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Ciò che i nostri avi hanno vissuto più di tre secoli fa, nel 1693, è purtroppo esperienza destinata a ripetersi nel tempo. E non sarà certo per punizione divina, né per le bizze dell’Etna, ma per colpa della faglia ibleo-maltese sopra la quale siamo seduti. Oggi la scienza è in grado di spiegare tutto, all’epoca no. Ecco che fiorivano narrazioni che “hanno avuto un largo e particolare riflesso nei canti e nelle storie del popolo siciliano”, scrive Luigi Lombardo. L’articolo commemorativo di oggi (che segue gli articoli di Paolo Monello sull’argomento) parla proprio di questo.

di Luigi Lombardo

Le catastrofi naturali (terremoti o eruzioni vulcaniche), le epidemie (colera o peste), ma anche altri eventi catastrofici di natura socio-economica, come guerre o carestie, hanno avuto un largo e particolare riflesso nei canti e nelle storie del popolo siciliano.

Nate dalla fantasia di ignoti, o parzialmente noti, poeti popolari, quasi sempre illetterati, se non del tutto analfabeti, queste, che per convenzione siamo soliti chiamare “storie” in versi, si diffondevano rapidamente fra il popolo attraverso i cantastorie, che giravano i paesi della Sicilia soprattutto al tempo delle feste e delle fiere. Questi cantastorie girovaghi potevano essere anche gli autori dei brani, o spesso erano solo gli esecutori.

“U ciaraulu” canta una storia popolare in piazza

Particolarmente diffusa in Sicilia è la “Storia del terremoto del 1693”, che ci è pervenuta col nome di “Tirrimotu ranni” o “Tirrimotuanticu”. Di essa ho raccolto diverse varianti, ma le più importanti sono la storia completa raccolta a Palazzolo e una lunga variante raccolta a Modica: la combinazione delle due storie ha permesso di colmare lacune e di dare il giusto significato ad alcuni versi, altrimenti incomprensibili o poco chiari.

U “Fascettu”. Frontespizio di un volume sul terremoto del 1693 (XVIII sec.)

L’informatrice, Domenica Angelico di Palazzolo, mi recitò a memoria, in un’unica seduta, tutte le 48 ottave della storia composte a rima alternata con la classica ‘ntruccatura. La donna che all’epoca aveva 94 anni, era una contadina, che aveva imparato il canto più di settanta anni prima da una ragazza di dodici anni, una spicalora di Solarino (SR). Come si legge nell’ultima ottava ne è autore tale Tanu Accaputu (Gaetano Accaputo), di cui al momento abbiamo poche notizie.

Incisione da carta geografica (1693)

La storia deve essere coeva o di poco posteriore al fatto, perché, come bene nota il Pitrè, è raro che una storia si occupi di un fatto trascorso da molti anni. D’altra parte alla 15a ottava il poeta dice: «E chiddi ca sunu vivi a lu prisénti/puonu cuntarvi la crurilitati», facendoci capire come la memoria fosse viva al tempo del poeta.
L’informatrice non cantava ma recitava. Lei stessa però mi aveva detto che si cantava durante la mietitura e la raccolta delle spighe. Il cantante e musicista Carlo Muratori la musicò nel 1993.

(Da sx) stampa settecentesca che raffigura una scena di terremoto e un’incisione popolare dello stesso periodo

Ma di recente ho scoperto la versione cantata da un anziano contadino di Palazzolo, che l’aveva appresa dal padre capuciurma e abilissimo cantante popolare.
La storia inizia solennemente, come fosse una poesia epica classica, con l’invocazione rituale e scaramantica:

Ratimi urienzi, gintili signuri,
cosi trimenni vorru accuminzari.
Cumanna Cristu pi li piccaturi
e-r-ogni uomu ci-avissi a-ppinzari.
Succurru a-vvui supremu criaturi,
rati forza a sta lingua a spiegari:
m-mènniriri notti a li cincu uri
menu na quarta si giustu parrari.

Il canto in questione, come altri canti consimili, si fonda su una precisa credenza di origine cattolica: quella della colpa e della riparazione. Si tratta di una convinzione largamente diffusa fra gli strati popolari: l’ideologia provvidenziale cristiana, per cui mali come pestilenze, malattie, guerre e catastrofi sono castighi di Dio, inflitti agli uomini per i loro peccati e per riportarli sulla buona strada.

Stampa devota di Salvatore Puccio raffigurante San Vito martire, protettore dai terremoti e altri mali

Questi peccati scatenano la collera divina che si manifesta con simili “avvisi”, che portano terribili eruzioni o catastrofici terremoti. La distruzione sarebbe totale se di volta in volta non intervenisse ad intercedere presso il figlio la Madonna, Madre di Dio, vera “abbucata” (avvocata), degli uomini presso il figlio. Molte di queste storie perciò hanno come motivo centrale lo svolgimento e la drammatizzazione del contrasto fra la volontà punitrice di Dio e la lacrimevole intercessione di Maria, coadiuvata spesso dai santi patroni.

Due stampe devote del XVIII sec. per la protezione dai terremoti

L’importanza della figura della Madonna, come mediatrice fra uomo e Dio, al fine di placare l’ira divina, si affermò al tempo delle grandi pandemie, che a partire dal XVI secolo sconvolsero l’Italia. Ne conseguì un incremento del culto verso la fine del secolo e con le successive epidemie del secolo XVII. Proprio a seguito delle epidemie di peste che colpirono la Sicilia, il re di Spagna e Sicilia, nel 1643, ordinò a tutte le città di Sicilia di mettersi sotto il patronato della Madonna, scegliendo l’immagine più popolare presso le masse popolari.

Madonna del terremoto (Francia 1505)

Era il modo tradizionale di rispondere all’angoscia che derivava dalla incomprensione del fenomeno, dalla tendenza a rifugiarsi sotto le ali protettive del mito. La comunità si risollevava attraverso la ripetizione memoriale dell’evento: ecco allora nascere le quarantore del 9-11 gennaio di ogni anno, dove in chiesa si “rappresenta” il terremoto. Un tempo questo rito prevedeva che ad un certo punto della messa si facevano cadere per terra oggetti metallici, le sedie, e altri oggetti reperibili in chiesa: a Palazzolo il rito prendeva il nome di trièppitu (tremito). Così le classi popolari e in generale tutti i partecipanti al rito superavano l’angoscia dell’evento, di cui si sapeva solo che era espressione della volontà divina.

Orazione contro i terremoti (sec. XIX)

E oggi? tutti sappiamo che il terremoto ha origini fisiche, perfettamente spiegabili e misurabili. Grazie a questo tutto dovrebbe essere facile, non rendendosi necessaria alcuna forma di esercizio risarcitorio nei confronti del Dio. Ma è davvero così emancipato l’uomo moderno dalla paura del terremoto? Credo di no. E allora quali forme di espulsione dell’angoscia e della paura si praticano oggi dalle comunità? Su tutte prevale la possibilità di informarsi in tempo reale sull’evento attraverso i media. Ma al momento dell’insorgere della prima scossa non c’è nulla a cui aggrapparsi e l’evento è vissuto drammaticamente e angosciosamente. A nulla vale la conoscenza del fenomeno e la natura dell’uomo viene fuori: un essere fragile e impotente di fronte all’ignoto.

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