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di Giuseppe Cultrera

Angelo Scandurra lo incontrai nel 1990, a Ragusa a una manifestazione dedicata ai libri e all’editoria. In quell’occasione, mi fece dono di un corposo assaggio della sua casa editrice Il Girasole (che, poi, era il catalogo che aveva esposto).

Lo conoscevo già per ciò che aveva scritto e specialmente operato nel campo dell’arte e della letteratura – esemplifichiamo con «cultura» – e avrei nel prosieguo del tempo incrociato tanti suoi amici ed estimatori. Vulcanico, visionario, poetico erano gli aggettivi che comunemente lo identificavano ed esplicitavano la sua metodologia.

Operatore culturale, scrittore e editore, promotore sociale. Bibliotecario, poeta, sindaco (Valverde 1994/2003), direttore artistico (Etnafest, 2003/2009): Angelo Scandurra ha percorso l’ultimo Novecento e i primi del nostro secolo dentro l’impegno socio culturale. Con Manlio Sgalambro, Franco Battiato, Carlo Muscetta, Gesualdo Bufalino, Leonardo Sciascia, Dario Fo, Roberto Roversi, Alda Merini e… l’elenco sarebbe troppo lungo e forse anche ‘deviante’ se non preceduto da una nota sui tanti operatori culturali del periodo (e sulla loro connessione con la società civile).

un poeta
Angelo Scandurra (1948 – 2021)

Ma Angelo Scandurra era anche una persona comune, affabile e di contagiosi entusiasmi. Il poeta più poeta che ho incontrato. Amava le parole e i libri dove queste venivano riversate e vestite di inchiostro, carta, filo di refe. Fondò una casa editrice, Il Girasole, che produsse più di un centinaio di rari reperti nei quali tutto era pregevole e unico, decantazione e dinamismo, frutto di ricerca materica e spirituale. La carta di ciascun volume era una artigianale e unica realizzazione come le copertine, la composizione, i caratteri del linotype. Oggi sfogliarli, sfiorare con le dita, dopo aver violato la intonsa ritrosia dei quinterni, le ruvidità delle pagine su cui si adagiano i nitidi caratteri, è come intraprendere un ipogeico percorso della memoria e del tempo; una sorta di topografia dell’anima.

Se n’è andato presto.

«Ed allor che i fati ti rapirono,
la stessa Pale i campi, Apollo stesso
abbandonò. Quei solchi ove gettammo
i più bei chicchi d’orzo ora non danno
che il tristo loglio e l’infeconda avena;
né languida viola, né purpureo
narciso, ma vi nasce solo il cardo
e la marruca dalle spine acute.» *

* Dafni, in Versi e Versioni di Carlo Muscetta, Valverde, Il Girasole Edizioni, 1986; pagina 26.
Banner: foto Giulio Lettica
 

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