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di Olga Maerna

Come sarebbe stato essere una donna di 26 anni il 2 giugno del 1946? In cosa sarebbe stato diverso dall’esserlo il 2 giugno del 2021?

Nel 75esimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana, oggi ricorre anche un’altra importante ricorrenza: il 75esimo anniversario del giorno in cui le donne italiane poterono, per la prima volta, essere parte attiva nella vita politica del Paese.

La Festa della Repubblica è sempre stata, nei ricordi di chi come me è nato a metà degli anni Novanta, una festa fatta di celebrazioni in televisione e frecce tricolori che passano in cielo. Molta apparenza, ma di sostanza non immediatamente evidente.

Dopotutto, cosa ci può essere di più scontato della Repubblica? Non ho mai conosciuto nulla di diverso.
E cosa c’è di strano nel fatto che io possa votare? Ricordo bene quando a 18 anni ricevetti la mia prima tessera elettorale (si votava tre giorni dopo il mio compleanno, giusto in tempo). L’emozione ci fu, ma fu l’emozione di un rito di passaggio: emozionante sì, ma obbligato. L’idea che io, in quanto donna, potessi non votare, non faceva ancora parte del mio orizzonte di idee.

La memoria del 2 giugno 1946, per ragioni anagrafiche, non è mai stata tramandata come successo personale nemmeno nella mia famiglia. Le mie nonne erano già nate all’epoca, ma erano ancora poco più che bambine o adolescenti. E se dell’esperienza della guerra (ovviamente vissuta con gli occhi innocenti dell’infanzia) ne raccontano, lo stesso non si può dire per il giorno del primo voto delle donne, che non hanno fatto in tempo a vivere come protagoniste dirette.

Che significato può avere allora questa ricorrenza per le donne 26enni di oggi? Come possono sentire la partecipazione al voto come conquista, e non come semplice dato di fatto? Si può davvero conoscere qualcosa quando se ne sente solo raccontare e non se ne fa esperienza diretta?

Sì, lo si può conoscere – attraverso esperienze simili. Ciò che mi ha permesso di iniziare a sentire il 2 giugno 1946 come una conquista è stato il fare esperienza di altre forme di esclusione. Non quella dal voto, ma da altri aspetti della vita sociale.

Un’esclusione che, nel 2021, può essere molto sottile: non fatta di netti “Sei donna, questo non lo puoi fare”, ma di “Sì lo puoi fare, ma non ti verrà riconosciuto in pieno”.
Alte posizioni manageriali, accademiche o politiche sono oggi aperte anche alle donne, non c’è nulla che vieti l’accesso a uno dei due sessi. Ma quante donne hanno davvero la possibilità di arrivare ai vertici di aziende, istituzioni o partiti? Ancora troppo poche, i dati su questo parlano chiaro. E quante ancora vengono sì convocate a colloqui di lavoro, ma per sentirsi chiedere “Signorina, convive? Ha intenzione di sposarsi e di avere dei figli?” – come se questo fosse rilevante al fine di stabilire competenze e professionalità della candidata.

Il progresso verso la parità rallenta. (Fonte: Tackling social norms)

Per fortuna, dal 1946 molte cose sono cambiate, non c’è dubbio. Ma se oggi l’esclusione palese non si vede più, ne rimangono ancora tante forme nascoste.
Spesso nascoste dalla retorica, dalle frasi a effetto, dagli slogan, che però in molti casi sono parole di pura facciata e non trovano riscontro in politiche che siano davvero inclusive.

Cosa può pensare allora una donna di 26 anni nel 75esimo anniversario di quel giorno in cui le sue bisnonne per la prima volta poterono dire la loro? Che sì, rispetto a loro siamo cresciute in una posizione di privilegio: la guerra, il fascismo, l’esclusione dal voto non li abbiamo vissuti. Ma che quelle persone che non volevano che le donne votassero perché tanto “avrebbero votato quello che diceva il marito o il prete” ci sono ancora.

Sono quelle che ancora pensano sommessamente che sia meglio assumere un uomo e pagarlo di più. O che le donne vadano bene in ambiti creativi e assistenziali – quelli tecnici e dirigenziali meglio lasciarli in mano agli uomini.

Alle nostre nonne e bisnonne va allora la gratitudine per aver dimostrato che si può essere cittadine votanti senza la supervisione del marito o del prete.
A noi rimane quello di dimostrare che si può essere anche molte altre cose.

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