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di Paolo Monello

Le prime notizie sui tragici eventi siciliani erano pervenute a Madrid ai primi di marzo. Infatti già il 7 marzo il Consiglio di Stato aveva esaminato il contenuto delle informazioni arrivate da Napoli e trasmesse dal viceré, il Conte di Santo Stefano.

Questi, infatti, con data 30 gennaio, aveva fatto arrivare a Madrid copia di una nota inviatagli dal Marchese Garofalo, Preside della Provincia di Cosenza, relativa ai leggeri danni subiti dalle Due Calabrie l’8 e l’11 gennaio. Niente al confronto di ciò che era accaduto in Sicilia, come facevano presagire invece le lettere di don Baltasar Bazan, Governatore del porto di Messina, del protomedico don Domenico Bottone (autore poi dell’opera “De immani Trinacriae terraemotu”, una copia della quale mi è pervenuta dalla Royal Society di Londra) e del Castellano di Catania don Joseph de Bustos (che a stento si era salvato), con notizie di “rovine e stragi” in numerose città e terre del Regno di Sicilia.

Francisco IV de Benavides y Dávila, noto anche come Conte di Santo Stefano (1640 – 1716). Vicerè di Sicilia dal 1678 al 1687 e Vicerè di Napoli dal 1687 al 1696

Non essendo ancora arrivate lettere ufficiali da Palermo da parte del Viceré, il Duca di Uzeda, e non conoscendo bene l’entità del disastro, il Consiglio di Stato, nella certezza che comunque da un simile evento si dovevano temere gravi perdite nelle entrate patrimoniali dello Stato, non poteva fare altro che suggerire al Sovrano di voler “ordinare si facessero delle rogatorie per placare l’ira divina, ma che si facessero solo al chiuso, nei conventi e senza manifestazioni esterne, per non aggiungere al comune sconforto un simile genere di afflizioni pubbliche”. Con il termine “rogatoria” si intendevano pubbliche processioni, con litanie, per impetrare il perdono divino, a volte anche con effusione di sangue da parte dei partecipanti, con afflizioni varie.

Un rilievo scultoreo di Don Juan Francisco Pacheco, Viceré di Sicilia e Duca di Uzeda

Del Consiglio di Stato nel marzo 1693 facevano parte il Duca di Ossuna, il Cardinale Portocarrero (che gran parte avrà in seguito nel “convincere” Carlo II morente a designare suo erede il candidato francese, il Duca Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV), il Marchese di Mancera, l’Almirante di Castiglia, il Conte di Frigiliana, il Marchese di Villafranca (Presidente del Consiglio d’Italia), il Duca dell’Infantado ed il Duca di Montalto.

Non mancarono in quella seduta gravi preoccupazioni per la situazione militare nel Mediterraneo, per l’entrata delle flotte inglese e olandese, con la necessità di inviare in Sicilia quanti più soldati possibile di fanteria, per riparare all’indebolimento in cui si sarebbe trovato l’esercito di stanza nell’isola a seguito dei gravi danni subiti dalle fortezze di cui già si aveva cenno.

Il Cardinale Luis Manuel Fernández Portocarrero e il Duca Filippo d’Angiò salito al trono di Spagna con il nome di Filippo V

Il Marchese di Villafranca aggiunse che fortunatamente per la Sicilia, nei mari italiani c’era la flotta spagnola che avrebbe potuto assistere quelle popolazioni dove fosse necessario. Di questo intervento della flotta spagnola in Sicilia nulla sappiamo ad oggi: in documenti anteriori e successivi al terremoto leggiamo invece che fu la Sicilia, devastata e bisognosa di tutto, a continuare a fornire denaro e frumento – per la guerra contro la Francia – al Duca di Savoia e al Governatore di Milano, rivelatisi insaziabili e voraci divoratori del sangue della povera Sicilia prima, durante e dopo il terremoto.

Resti dell’architettura iblea pre-terremoto: (da in alto a sinistra in senso orario) il portale di San Giorgio a Ragusa Ibla, il castello di Noto antica, l’arco dell’Annunziata a Chiaramonte, un portale dell’antica Giarratana e il portale gotico dell’ex convento del Carmine di Modica

Come ho già scritto, del Consiglio di Stato faceva parte don Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Duca di Medina de Rioseco, Almirante di Castiglia, che in quanto Conte di Modica era stato duramente colpito dalle gravissime distruzioni subite dalla Contea. Il quale però – come si apprende da una nota dei Maestri Razionali del 6 maggio 1693 – non sembrava essersi reso conto “della universal rovina”, al contrario di altri feudatari delle terre vicine “che si sono impegnati fino alle camicie per diseppellire le loro terre dalle rovine e precipitii in cui li ridusse il terremoto” (Giovanni Morana, “L’indomani dell’11 gennaio 1693 nella Contea di Modica”, 1997, pag. 53).

