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di Giovanna Giallongo

Un cuore che batte” è il titolo dato ad una petizione lanciata da Ora et labora in difesa della vita, nota associazione antiabortista che prevede l’obbligo, da parte del medico che effettua la visita antecedente l’interruzione della gravidanza, di far vedere alla donna intenzionata ad abortire il nascituro che porta nel grembo e di farle ascoltare il battito cardiaco.

Dulcis in fundo, il VI Municipio di Roma ha così tanto “sentito” tale iniziativa da sponsorizzarla sulla sua pagina Facebook indicando data, ora e luogo per la raccolta firme.

La proposta di legge presentata dal VI Municipio della Capitale (foto Agenzia Dire)

Oltre alla normale indignazione suscitata da un sito istituzionale che sponsorizza questa iniziativa popolare piuttosto che altre lasciate nell’indifferenza, bisognerebbe interrogarsi su quale sia il vero volto di questo proiettile mediatico (che io chiamerei induzione al senso di colpa) pronto a colpire la così poca emotività umana rimasta. Strano interrogativo, è vero, tuttavia leggiamo sempre tanti titoli volti a conquistare le nostre emozioni – desiderio occulto del marketing – ma quasi mai la nostra logica.

Il senso di colpa viene descritto come il prodotto derivante dal giudizio negativo di un determinato atto (mancato o compiuto) che genera emozioni di rimorso e rimpianto. Uno stato emotivo che schiaccia il proprio corpo, che opprime i sensi e deturpa la visione della nostra etica agli occhi del mondo.

Il senso di colpa ci rende consapevoli di una mostruosità che si riflette allo specchio quando ci guardiamo. Una donna che decide di “eliminare” ciò che per secoli l’ha identificata come capace e in dovere di fare solamente quello, si sente come Dorian Grey alle prese con la sua anima dipinta in quel quadro maledetto. Nessuno deve vederlo. Nessuno deve sapere.

Il fronte antiabortista già in passato si era dimostrato particolarmente agguerrito. Qui in una manifestazione a Verona nel 2018 (foto Internazionale)

Nessuna, dunque, osi fare o tradire quel battito di cuore che per obbligo deve ascoltare, che contro la sua stessa volontà deve sentire fino alla rottura dei timpani perché, altrimenti, una punizione ben più severa la attende. Ebbene, tutto ciò non è già di per sé una punizione? Non può forse essere annoverata tra i sensi di colpa principi dell’emotività di una donna la volontà di interrompere una vita che non  è ancora nata?

Sebbene la caccia alle streghe sia ormai un argomento ampiamento descritto nei volumi di Storia, il rogo che oggi si costruisce in pubblica piazza è meno evidente ed ingombrante ma più infimo e malvagio. Non mira alla tortura del corpo, per finirlo nel dolore, ma alla distruzione dell’anima per farla vivere nell’agonia di un fuoco che brucia qualsiasi tentativo di libertà decisionale.

Se interrompere una gravidanza è un atto contronatura e se tale scelta deve essere ostacolata da obblighi che opprimono ancora di più uno stato emotivo tormentato, perché mai tale imposizione non può essere considerata una colpa o essere essa stessa causa di un senso di colpa? Il rispetto alla vita, a prescindere da qualsiasi fede o ateismo, è possibile che debba dimostrarsi attraverso l’empatia per cose, situazioni e persone che non condividiamo, che non abbiamo mai vissuto e che non conosciamo; è possibile che debba dimostrarsi non puntando più contro nessuno quel dito inquisitore che usiamo come bussola delle buone e lecite virtù.

La reazione da parte di numerose associazione e di singoli cittadini alle proposte dei gruppi pro-vita è stata immediata in tutta Italia (foto Alfemminile – la Repubblica)

Il rispetto alla vita – se davvero è questo ciò che vogliamo celebrare – va dimostrato anche attraverso l’ascolto di un cuore che batte già da tempo, i cui battiti hanno corso molte volte più velocemente di altre per la paura, l’indecisione o la semplice e tragica vergogna. Il battito del cuore che abbiamo l’obbligo di ascoltare è quello delle donne che chiedono comprensione per delle scelte che non ci appartengono e che, comunque, non ci competono.

La moralità non è qualcosa che esige l’uso della bacchetta a pugno chiuso piuttosto è il delicato petalo di una rosa che continua a mantenere vivo il suo colore perché si conosce la giusta dose di delicatezza e forza con cui trattenerla nel palmo della propria mano.

 

Nel banner: Manifestanti di Ora et Labora a Roma nel 2022 (foto EuropaToday).

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