’Aragona erano stati scorporati i possedimenti italiani, con la creazione del Supremo Consiglio d’Italia (1555), dal Consiglio delle Fiandre (1555), cui in seguito si aggiunse quello delle Indie etc.

Il terremoto del 1693 nel Val di Noto. Il probabile epicentro e l’intensità scatenata

Il Consiglio d’Italia era composto da un presidente (scelto nell’ambito dell’alta nobiltà spagnola) e da sei reggenti: due per il Regno di Sicilia, due per il Regno di Napoli e due per il Ducato di Milano. Dei due reggenti di ciascun territorio uno era spagnolo, l’altro italiano, nativo del territorio stesso, entrambi laureati in utroque iure (tanto in diritto canonico quanto in diritto civile). La struttura era completata da tre segretari (uno per ciascun possedimento), un avvocato fiscale (a tutela degli interessi dello stato), e un conservatore generale del Patrimonio, che vigilava sulla gestione patrimoniale dei domini.

La suddivisione politica della penisola italiana durante il secolo XVIII°

Per mantenere i due reggenti siciliani a Madrid, nel 1609 fu introdotto dal Parlamento il 10° donativo, di 2000 ducati l’anno (pari a scudi siciliani 2500, equivalenti ad onze 1000). Il Consiglio d’Italia si occupava di tutti gli affari di stato e di giustizia riguardanti i domini italiani; proponeva al Consiglio di Stato, presieduto dal Re, la nomina dei Viceré di Sicilia, dei Viceré di Napoli e del Governatore del Ducato di Milano e si pronunciava sulle più importanti nomine civili e militari proposte da costoro. Le sue funzioni erano unicamente consultive: il parere era riportato in un documento (consulta), redatto dal segretario, che veniva poi sottoposto al sovrano, il quale vi annotava la propria decisione; se il parere non era unanime, venivano riportati i diversi pareri emersi durante la discussione.

Carlo II Re di Spagna da 1665 al 1700

Dal Consiglio d’Italia, allora composta dal marchese di Villafranca (Presidente) e dai reggenti don Alonso de Guzman, don Pedro Guerrero, don Antonio Jurado, dal Conte di Bornos, da don Diego Iñiguez e da don Genaro de Andrea, il 23 marzo 1693 furono esaminate le prime lettere spedite da Palermo il 22 gennaio ed il 5 febbraio 1693 dal viceré Duca di Uzeda su quanto era accaduto nel Regno il 9 e 11 gennaio 1693.

Paolo Monello, classe 1953, ha studiato Lettere Classiche all’Università di Catania. Sindaco di Vittoria dal 1984 al 1987, Deputato nazionale dal 1987 al 1994 e sindacalista della Cgil dal 1995 al 2007. Si è interessato soprattutto della storia di Vittoria e del suo territorio (utilizzando i riveli inediti del 1616-1816). Recentemente ha scritto una biografia dell’avv. Rosario Cancellieri (1825-1896), Deputato e poi Senatore del Regno d’Italia dal 1865 al 1896, nonché sindaco di Vittoria dal 1879 al 1882