Don Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Conte di Modica dal 1691 al 1702

Tra i documenti del Consiglio d’Italia troviamo un verbale del 15 maggio 1693 in cui si autorizza in via del tutto eccezionale l’estrazione da tutti i caricatori del Regno delle 12.000 salme di frumento annue della cui esportazione il Conte di Modica godeva sin dal 1392 (privilegio confermato nella costosa transazione del 1451, per pagare la quale Giovanni Bernardo Cabrera aveva venduto nel 1453 Comiso a Periconio Naselli ed altre terre ad altri): autorizzazione prima negata dal Viceré, il Duca di Uzeda, perché il Conte di Modica poteva esportare solo dai caricatori di Pozzallo, Termini e Castellammare ma poi concessa su parere del Tribunale del Real Patrimonio in base ad un memoriale sui danni della Contea (che purtroppo non abbiamo), dove appunto Juan Tomas giustificava tale necessità di esportare da tutti i porti del Regno per la grave situazione debitoria in cui già versava e che era peggiorata a causa del terremoto.

Le rovine del castello dei Conti di Modica

Passato alla storia come “traditore”, in verità Juan Tomas Enriquez fu personaggio notevole del regno di Carlo II. Nato a Genova nel 1646, fu XI Almirante di Castiglia, VII Duca di Medina de Rioseco, Conte di Melgar e di Modica, visconte di Cabrera e Bas, Grande di Spagna, Gentiluomo di Camera di S.M., Capitano della Guardia Reale. Questi i suoi titoli, conquistati in gran parte sul campo.

Juan Tomas non fu infatti solo un cortigiano. Dopo una gioventù scapestrata (come quella di altri nobili spagnoli dell’epoca), il padre Juan Gaspar lo avviò alla carriera militare. Dal 1671 svolse il servizio militare a Milano, con la carica di Maestro di Campo del Tercio, poi fu Generale della Cavalleria, ambasciatore straordinario a Roma (1676), Governatore di Milano per ben otto anni (1678-1686), nuovamente Ambasciatore a Roma (1686) e poi Vicerè di Catalogna nel 1688. Ritornato a Madrid, dopo la morte del padre, nello stesso 1691 entrò nel Consiglio di Stato e negli anni convulsi della lenta agonia di Carlo II, con la Corte dilaniata dai “partiti” francese, bavarese ed austriaco, venne riconosciuto come uno degli uomini più potenti di Spagna, pur non essendo formalmente un primo ministro.

I possedimenti spagnoli in Europa nel ‘600

Juan Tomas fu l’ultimo Almirante perché dopo qualche esitazione, giurò fedeltà al nuovo re Filippo V e su richiesta di Luigi XIV fu nominato ambasciatore a Parigi dal cardinale Portocarrero suo acerrimo nemico, ma con pochi poteri ed ancor meno risorse: al solo fine di essere allontanato dalla Corte. Finse di accettare e nel settembre 1702 partì da Madrid con decine di persone al seguito e numerosi carri pieni di mobili e suppellettili (e gran parte della sua raccolta di quadri), diretto verso la frontiera con la Francia.

Arrivato però a Medina, deviò verso la frontiera portoghese, portando con sé il nipote Pascual (che subito però capita l’intenzione dello zio tornò a Medina e per questo dopo la pace di Vienna del 1725 riavrà la Contea di Modica). Accolto dal re del Portogallo e dagli Inglesi che controllavano il regno, fece parte dei sostenitori dell’arciduca Carlos (figlio dell’imperatore d’Austria Leopoldo) e fu uno dei comandanti delle truppe alleate nella guerra di successione.

La Contea di Modica nel XVII secolo

Morì all’improvviso dopo un consiglio di guerra, ad Estremoz, il 29 giugno 1705. Dopo la sua fuga, era stato condannato a morte per tradimento e tutti i suoi beni sequestrati. La Contea di Modica divenne possesso personale del Re Filippo V, che in seguito abolì il titolo di Almirante di Castiglia. Ma oltre che per la sua sfortunata vicenda politica, Juan Tomas merita di essere ricordato per altro: la sua straordinaria collezione d’arte che in parte portò con sé in Portogallo e che dopo la sua morte fu acquistata dall’arciduca Carlo, che in seguito la trasferì a Vienna nel nuovo Museo da lui creato: il primo nucleo del Kunsthistorisches Museum.

L’Arciduca Carlo d’Asburgo pretendente al trono di Spagna (nel 1711 diventò Imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo VI) e il Kunsthistorisches Museum dove si conserva parte della collezione d’arte degli Enriquez-Cabrera, acquistata proprio da Carlo.

Già, perché non molti sanno che gli Enriquez furono tra i maggiori collezionisti d’arte del Siglo de Oro spagnolo: una collezione nata dall’amore per l’arte dell’antenata italiana Vittoria Colonna, da lei trasmessa al figlio Giovanni Alfonso (1596-1647), da questi a sua volta al figlio Giovanni Gaspare (1625-1691) e quindi a Giovanni Tommaso. E poiché le notizie sulle collezioni meritano di essere riprese (ne ho già parlato altrove) i lettori mi consentiranno di discostarmi un po’ dall’oggetto principale ed accennare all’amore per l’arte della duchessa e contessa Vittoria Colonna, fondatrice della città di Vittoria e dei suoi figli e nipoti.

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