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di Simona Canzonieri

Da un po’ di tempo mi frullano in testa alcune riflessioni sui social, su quanto il loro utilizzo costante abbia cambiato la nostra socialità, nonché il nostro modo di comunicare e di cercare informazioni. Facebook, Instagram e Tik Tok, fanno parte della nostra quotidianità come i nostri familiari o le stanze dove ci muoviamo ogni giorno. Ma quanto li conosciamo veramente? Quanto sappiamo cosa sta dietro l’uso costante dei social, a livello non solo sociale ma anche politico, culturale e psicologico?Una bambina di dieci anni muore soffocata da una cintura stretta al collo dalle sue stesse mani, una sera qualunque, chiusa in bagno, mentre partecipava ad una black challenge su Tik Tok.
Io non conosco Tik Tok, quelle poche volte che ho provato ad aprirlo ho avuto la sensazione di gettare uno sguardo su un abisso di superficialità e nonsense.

Intuisco però una sorta di progressivo impoverimento del messaggio veicolato, passando da Facebook a Instagram a Tik Tok: il testo scritto scompare gradualmente dietro l’immagine, prima fissa, poi in movimento – su Tik Tok si comunica solo attraverso video di pochi secondi – di conseguenza la comunicazione diventa più semplice ed intuitiva, più veloce, ma per forza di cose carente.I contorni delle cose sono più netti: tutto appare bianco o nero, bello o brutto, giusto o sbagliato. Siamo lontani anni luce dalla realtà che invece è assai, assai complessa e sfaccettata.
E quando la nostra socialità – come in questo assurdo periodo storico – è ridotta alle nostre relazioni sui social è facile scambiare la loro realtà virtuale per la vera realtà: i nostri followers per amici, il nostro profilo Facebook per quello che siamo veramente, ogni giorno, quando ci alziamo dal letto.

La timè, la stima pubblica che ha sempre avuto una grande importanza per l’uomo – il più sociale degli animali – non si costruisce più nella pubblica piazza ma sui social. Su un mondo cioè dove lo scollamento tra quello che siamo e l’immagine di noi che proiettiamo fuori è enorme.

Chilometri separano il nostro corpo immobile, anchilosato sul divano, al nostro Io virtuale con migliaia di followers. E allora sì, in questo orizzonte semantico dove il contatto con il proprio corpo è annullato, ha senso che una bambina di dieci anni sacrifichi la più importante delle esigenze del corpo, respirare, per la stima e il riconoscimento pubblico.
Spero che i bambini tornino presto a giocare per strada.

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4 Comments

  1. Giulia Cultrera Reply

    Io in realtà non mi trovo molto d’accordo. Ormai si tende a demonizzare i social e a trasformarli nel capro espiatorio per eccellenza, come se fossero il male assoluto (stessa sorte toccata prima a cinema e televisione) e spesso lo si fa soltanto per deresponsabilizzarsi: se alcuni ragazzini aspirano solamente alla popolarità sui social e sono disposti a gesti estremi per ottenerla, è un problema di valori e di insegnamenti a livello familiare, scolastico e sociale. Fermo restando che sono ancora piccoli e non in grado di formare un proprio pensiero critico, sicuramente sono soggetti a maggiori stimoli rispetto a una volta. Proprio per questo dovrebbero essere maggiormente seguiti e guidati nel mondo della rete, in modo da apprenderne i meccanismi e sviluppare quell’abilità critica che consenta loro di orientarsi e muoversi senza troppi rischi.
    In questo modo possono utilizzare in maniera più consapevole anche i social, sfruttandone in sicurezza le opportunità di intrattenimento, informazione e autopromozione che offrono: se ci pensiamo bene, il blog Oltreimuri in primis deve la sua visibilità ai social!

    • Non credo che l’autrice voglia demonizzare o cercare un capo espiatorio. Piuttosto a me sembra che metta in rilievo i limiti, anche tecnici, del modello comunicativo. In tal senso mi sembra che tic Tok sia proprio un esempio estremamente povero di comunicazione social. E questi limiti sembrano ‘educare’ il fruitore a quella modalità se vuole far parte di quella comunità ed essere alla ‘moda’ (grosso problema per i ragazzi). E proprio perché i valori e gli insegnamenti si apprendono a diversi livelli compreso quello sociale (e oggi sociale è anche e soprattutto social) si possono avere e si hanno distorsioni molto evidenti, credo. Se già è difficoltoso per gli adulti padroneggiare questi strumenti, figuriamoci per i ragazzini che non hanno sviluppato ancora un ‘proprio pensiero critico’, come dici tu stessa. Il problema è chi guida chi? Se pure gli adulti faticano (come ho già scritto)

  2. I social sono degli strumenti, possono essere usati bene o male. Non dico che sia meglio abolirli, sono diventati praticamente indispensabili per tutti noi, ma proprio per questo è molto importante conoscere bene come funzionano e quali sono le possibili conseguenze negative di un loro uso eccessivo. Anche stare troppo davanti alla televisione non fa bene 🙂

  3. Forse dovremmo prestare attenzione alla costante perdita di significato dell’identità Personale e collettiva, del corpo inteso come realtà tangibile dell’essenza di Un individuo.
    Fin quando la nostra Arena era il vicinato, era la prossimità, era fondamentale essere apprezzati per le proprie azioni, per il proprio comportamento perchè questo ci rendeva parte del gruppo. Oggi il gruppo è il mondo intero e questo inevitabilmente crea uno scollamento tra corpo ed identità: non è più importante cosa faccio ma cosa gli altri credono che io faccia perchè sono lontani, perchè il mio comportamento non incide sulle loro vite materialmente. Ecco che non ho bisogno di mostrare ció che sono per essere accettato: semplicemente divento virtualmente ció che piace, non modello la mia realtà ma mi lascio modellare dall’idea imperante in rete. Per essere riconosciuto nell’arena social non devo avere qualità che servono a me stesso e alla collettività, devo solo essere più visibile degli altri. Inevitabilmente qualunque atto si spoglia di significato e diventa superficiale: siamo miliardi in rete e non c’è tempo per approfondire. Lentamente in questo gioco l’individualità si perde e progressivamente perdiamo anche il senso delle nostre azioni social e, quindi, del nostro corpo. Diventa quindi possibile augurare lo stupro a una giornalista che non ci piace anche se non la stupreremmo mai e neanche glielo diremmo mai guardandola negli occhi: sui social siamo idee e gli altri anche: un’idea non ha sentimenti, non ha responsabilitá, non esiste materialmente. Ma i social sono parte della nostra vita e come perdiamo di concretezza li lo facciamo impercettibilmente nella realtà fisica.
    L’unica soluzione che intravedo è tornare al corpo e alle emozioni, dedicare più tempo possibile alle relazioni prossimali e portare sui social questa attenzione, sforzarci di considerarci materiali anche in rete. Per poter far questo serve responsabilità, autoregolazione e, cosa più difficile oggi, serve consapevolezza di chi siamo davvero, di cosa sentiamo e di quello che realmente vogliamo lasciare nel mondo, non per gli altri ma per noi stessi. Dobbiamo assolutamente tornare al corpo e alla sua verità.

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