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di Vito Castagna

Era stata una mattina estenuante, dal cielo colmo di nubi violacee. Poi venne il pomeriggio e sul campo si aprì uno squarcio azzurro dal quale sbucò un sole violento. I suoi raggi calarono dopo un’ora scontrandosi con gli uomini che lentamente ripiegavano all’interno delle baracche. Le loro ombre ossute si proiettavano sul fango del camminamento e si perdevano oltre il recinto incoronato col filo spinato.Egli osservò con i suoi occhi acquosi quel prolungamento del suo corpo. L’ombra si allungava ben oltre quel confine e la sagoma del suo capo era libera di correre verso il villaggio. Dopo qualche passo, essa si distese sui mattoni di un imponente capannone dal quale svettava una ciminiera. Da questa fuoriusciva un interminabile fumo nero dall’odore acre. Anche dai comignoli dell’abitato scaturiva del fumo che, invece, si innalzava verso il cielo.Entrò nel ventre umido della baracca prima che il sole potesse sprofondare sotto i ciuffi d’erba della pianura. La trovò già popolata da molti spettri scheletrici rannicchiati in diverse pose, simili a quelli che affioravano dalle viscere pietrificate delle guglie delle cattedrali gotiche. Joseph, il troskista, era seduto sul pavimento e si sistemava con cura la fascia sporca di sangue che gli proteggeva il piede destro incancrenito. Si guardarono senza dire alcuna parola, poi lo zoppo continuò ad armeggiare con quel grumo nero di stoffa.Calò la notte e con essa venne una brezza fredda che attraversava le travi della baracca. Quest’ultima si fuse col leggero respiro degli uomini esausti. Lui si svegliò a causa del latrare di un cane contro il rumore sordo di un lampione difettoso. La sua luce fredda ed intermittente illuminava l’esterno dell’edificio.

Fu allora che sentì il suo compagno gemere, come accaduto nelle ultime tre sere. Il suo esile corpo produceva un pianto continuo, interrotto dai soli singhiozzi. Era raccolto in posizione fetale e stringeva gli stinchi portando le ginocchia al petto. Li mordeva con rabbia inconsolabile. Lui, durante quelle notti, gli accarezzava le vertebre col suo indice ossuto per partecipare a quel dolore. Il sonno del suo compagno di cuccetta era stato oppresso dall’apparizione del figlio di sei anni, deportato con lui nel campo. Era un vaticinio di morte, il riflesso di un bimbo soffocato tra miasmi del gas, di piccole mani che si portano alla bocca ormai violacea e che scivolano tra le gelide piastrelle verdi senza trovare alcun appiglio.
Da quel giorno anche lui tentò di non dormire più con la paura di sognare il fratello partigiano. Purtroppo, ad ogni notte il suo viso diveniva sempre più sfumato, il ricordo della voce più incerto. Era la memoria che si rattrappiva, il vissuto prima del campo che esalava i suoi ultimi, pesanti respiri. Sapeva di non essere più così diverso da una bestia, lui che da tre mesi era divenuto un indelebile numero.

Il suo compagno non voleva arrendersi a tutto questo e il suo ventre lacerato dal pianto era il segno di una lotta strenua e titanica. Conscio di ciò, si perse per pochi minuti tra i suoi pensieri sentendo il cuore esplodergli nel petto, come pronto a frantumare quello sterno che sembrava un poroso osso di seppia. Poi, il pianto si interruppe.
Si accorse che il respiro del vicino si era spento. In un ultimo gesto d’umanità, abbracciò, con la poca forza rimasta, quel corpo che stava acquisendo lo stesso calore della notte.

La mattina successiva le guardie estrassero quel feto dal grembo della baracca. Lo gettarono su un mucchio di altri cadaveri ai quali avevano scippato il passato. Sopra di questi volavano affamati i corvi, mentre, in lontananza, il fumo delle case del villaggio saliva alto nel cielo.

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