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terzo canto

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di Vito Castagna

III CANTO (parte seconda)

Ci facemmo largo tra una folla di uomini e donne gementi. Li scansavo e al tocco li sentivo gelidi, imperlati di un freddo sudore. Scorgevo quei volti che fuoriuscivano dall’oscurità che ci circondava; i loro sguardi imploravano pietà e io non potevo far nulla per consolarli. Ne sentivo il peso e dentro il mio petto si generava un’incosciente senso di colpa che mi faceva chinare gli occhi al suolo, osservando i piedi laceri e sporchi.
«Maestro, chi sono queste anime? Cosa le spinge, nonostante il terrore, a proseguire?».

Virgilio si muoveva in quel dedalo di corpi senza neppure sfiorarli.
«Tutto ti sarà più chiaro quando raggiungeremo le sabbiose rive del fiume Acheronte».
Restammo in silenzio lungo l’irta discesa che conduceva al fiume. I lamenti dei dannati rimbombavano lungo le pareti rocciose. Ci fermammo sulla riva e Virgilio mi fece cenno di attendere.

Fu allora che scorgemmo tra il buio e la nebbia un vecchio nocchiero dalla lunga barba che solcava le onde impetuose. Mentre afferrava il remo, tuonò imperioso: «Guai a voi, anime malvage. Guai a voi se sperate di rivedere il colore del cielo, io vengo per condurvi alla riva dove dimorano le tenebre eterne. Preparatevi a soffrire il caldo torrido e il gelo più pungente».

La barca marcia si arenò sulla sabbia bianca ed egli passò in rassegna i tristi passeggeri. Mi si arrestò di fronte e mi scosse col suo braccio possente per tastare la mia condizione, poi urlò: «Tu, anima viva, allontanati da questi morti».

La mia guida mi soccorse posando la mano sulla mia spalla, dicendomi gestualmente di non arretrare. Il demone incalzò: «Raggiungerai l’Aldilà attraverso un’altra strada. Non è questo il tuo momento e di certo non è questo il luogo. Ti condurrà una nave più leggera di questa. La spiaggia del Purgatorio ti attende».
Udendo queste parole, Virgilio si fece avanti beffardo: «Caronte, non ti crucciare. Tutto è stato già deciso lassù, dove si può tutto ciò che si vuole, quindi smetti di sbarrarci il cammino».

Le gote del demone si acquietarono ma le sue orbite erano divorate dalle fiamme. Il traghettatore si apprestò a solcare i flutti, dopo averci fatto sistemare a prua della barca. Ammassate intorno a noi, le anime disperate battevano i denti e bestemmiavano Dio, i loro parenti e tutta la specie umana, maledicendo il giorno della loro nascita. Spinte da un volere irresistibile, si riversarono sulla riva che attende chi in vita non ha temuto il Creatore.

Caronte urlava, fischiava, richiamava il suo gregge scrutandolo con occhi di brace, batteva con violenza il suo remo sulle membra dei disperati che cercavano di resistere a quella forza. Così, come le foglie che cadono ad una ad una nei pomeriggi ventosi d’autunno, il cattivo seme di Adamo attraversava l’Acheronte. Nel frattempo, sulla sponda che avevamo lasciato alle spalle, si accalcavano nuovi disperati deliranti.

Sceso dall’imbarcazione, Virgilio mi disse: «Figlio mio, adesso avrai capito. Qui si radunano tutti i dannati; bramano di oltrepassare il fiume perché costretti dalla giustizia divina, e così il terrore più cupo si trasforma in desiderio. Da qui non può passare nessuna anima buona e, se il demone tanto si è lamentato della tua presenza, significa che sei destinato alla salvezza eterna».

Le parole della mia guida vennero interrotte dal rombo profondo di un terremoto che scosse il funereo paesaggio circostante. Colto dal terrore, venni avvolto da una luce rosso sangue che mi penetrò in testa annebbiandomi la vista. Persi coscienza e stramazzai al suolo.

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di Vito Castagna

III CANTO (parte prima)

«Attraverso me si raggiunge la città dolente, attraverso me si raggiunge l’eterno dolore, attraverso me si raggiunge la gente perduta. Il mio creatore mi fece spinto dalla Giustizia, il Padre mi fece attraverso la potestà divina, il Figlio con la sua somma sapienza, lo Spirito Santo grazie al primo amore. Prima di me non fu creato nulla, esistevano solo cose eterne ed io eternamente durerò. Lasciate ogni speranza, voi che entrate».

Queste parole oscure, dipinte con un colore simile al sangue raggrumato, campeggiavano su un portale; smarrito mi rivolsi a Virgilio:
«Maestro, non ne comprendo il senso».
Al che mi rispose saggiamente: «Significa che dovrai abbandonare ogni esitazione, qui dovrà morire ogni tua paura. Come ti avevo promesso, abbiamo raggiunto il luogo dove i peccatori, soffocati dal dolore, hanno perduto la misericordia divina».

Sorrise per infondermi coraggio, mi prese la mano e mi condusse attraverso la porta. Accedemmo al mondo dei morti e venni immediatamente investito da un rumore assordante che ristagnava nell’aria di quella spelonca. Udendo quei sospiri e quelle grida disperate mi misi a piangere, afflitto da quella sofferenza. Diverse lingue, dagli accenti che non avevo mai udito, fuoriuscivano orribili e mutilate dalle bocche straziate e si mescolavano al trambusto di mani che battevano per ira e disperazione sulla parete rocciosa fino a sanguinare.

Un vento carico di sabbia ci avvolse lungo quel triste cammino impedendoci la vista; fui costretto a proteggere gli occhi col lembo della mia veste. Assillato dai dubbi, urlai alla mia guida cercando di sconfiggere il frastuono della tempesta e delle grida:
«Maestro, cos’è quello che sento e chi sono questi disperati?».

«Queste sono le urla delle anime di coloro che vissero senza infamia e senza lode. Tra di essi soffrono quegli angeli che non furono né ribelli né fedeli a Dio, che si mantennero neutrali nello scontro tra il Bene e il Male e per questo non furono accolti né in Cielo né negli Inferi».

«Maestro, cosa genera i loro lamenti?»
«Gli ignavi sono invidiosi della sorte di qualsiasi altro dannato. Non hanno lasciato alcuna traccia nel mondo e sono sdegnati dalla misericordia e dalla giustizia; non pensare a loro, guardali velocemente e dimenticali anche tu».

Ed io, divorato dalla curiosità, calai il braccio che mi proteggeva e osservai alla ricerca di uno spiraglio tra la danza dei corpuscoli di sabbia. Fu allora che vidi un demone che issava una bandiera priva di simboli; questi correva così velocemente che lo stendardo pareva non fermarsi mai. Come una falena attirata dalla luce, seguiva senza posa una teoria di dannati così ampia che mai avrei potuto credere che la morte ne avesse falciato così tanti.

Riuscii a riconoscerne qualcuno, poi vidi Celestino V, colui che per viltà abbandonò il soglio pontificio.
Questi disperati, disprezzati da Dio e dai suoi nemici, erano nudi ed eternamente punti da vespe e mosconi. I loro pungiglioni affondavano nei volti e dalle ferite sgorgava copiosamente del sangue che si mescolava alle lacrime di dolore estremo. Il pianto sanguigno colava sulle povere membra ricadendo a terra, dove un dedalo di vermi banchettava in comunione con quell’orrido pasto.

Inorridito mi voltai e scorsi in lontananza una moltitudine di anime che si accalcavano lungo un fiume. Ci allontanammo in fretta per sfuggire al rumore viscido di quei vermi.

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