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di Vincenzo La Monica

Se Danilo Amione fosse stato un pittore, sarebbe appartenuto a quella stirpe di artisti che riproducono la Monna Lisa dentro la cavità di un ago da siringa o dipingono una marina sulla punta di un fiammifero.

Danilo Aimone

Danilo Amione è, invece, docente di materie umanistiche e critico cinematografico e ha recentemente congedato un gustoso libro che schiera tra le sue pagine una serie di saggi brevi, a volte brevissimi, capaci di condensare in qualche migliaio di caratteri personaggi, poetiche, ragioni, linguaggi, narrazioni del cinema di tutto il mondo e di tutte le epoche. Miniature critiche, ma sorprendentemente complete, dettagliate e piene di illuminazioni.

Il libro è “L’occhio moltiplicatore del cinema” edito da Mimesis Edizioni e già nel titolo presenta come protagonista l’organo di senso che è il rovello ineludibile di registi e critici. L’occhio è nello stesso momento oggetto passivo della conoscenza (la visione filmica è quindi deterministica), ma anche soggetto attivo alla ricerca di un riconoscimento che consente al cervello di elaborare riflessioni libere, volte alla comprensione di quello che è stato appena visto.

Come nel ritornello di una canzonetta estiva, insomma, noi guardiamo il film che guarda noi che guardiamo lui. Ci conosciamo, ci riconosciamo, ci perdiamo, ci moltiplichiamo. E per questa tournée, anche senza Annalisa, abbiamo sempre pronte le valigie.

Si parte, ovviamente, dai fratelli Lumière che per primi inondano di luce questa galleria degli specchi dove si incontrano gli eroi silenziosi Buster Keaton e Clint Eastwood, si sfidano a duello John Ford e Sergio Leone, parlano di lotta di classe Pasolini e Bellocchio, guardano al passato e al futuro Spielberg e Scorsese. Le moltiplicazioni del libro riguardano certamente gli autori, ma anche i temi: la frontiera e la violenza, il silenzio di alcune vite e i viaggi interstellari (commoventi le pagine dedicate alla Luna, che da Méliès arrivano a Tarkovskij e Kubrick che si contendono un primato artistico negli stessi anni in cui Unione sovietica e Stati Uniti rivaleggiavano nella corsa allo spazio).

Buster Keaton in La palla n. 13 (Sherlock Jr.) (1924)

Ma è nell’analisi di alcuni film italiani degli anni ‘60 che il libro fornisce pagine di indiscutibile efficacia. L’analisi delle opere di Pasolini, Rossellini, Salce, Fellini, Olmi, Risi dimostrano punto per punto l’illusorietà del boom economico (questa volta uno specchio deformante) che ha piegato ai suoi dettami un paese. L’Italia ha subito una mutazione irreversibile ed è stata convinta a coniugare esclusivamente i verbi del Capitale. Quei registi se ne accorgono subito e lo mettono in scena: gli italiani hanno rimosso tutto un vocabolario di umano e di verità che era appartenuto a un popolo adesso diretto a rapida velocità verso lo scempio, il dramma, la tragedia, la farsa (non a caso otto righe sono dedicate anche a Lo zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco, girato trent’anni dopo i capolavori boomers).

Non appaiono quindi arbitrari i saggi dedicati alla televisione, definita altra lettura filmica della realtà (e chissà cosa ci dirà l’autore dello streaming, delle serie TV, dei Reels… c’è materiale per un altro libro). Ma fermandoci a questo L’occhio moltiplicatore si può affermare che a un primo sentimento di ammirazione per la vastissima cultura cinematografica fa presto spazio il godimento di giudizi concordanti, di illuminazioni improvvise, di ricordi in sala o davanti alla televisione, di scoperte e curiosità da soddisfare.

Marcello Mastroianni e Federico Fellini durante le riprese de La dolce vita (1960)

La forma breve agevola la lettura anche per i non specialisti e favorisce i lampi di ingegno e la scrittura quasi aforistica (“la vita si vive, la morte la spiega”, “l’arte viene sempre dopo, prima c’è l’uomo e ciò che vede…” “Tecnica che diventa Morale. Immagine che si trasforma in Poesia.”).

Giunti al termine del libro, distogliendo lo sguardo dalla pagina, si ha la stessa sensazione di quando si “esce dal cinema”. La fallacia della rappresentazione si è moltiplicata rimbalzando sui mille specchi della nostra esperienza e noi possiamo giudicare il mondo e misurare il nostro posto su di esso con strumenti nuovi. E non crediamo ai nostri occhi.

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